Università degli studi di
Bologna
FACOLTÀ DI PSICOLOGIA
Anno Accademico 2000-2001
MENTE/CORPO, EMOZIONI, RESPIRO, CATARSI, ESPRESSIONE DI SÈ
Relatore: Presentata da:
Chiar.ma Prof.ssa Olga Codispoti Pietro Largo
Capitolo Primo
Emozioni e corrispettivi psicofisiologici, l’importanza del respiro………………p.4
Capitolo Secondo
La psicologia clinica e il rapporto mente-corpo-emozioni, lo specifico del rebirthing…………………………………………………………………….p.24
Capitolo Terzo
Descrizione della tecnica del rebirthing e sua applicazione in psicologia clinica………………………………………………………………………..p.42
Capitolo Quarto
Casi clinici: articoli ed interviste a terapeuti ed ex pazienti……….…………….p.68
Capitolo Quinto
Rebirthing e psicologia, prospettive di dialogo………………………………...p.85
Conclusioni……………………………………………………….………….p.100
Ringraziamenti……………………………………………………………….p.102
Bibliografia……………………………………………………….…………p.103
“Una vita senza ricerche non è degna per l’uomo di
essere vissuta” diceva Platone (Apologia di Socrate, 38a). “Noi conosciamo la
verità, non solamente con la ragione, ma anche con il cuore” (Pensieri, 479)
insegna Pascal. Oggetto del presente lavoro è un metodo terapeutico basato su
una particolare tecnica di respirazione e denominato “Rebirthing”, e la sua
possibile utilizzazione in ambito clinico. Lo strumento è sicuramente nuovo in
ambito accademico, cercherò quindi di esemplificarne metodo e possibili
applicazioni.
Punti di riferimento
importanti nella stesura di questo studio, saranno, oltre ad una precisa
bibliografia, il cammino esperienziale del sottoscritto, che conosce e pratica
la tecnica da ormai sette anni, la frequenza di un corso didattico e
l’esperienza e la collaborazione del dottor Filippo Falzoni Gallerani.
Nel primo capitolo si vuole mettere in luce, attraverso una ricerca psicofisiologica, quanto gli studi recenti dimostrino l’importanza delle emozioni nella nostra vita, e quanto il respiro sia coinvolto nel meccanismo delle emozioni; il respiro infatti è la base della tecnica del rebirthing.
Nel secondo capitolo si farà un breve ma essenziale excursus su come si sia sviluppato l’approccio mente /corpo in psicologia clinica.
Nel terzo capitolo si spiegherà dettagliatamente in cosa consiste la tecnica, il suo metodo e le sue applicazioni in psicologia clinica, tenendo conto degli studi presenti in letteratura, attraverso autori che praticano il rebirthing o tecniche considerate equivalenti ma denominate diversamente.
Nel quarto capitolo si vuole riportare una testimonianza concreta del fenomeno attraverso il resoconto di vissuti esperienziali e testimonianze dirette, compresa quella del sottoscritto, attraverso importanti autori del settore. Riporto inoltre le interessanti testimonianze scritte dei partecipanti del corso di formazione professionale di “Rebirthing Transpersonale” ad Asti.
Nel quinto capitolo invece si cercherà di instaurare un dialogo tra il rebirthing e la psicologia clinica, attraverso il confronto di metodi e suggerimenti, e attraverso il contributo esperienziale di psicoterapeuti come S.Grof e F.Falzoni Gallerani.
La psicologia clinica ha messo in evidenza come la salute di una
persona si consolidi attraverso la possibilità di esprimersi liberamente e
l'offerta di un ampio spazio di opportunità comunicative. In particolare è
cresciuta l'attenzione al ruolo delle emozioni e alla necessità di educare ad
esprimerle, invece che reprimerle, pena una vasta serie di disturbi
"psicosomatici", provocati dal disagio causato dall'inibizione dei
processi comunicativi.
Dicono Codispoti e Clementel “L’atteggiamento clinico consiste nel
sincero interesse a conoscere e comprendere il comportamento, i bisogni, gli
interessi e le preoccupazioni attuali delle persone nella loro vita
quotidiana, e, insieme, nella disponibilità ad osservare tale comportamento in
modo partecipe e, aggiungeremmo noi, ‘globale’, tenendo conto cioè non solo
degli aspetti disfunzionali, ma anche delle risorse che ciascun individuo in
varia misura possiede (Codispoti, Clementel, 1999).
