
Infine arrivò il momento per Marck di andare in scena, ed Onofroff rimase solo. Mi avvicinai a lui e lo chiamai. Il Maestro, a sentirsi chiamare , alzò nervosamente lo sguardo e lo incrociò con il mio. Poi, con un fare molto suggestivo, con un gesto molto espressivo, mi salutò. Poi disse :
– La prego di perdonarmi se faccio errori nel parlare, perché non padroneggio perfettamente lo spagnolo.
– Niente affatto! Al contrario, lo parla perfettamente.
E continuai:
– Ho bisogno di un piccolo aiuto sa?
– Vediamo , che cosa vuole da me?
Desidero – dissi, un po’ impressionato – in primo luogo, se ha la bontà di dimostrarmi i suoi esperimenti , dei quali dubito, e, in secondo luogo, di parlare dettagliatamente di essi.
– Per quanto riguarda il primo, signore, non so se potrò convincerla. Se lei viene a sfidare i miei esperimenti, io non accetto, però: se, con fede e determinazione, vuole sottoporsi ad essi… allora cambia!
– Vorrei sottopormi ad essi.
– Ah! Bene, allora vediamo se lei è un buon soggetto. Metta il palmo della mano sulla mia.
Obbedii.
– “Ora” – mi gridò – anche se vuole ritirarla non potrà, poichè non voglio! E osservi che non la imprigiono, che non siamo che in contatto…Tiri…Tiri!
Io, facendo uno sforzo supremo, cercai di togliere la mia mano dalla sua. Imposibile! Era qualcosa come un potente magnete o una piastra elettrificata. Con i miei scatti tiravo anche il corpo di Onofroff, ma le palme delle mani rimanevano unite come un pezzo unico.
– A che le servono le forze, amico mio? Gridò scherzando…
Ho tirato più forte. Niente!
– Ora basta! Disse.
E le mani si separarono come per magia, come se fosse svanito il fluido che le univa. Onofroff poi mi diede un buffetto sulla guancia.
– E’ un po’ pallido, questo dimostra che lei inizia a credere in me… Finirà per essere il mio migliore amico.
– Onofroff parlava con un accento affettuoso quasi paterno, sempre con i suoi occhi ammalianti fissi sui miei.
– Farò altri esperimenti con voi a casa mia , se mi onorerete di una vostra vis visita.
– Quando? gli chiesi.
– Quando..? Quando?… Mormorò parlando tra sè e sè .
– Oggi è Sabato… Domani, Domenica, è un giorno di riposo… Dopo domani, le va bene?
– Molto bene, dissi.
– Bene, quindi dopo domani sarà così gentile da venire a farmi visita a casa mia.
– Dove alloggia? Chiesi.
– Non ha bisogno di saperlo – disse, sorridendo enigmatico.
– Ma signor Onofroff, come faccio ad arrivare da lei senza sapere dove abita?
– Amico mio: Onofroff non pensa mai delle cose impossibili, le prometto, davanti a tutti questi signori, ed indicò il gruppo di artisti che ci circondava – che dopodomani il suo subconscio la condurrà dove vivo e dove la starò aspettando.
– E impossibile! – Affermai.
– Per la volontà di Onofroff nulla è impossibile, disse. Difficile qualche volta. Comunque, devo andare.
E mi tese la mano mentre mi diceva : “A dopo domani, a casa mia, parleremo di ciò che lei vuole e la sottoporrò ai miei esperimenti”.
– Non credo che ci vedremo. Sarebbe meglio che ci mettessimo d’accordo sui dettagli – dissi non convinto.
– Non si preoccupi, signore. Ho impegnato la mia parola .
– Vada, arrivederci…
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Alcuni anni fa venne alla scuola il manager di una grossa azienda il quale era attanagliato dalla paura di parlare in pubblico, cosa tutt’altro che piacevole per una persona nella sua posizione. La paura di quest’uomo però aveva una curiosa caratteristica: quando il soggetto si esprimeva in italiano essa si manifestava in tutta la sua invalidante intensità. Se invece pronunciava (sempre davanti ad un pubblico) lo stesso discorso ma in una lingua straniera, la paura sembrava non attivarsi ed egli riusciva a parlare in maniera disinvolta e rilassata.

Un giovane indiano si recò presso un vecchio saggio e gli chiese di spiegargli il paradosso del tempo. Il saggiò acconsentì e gli disse: “Prima di iniziare la lezione andresti a prendermi dell’acqua? C’è una fontana all’angolo della strada”. Il ragazzo prese la brocca e si recò alla fontana. Lì vide una bellissima ragazza e ci fu una sorta di colpo di fulmine. I due cominciarono a flirtare e il giovane si scordò completamente dell’acqua e del saggio.
Fu costretto a vivere di espedienti e di furti ma un giorno fu catturato dalla polizia e dovette farsi dieci anni di prigione. Quando uscì dal carcere era così malandato che aveva a malapena la forza per tendere le mani e chiedere l’elemosina. Trascorse altri vent’anni nella più totale indigenza. Un pomeriggio sentì che la vita stava per scivolare via dal suo corpo. Si accasciò a terra rassegnato nell’indifferenza dei passanti. Mentre stava sopraggiungendo il grande sonno si sentì scuotere da una mano.
Durante l’età d’oro dei grandi velieri, un abile capitano di vascello ricevette la mappa di un tesoro nascosto su di un’isola lontana. Il capitano armò una nave di tutto punto.
Ho voluto raccontare questa storia, ispirata ma diversa da quella di Giasone, per esporre, in chiave metaforica, la situazione in cui si trovano moltissime persone; sia uomini che donne. Ognuno si lamenta di non riuscire ad ottenere i tesori che vorrebbe dalla vita, di non riuscire a realizzare i propri progetti, di non riuscire a trovare un partner come si deve, di non guadagnare abbastanza ecc. ecc.