Candace B. Pert (che ha dimostrato concretamente l’esistenza dei recettori
per gli oppiacei endogeni all’inizio degli anni ’70) sostiene: “Non
possiamo più attribuire alle emozioni minore validità che alla sostanza fisica
e materiale, anzi, dobbiamo considerarle segnali cellulari coinvolti nel
processo di traduzione delle informazioni in realtà fisica, che trasforma
letteralmente la mente in materia. Le emozioni nascono nel punto di
congiunzione fra materia e mente, passando dall’una all’altra in tutte e due i
sensi influenzandole entrambe” (Pert, 2000).
Aggiunge Goleman: “Poiché la mente razionale ha bisogno di più tempo
rispetto alla mente emozionale per registrare le impressioni e per reagire,
il primo impulso in una situazione emozionale è dettato dal cuore e non dal
cervello. C’è anche un secondo tipo di reazione emozionale, più lenta della
risposta lampo, che cova e fermenta nei nostri pensieri prima di portare ad un
sentimento. Questa seconda via è più deliberata e in genere siamo consapevoli
dei pensieri che ci guidano verso di essa. In questo tipo di reazione emotiva,
la valutazione è più ampia; i nostri pensieri, l’elemento cognitivo,
giocano un ruolo chiave nel determinare quali emozioni verranno suscitate. Una
volta formulata una valutazione, ‘questo tassista mi sta imbrogliando’ o
‘questo bimbo è adorabile’, segue una propria risposta emozionale. In questa
sequenza più lenta, un pensiero più articolato precede il sentimento.
Emozioni più complesse, come l’imbarazzo o l’apprensione per un esame
imminente, seguono una strada più lenta, impiegando secondi o minuti prima di
svilupparsi: sono queste le emozioni che derivano dai pensieri” (Goleman, 1996).
Le emozioni, che guidano costantemente la nostra vita, sono
strettamente connesse a molte funzioni psicofisiologiche. In questo studio
voglio evidenziare il collegamento profondo e significativo tra le emozioni e
la respirazione, e l’interesse che questo collegamento può suscitare
negli studi psicologia clinica.
Come afferma Lowen, sostenitore dell’ “analisi bioenergetica”: “La
respirazione ha un legame diretto con lo stato di eccitazione del corpo. Se
siamo rilassati e calmi, respiriamo adagio e senza sforzo. Negli stati di
profonda emozione la respirazione diventa più rapida e intensa. Se abbiamo
paura, ispiriamo a scatti e tratteniamo il respiro. Se siamo tesi, la
respirazione è poco profonda. È vero anche il contrario: ispirando
profondamente favoriamo il rilassamento del corpo” (Lowen, 1991).
Una corretta attività
respiratoria è quindi indispensabile per una soddisfacente qualità della vita
del nostro organismo.
Molti modi di dire quotidiani cercano di
ricordarci quanto appena detto: parliamo di “fiato sospeso”, “sospiro di
sollievo”, ci sentiamo soffocare, ispiriamo fiducia, temiamo una cospirazione.
Inoltre sappiamo che paura, pianto, gioia, rabbia, hanno componenti emotive e
respiratorie inseparabili. Lo psicoterapeuta G. Downing afferma: “…Il sistema
respiratorio è strettamente connesso con gli stati affettivi. Basta che cambi
la condizione immediata delle nostre emozioni, che cambi solo la minima
sfumatura, perché il respiro prenda a vibrare, a dilatarsi, a esitare, o a
rispondere in qualche altro modo. Non c’è nient’altro in noi che reagisca in
una forma così minuziosamente calibrata. E siccome gli stati affettivi sono un
modo di scoprire l’ambiente circostante, le informazioni che la respirazione ci
fornisce possono essere cruciali. Mentre gli affetti leggono il mondo, il
respiro legge gli affetti” (Downing, 1995).
Prima di tutto, quindi, credo sia utile precisare cosa intendiamo con il termine “respirazione”.
La respirazione è una delle funzioni fondamentali di tutti gli organismi viventi che, mediante assunzione di ossigeno dall’ambiente esterno, consente la liberazione, dalle sostanze nutritizie, dell’energia necessaria ai processi vitali. Per chiarire ancora meglio l’argomento riporto qui di seguito la trascrizione di un’intervista a Gianluigi Bonessa, psicoterapeuta in analisi bioenergetica (Bonessa, 2000).
La respirazione rappresenta l’insieme dei processi che assicurano l’apporto di ossigeno alle cellule dell’organismo (id.)
Questi comprendono:
- l’immissione dell’aria ambiente all’interno dei polmoni tramite l’atto inspiratorio;
- il passaggio dell’ossigeno dagli alveoli polmonari al sangue;
- il trasporto dell’ossigeno, tramite il torrente circolatorio, fino ai tessuti dell’organismo;
- l’utilizzazione dell’ossigeno per lo svolgimento dei processi metabolici da parte delle strutture cellulari e la produzione d’anidride carbonica ed acqua quale risultato finale di questi processi;
- il passaggio dell’anidride carbonica nel sangue ed il suo trasporto fino ai polmoni;
- la diffusione dell’anidride carbonica dal sangue negli alveoli polmonari;
- l’emissione del gas verso l’ambiente esterno attraverso l’atto espiratorio.
Avremo quindi una “respirazione esterna” ed una “respirazione interna o cellulare”.
Comunemente parlando, per “respirazione” s’intende il ciclico alternarsi delle fasi del respiro: inspirazione ed espirazione.
Il meccanismo fisiologico del respiro si attua con la contrazione dei muscoli respiratori volontari e con il ritorno elastico del complesso polmoni-cassa toracica.
I muscoli respiratori volontari sono principalmente inspiratori. Con la loro azione determinano un innalzamento della gabbia toracica, provocando quindi la diminuzione della pressione all’interno degli alveoli polmonari, con il risultato che l’aria viene aspirata all’interno degli alveoli stessi attraverso le vie aeree superiori. I più importanti muscoli inspiratori sono:
-innanzitutto il diaframma, estesa lamina muscolo-tendinea curva a concavità inferiore, che chiude in basso la cavità toracica e che, in virtù della sua contrazione, si sposta verso il basso appiattendosi e determinando l’ampliamento della gabbia toracica;
- i muscoli intercostali esterni;
- i muscoli sternocleidomasteoidei;
- i muscoli vertebrali.
I muscoli espiratori svolgono un’azione di minore importanza rispetto agli antagonisti, in quanto l’espirazione è soprattutto fenomeno passivo dovuta al ritorno elastico del complesso gabbia toracica-polmoni dopo il rilasciamento dei muscoli inspiratori. È comunque possibile una espirazione forzata con l’intervento dei muscoli espiratori che sono:
-i muscoli intercostali interni la cui contrazione abbassa le costole;
-i muscoli addominali che contraendosi aumentano la pressione intra-addominale spostando in alto il diaframma e abbassando la gabbia costale, riducendo di conseguenza il volume del torace.
La regolazione del ritmo respiratorio avviene fisiologicamente ad opera del centro respiratorio ubicato nella sostanza reticolare del tronco encefalico, dove due gruppi neuronali, uno inspiratorio e l’altro espiratorio mantengono l’automatico modello ritmico circolare di attivazione ed inibizione. Quest’automatismo è modificato da vari impulsi afferenti al centro respiratorio.
Abbiamo visto come lo
scopo fondamentale e primario della respirazione sia l’acquisizione
dell’ossigeno; questo è il meccanismo più importante per gli esseri viventi,
tanto che nelle procedure da seguire nel primo soccorso all’infortunato grave
viene insegnata la fondamentale regola dell’“ABC”, dove i primi due passi da
eseguire in ordine cronologico riguardano la respirazione (A = air, assicurarsi
della pervietà delle vie aeree; B = breath, ristabilire la ventilazione,
qualora non fosse presente quella spontanea, anche con mezzi meccanici od
esterni) e solo dopo questi ci si preoccuperà di ristabilire la circolazione
sanguigna eventualmente con massaggio cardiaco esterno (C = circulation).
Consideriamo inoltre che a differenza di tutti gli altri processi essenziali per lo svolgimento della vita (battito cardiaco, mantenimento della pressione circolatoria, funzione escretoria renale, funzione digestiva e di assorbimento intestinale, funzione metabolica, epatica, etc.) la respirazione è un’attività semi-automatica, semi-volontaria: normalmente avviene senza partecipazione cosciente ed in modo autonomo ma possiamo intervenire con un’azione volontaria e cosciente per modificare la frequenza, il ritmo, la profondità e addirittura sospendere completamente il respiro, ovviamente fino ad un certo punto, non è infatti possibile arrestare il respiro volontariamente fino alla morte per anossia (Bonessa, 2000).
Il sangue e i vasi sanguigni dell’apparato circolatorio sono i vitali sistemi di trasporto dell’organismo. Tra gli organi dell’apparato circolatorio, l’aorta e la vena cava hanno ruoli fondamentali. Infatti provvedono a portare le sostanze nutritive a tutte le parti del corpo e ad asportare i rifiuti. Le funzioni di questi organi non debbono ristagnare neppure per un breve periodo. Quando il sangue non circola appropriatamente, i muscoli, le ossa, le cellule e gli organi non ricevono più il rifornimento d’ossigeno e di risorse energetiche di cui hanno bisogno per continuare a funzionare.
Dobbiamo tenere presente, inoltre, che una circolazione inadeguata del sangue può privare anche un organo importante come il cervello e le sue cellule dell’ossigeno e di sostanze nutritive fresche.
Dice Nakamura: “Gli esercizi respiratori favoriscono la circolazione del sangue, prevengono l’accumularsi del colesterolo e ritardano l’instaurarsi di gravi malattie come l’arteriosclerosi e la trombosi. I continui esercizi respiratori promuovono inoltre le funzioni dei globuli bianchi e rossi…Se i capillari si dilatano, un maggior volume di sangue fresco, ricco di risorse nutritive, viene fornito ad ogni parte del corpo. Questo facilita il metabolismo. I respiri lunghi e profondi permettono la dilatazione dei vasi sanguigni e rafforzano l’espansione e la dilatazione dei capillari. Questi risultati sono chiaramente riconosciuti dalla medicina, tanto occidentale quanto orientale, come conseguenze benefiche degli esercizi respiratori” (Nakamura, 1984).
Detto questo, possiamo di nuovo affermare che le alterazioni del ritmo e dell’intensità della respirazione sono fortemente connesse alle emozioni: la gioia e l’eccitazione rendono il respiro più profondo e rapido, mentre la paura e il panico generano accelerazioni e spasmi che possono indurre anche un blocco respiratorio.
Il respiro interagisce a tal punto con le nostre emozioni che potremmo tracciare un intero elenco di modi di respirare, collegati a particolari stati emotivi ed emozionali: “sospirare” esprime tristezza, melanconia; “ansimare” è sintomo d’ansia o di eccitazione; il senso di soffocamento è collegato all’angoscia; “sbadigliare” esprime stanchezza o noia; “singhiozzare” esprime disperazione; “balbettare” è sintomo di imbarazzo; una respirazione regolare invece si accompagna di solito a uno stato di calma.
David Boadella individua tre diversi tipi di respirazione: “La respirazione muscolare è caratterizzata da una rigidità nella parte superiore del dorso e del collo, come se la persona si stesse continuamente trattenendo, con una tendenza verso la iperespansione del torace, come se non si volesse lasciar uscire, e infine un ritmo rigido e costante del respiro dissociato dai sentimenti, come se la persona evitasse di emozionarsi. Tutti questi segni corrispondono al rifiuto rigido di lasciarsi sopraffare dai sentimenti, cioè la determinazione a non perdere il controllo.
La respirazione intestinale si ha quando la parete intestinale funziona in modo anormale. Invece di rilassarsi ed espandersi durante l’inspirazione essa si indurisce formando una massa compatta. L’espirazione può sciogliere questa contrazione solo in parte; perciò questa massa rimane. Tale caratteristica è tipica dell’individuo masochista che tenta di eliminare sensazioni intestinali dolorose comprimendo l’addome e, invece, paradossalmente riproduce il dolore ristabilendo la forte tensione muscolare.
La respirazione uterina indica che la persona fa movimenti respiratori impercettibili come se temesse di sentire i suoi stessi suoni e movimenti. Questa caratteristica si adatta alla struttura caratteriale dello schizoide basata sul convincimento di non aver diritto di esistere. In altri termini, c’è un’inibizione dei movimenti respiratori verso il mondo e questi movimenti sono sostituiti da una inibizione globale che richiama l’immobilità del feto. Si ritiene che frenare i movimenti respiratori in modo così continuo indichi il timore di far entrare dentro di sé l’altro (il mondo) attraverso la respirazione e un desiderio di ritornare al tranquillo mondo dell’utero” (Boadella, Liss, 1986).
Il respiro, quindi, accompagna e, al tempo stesso, fa parte delle nostre emozioni. Rendersene conto può essere di aiuto per comprendersi meglio, per essere più consapevoli dei nostri stati d’animo e delle ragioni che li innescano. Respiro ed emozioni sono componenti inseparabili. Dopo aver detto del respiro, proviamo a definire cosa è un’emozione.
Naturalmente, non essendo una grandezza fisica, come
il peso o l’aria di una superficie, è difficile definire e classificare in
termini oggettivi cosa sia realmente un’emozione, anche perché si corre rischio
di esprimere dei giudizi di valore che non si richiamano tanto alla scienza,
quanto all’esperienza personale dello psicologo e dei valori culturali cui egli
fa riferimento. Forse è per questo motivo che nella storia della psicologia
esistono numerose teorie dell’emozione e altrettanti tipi di classificazione.
Le emozioni umane sono state oggetto di interesse e di
studio sin dall’antichità: in particolare ci si è sempre chiesti se le emozioni
fossero innate o acquisite, o fossero da considerare insignificanti
interferenze al normale fluire dei processi di pensiero o dei processi
funzionali alla vita stessa dell’essere umano.
Con Charles
Darwin, verso la fine del secolo scorso, gli stati emotivi cominciarono a
essere valutati in chiave scientifica e studiati in relazione al processo di
evoluzione e di sopravvivenza della specie. Nel suo libro L’espressione
delle emozioni nell’uomo e negli animali, (Darwin, 1962) egli sosteneva che
le emozioni avessero avuto un importante ruolo nell’adattamento, fungendo da
campanelli di allarme in vista di possibili pericoli. Le emozioni erano,
infatti, un importante segnale di comunicazione all’interno di ogni specie: le
espressioni emotive prodotte da un singolo individuo aumentavano le possibilità
di sopravvivenza dell’intero suo gruppo.
Paul Eckman (cit.
in Goleman, 1996) ha raccolto una grande quantità di dati sulle proprietà
comunicative delle espressioni facciali, che sono identificate in modo simile
anche all’interno di culture molto diverse. Per esempio anche in un gruppo
della Nuova Guinea, di cultura primitiva, le espressioni facciali relative a
particolari emozioni somigliavano molto a quelle delle società più avanzate.
Ciò accade in particolare per l’emozione della rabbia, del disgusto, della
felicità, della tristezza, della paura e della sorpresa, che sembrano
universalmente espresse allo stesso modo, probabilmente perché biologicamente
più primitive e dunque universali. Alcune differenze sono state riscontrate
riguardo all’intensità dell’espressione mostrata o ai tentativi di
dissimulazione appresi per via culturale.
Un concetto su
cui di solito gli psicologi concordano, è che le emozioni possono essere
distinte innanzitutto in emozioni positive (felicità, amore, gioia, interesse,
etc.) e negative (tristezza, collera, paura, ansia, depressione, noia, disgusto,
etc.), Boadella precisa: “Proprio come i due movimenti fondamentali
dell’organismo vivente sono di avvicinamento al piacere (nutrizione, carezze,
protezione) e di allontanamento dal dolore (stimoli dannosi, stimoli eccessivi,
pericoli), così le nostre emozioni fondamentali registrano le stesse due
tendenze opposte, preferenza e avversione” (Boadella, Liss, 1986). Sappiamo
ormai in ogni caso che anche le emozioni “negative” hanno una loro
funzionalità, e quindi è molto importante non reprimerle ma saperle esprimere
soprattutto se in un contesto adeguato, altrimenti ci può essere l’insorgere di
diversi disturbi.
Dice a questo
proposito Alexander Lowen: “La desensibilizzazione di una parte del corpo ha un
effetto sul suo funzionamento generale. Ogni zona che diviene desensibilizzata
riduce la vitalità dell’intero organismo. Limita, in una certa misura, la
motilità naturale del corpo e agisce come elemento limitante nei confronti
della funzione della respirazione. In tal modo fa diminuire il livello
energetico dell’organismo e indebolisce tutta la formazione degli impulsi. In
situazioni nelle quali l’espressione di un impulso potrebbe evocare una
minaccia da parte dell’ambiente nei confronti del bambino, questi cercherà
consapevolmente di reprimere tale impulso. Otterrà questo facendo diminuire la
propria motilità e limitando la propria respirazione. Non muovendosi e
trattenendo il respiro si possono smorzare il desiderio e le sensazioni.
Infatti, in una disperata manovra per sopravvivere, si intorpidisce il corpo
intero. Se questa desensibilizzazione si spinge piuttosto in là, dà luogo alla
personalità schizoide…” (Lowen, 1980).
Anche Boadella precisa “Come l’attività motoria nella
lotta o nella fuga scarica le emozioni di rabbia e di paura e ristabilisce un
funzionamento piacevole, così il pianto è per l’uomo una valvola di sfogo
naturale per l’emozione della tristezza. Si è osservato saggiamente che non
dare sfogo alle lacrime in situazione di perdita impedisce il ritorno
all’attività piacevole (Boadella, Liss, 1986).
Le emozioni
inoltre possono essere classificate in “primarie”, o non riducibili, come la
“paura”, e “secondarie”, come la “vergogna”, infatti per descrivere
quest’ultima bisogna ricorrere a “paura”, “dispiacere”, mentre non c’è bisogno
di “vergogna” per descrivere la paura (Battacchi, Codispoti, 1992). Possiamo
identificarne inoltre alcune componenti fondamentali: risposte
fisiologiche, e in particolare quelle prodotte dall’attivazione dei sistemi
nervoso autonomo, endocrino e immunitario, che sono parzialmente percepibili
dal soggetto e dall’osservatore, risposte tonico-posturali (tensione,
rilassamento), risposte comportamentali (scappare, aggredire) o uno
stato di prontezza a metterli in atto, risposte espressive, in particolare
interessanti la mimica facciale, ma anche la tonalità o la modulazione
della voce, e infine esperienza emotiva o feeling (id., 1992).
Inoltre gli esperti distinguono fra emozione, umore e
temperamento, in cui l’emozione sarebbe la più transitoria e chiaramente
identificabile in rapporto alla causa che la scatena, mentre l’umore si
prolunga per ore o giorni interi ed è meno facile da riconoscere, e il
temperamento sarebbe fondato su fattori genetici, per cui in genere dobbiamo
tenercelo per tutta vita (anche se certamente alcune modificazioni sono sempre
possibili).
Ogni emozione ha un ruolo unico, come spiega bene Daniel Goleman: “Quando siamo in collera, il sangue affluisce alle mani e questo rende più facile afferrare un’arma o sferrare un pugno all’avversario, la frequenza cardiaca aumenta e una scarica di ormoni fra i quali l’adrenalina, genera un impulso di energia abbastanza forte da permettere un’azione vigorosa. Se abbiamo paura, il sangue fluisce verso i grandi muscoli scheletrici, ad esempio quelli delle gambe, rendendo così più facile la fuga e al tempo stesso facendo impallidire il volto, momentaneamente meno irrorato…Nella felicità, uno dei principali cambiamenti biologici sta nella maggior attività di un centro cerebrale che inibisce i sentimenti negativi e aumenta la disponibilità di energia, insieme all’inibizione di centri che generano pensieri angosciosi…L’amore, i sentimenti di tenerezza e la soddisfazione sessuale comportano il risveglio del sistema parasimpatico; in altre parole, si tratta della mobilitazione opposta a quella che abbiamo visto nella reazione di “combattimento o fuga” tipica della paura e della collera…Nella sorpresa il sollevamento delle sopracciglia consente di avere una visuale più ampia e di far arrivare più luce sulla retina… In tutto il mondo l’espressione di disgusto è la stessa, e invia il medesimo messaggio: qualcosa offende il gusto o l’olfatto, anche metaforicamente…La tristezza ha la funzione fondamentale di farci adeguare a una perdita significativa, ad esempio una grande delusione o la morte di qualcuno che ci era particolarmente vicino…essa comporta una caduta di energia ed entusiasmo verso le attività della vita…La chiusura in sé stessi che accompagna la tristezza ci dà l’opportunità di elaborare il lutto per una perdita o per una speranza frustrata, di comprendere le conseguenze di tali eventi nella nostra vita e, quando le energie ritornano, di essere pronti per nuovi progetti. Può darsi che un tempo questa caduta di energia servisse a tener i primi esseri umani vicino ai loro rifugi (e quindi al sicuro) quando erano tristi e perciò più vulnerabili (Goleman, 1996).
Anche F. Perls ribadisce l’importanza delle emozioni e il loro collegamento con il corpo: “In effetti, benché la psichiatria moderna tratti le emozioni come un sovrappiù fastidioso da dover scaricare, esse sono in realtà il nocciolo stesso della nostra vita. Possiamo teorizzare e interpretare le emozioni come vogliamo, ma è uno spreco di tempo. Infatti le emozioni sono il linguaggio stesso dell’organismo; modificano l’eccitazione basilare a seconda della situazione da affrontare. L’eccitazione viene trasformata in emozioni specifiche, e le emozioni vengono trasformate in azioni sensoriali e motorie. Le emozioni producono le cariche energetiche e mobilitano i modi e mezzi per soddisfare i bisogni (Perls, 1977).
La più antica teoria
sulle emozioni, da un punto di vista psicofisiologico, è quella di William
James e F. A. Lange, due psicologi che, indipendentemente l’uno dall’altro, la
formularono alla fine del 1800. Questi autori ipotizzarono che l’emozione fosse
la percezione delle variazioni somatiche provocate da stimoli particolari.
L’emozione, dunque, dipenderebbe dall’esperienza dei cambiamenti fisiologici
che si verificano in seguito a un impulso esterno: quando percepiamo questo
stimolo, subiamo delle alterazioni periferiche nel nostro organismo, che hanno
un effetto di ritorno sulla nostra psiche.In pratica se piangiamo non è perché
siamo tristi, ma siamo tristi perché piangiamo. La teoria non sopravvisse però
alle critiche ed agli accertamenti sperimentali.
Nel 1927 Cannon e
Bard (cit. in Anolli ed al., 1996) assegnarono al sistema nervoso
centrale un ruolo fondamentale nel meccanismo dell’emozione, secondo questi,
invece, le modificazioni viscerali non sono rilevanti ai fini dell’esperienza
emotiva, ma servono a preparare l’organismo ad affrontare la situazione di
emergenza che ha innescato la risposta emozionale. Questo fu confermato soprattutto
dal fatto che animali cui erano separati chirurgicamente i visceri dal sistema
nervoso centrale potessero lo stesso continuare a produrre risposte emozionali.
Stanley Schachter (id., 1996) negli anni ’60
suggerì invece che gli individui interpretano l’attivazione fisiologica in
rapporto agli stimoli che la suscitano, alle situazioni ambientali e ai loro
stati cognitivi. Secondo tale ipotesi, un’emozione dunque non è inesorabilmente
guidata dall’attività fisiologica, ma viene interpretata nel contesto delle
proprie conoscenze ed esperienze. Famoso fu il fantasioso esperimento condotto
nel 1962 dallo stesso Schachter e da Singer.
In realtà non è vero
che “abbiamo paura perché scappiamo via”, non è soltanto vero che “scappiamo
perché abbiamo paura”, ne è soltanto vero che abbiamo paura e scappiamo tutte
le volte che si realizza la concomitanza di un alto livello di eccitazione e
degli stimoli esterni che suggeriscono di fuggire.
Tutte e tre le teorie, comunque, hanno
contribuito in vari modi all’acquisizione di maggiore conoscenza. Tomkins (cit.
in Legrenzi, 1994) e i suoi allievi Izard ed Ekman hanno di nuovo sottolineato
l’importanza delle determinanti somatiche nelle emozioni. Altri autori come
Lazarus e Wiener mettono in rilievo come le valutazioni cognitive e le
attribuzioni di significato tra la persona e l’ambiente svolgono un grosso
ruolo nella determinazione delle diverse emozioni. Altri infine come Leventhal
e Scherer avanzano proposte che prefigurano la possibilità di vedere come i
vari punti di vista possano essere integrati se visti come diversi livelli di
analisi. Essi propongono un modello gerarchico-evolutivo secondo cui l’emozione
è una costruzione alla quale concorrono diverse componenti, percettivo-motorie
e valutative, ordinate gerarchicamente secondo livelli di articolazione e
complessità crescenti con il progredire dello sviluppo.
Vediamo dunque come
siano necessari dei modelli capaci di conciliare la multicausalità e
multicomponenzialità dei vari fattori che concorrono a definire le varie
manifestazioni emotive.
Per capire meglio la
grande influenza delle emozioni sulla mente razionale, e per capire come mai il
sentimento e la ragione entrino in conflitto facilmente, dobbiamo considerare
il modo in cui si è evoluto il cervello umano. Secondo l’ipotesi di Paul
MacLean (cit. in Trombini, Baldoni, 1999), a cui oggi viene dato molto
rilievo, il cervello può essere suddiviso in tre parti stratificate una sopra
l’altra.
La parte più primitiva del cervello è la più
interna, costituita dal tronco encefalico, che l’uomo ha in comune con tutte le
specie dotate del sistema nervoso relativamente sviluppato, e corrisponderebbe
filogeneticamente alla parte più antica che fu denominata “cervello dei
rettili” perché in essi avrebbe fatto la sua prima comparsa. Essa regola
funzioni vegetative fondamentali come il respiro, l’attività cardiaca e il
metabolismo degli altri organi.
La zona cerebrale
intermedia, posta tra il tronco e i due emisferi, è costituita da una serie di
strutture strettamente collegate dal punto di vista anatomo-fisiologico
(amigdala, ippocampo, setto, area cingolare, nucleo dorso-mediale, corpo
mamillare) che nel loro complesso prendono il nome di “sistema limbico” (dal
latino “limbus”, che significa “anello”). Esso ha importanti connessioni con
l’ipotalamo e attraverso di esso con il sistema nervoso autonomo ed endocrino.
Inoltre è strettamente collegato anche con la corteccia cerebrale, responsabile
dell’elaborazione cognitiva, ed in particolare con la corteccia prefrontale, svolgendo
una funzione fondamentale nella percezione ed espressione delle emozioni.
Il sistema limbico corrisponderebbe, secondo
MacLean, al cervello sviluppatosi nei primi mammiferi e svolgerebbe un ruolo
importante non solo nel controllo delle funzioni vegetative e nell’elaborazione
delle emozioni, ma anche nelle funzioni di autoconservazione e conservazione
della specie. Quando si evolse, il sistema limbico perfezionò due strumenti
potenti: l’apprendimento e la memoria, ciò consentì ad un animale di essere più
intelligente nelle sue scelte per la sopravvivenza, e di regolare finemente le
proprie risposte in modo da adattarle ad esigenze mutevoli senza più dover
reagire in modo automatico e rigidamente invariabile.
La parte più esterna
del cervello, corrispondente alla “neocorteccia”, si sarebbe sviluppata
solo nei mammiferi superiori costituendo la struttura neuroanatomica per il
linguaggio verbale e per le attività cognitive compresi la coscienza, i
processi decisionali e la capacità di simbolizzazione. Nel corso
dell’evoluzione la neocorteccia permise una regolazione fine che senza dubbio
comportò enormi vantaggi per la sopravvivenza. Infatti, sebbene le strutture
limbiche siano ritenute alla base delle emozioni, solo l’aggiunta della
neocorteccia e delle sue connessioni con il sistema limbico possono permettere
il legame affettivo madre-figlio, cioè quel sentimento che rende possibile lo
sviluppo umano rappresentando la base dell’unità familiare. Questo lo si può
notare bene grazie all’osservazione del fatto che nelle specie prive di
neocorteccia, come i rettili, manca l’affetto materno, in quanto quando i
piccoli escono dall’uovo devono nascondersi per non essere divorati dai loro
genitori.
Inoltre quanto più grande è il numero delle
connessioni cerebrali, tanto più ampia è la gamma delle possibili risposte.
Il ruolo più importante per quanto riguarda le emozioni quindi, lo svolge il sistema limbico e in particolar modo il gruppo di strutture connesse e raggruppate sotto il nome di “amigdala” (termine derivante dalla parola greca che significa “mandorla”). Goleman riporta il caso di un giovane al quale era stata rimossa chirurgicamente l’amigdala per controllare gravi attacchi epilettici cui era soggetto, il quale dopo questo intervento perse completamente ogni interesse per le persone, e preferiva starsene seduto da solo senza avere alcun contatto umano. E sebbene potesse conversare, non riconosceva più amici, parenti, e nemmeno sua madre, rimanendo completamente indifferente (Goleman, 1996).
E’ stato Joseph Le Doux, considerato uno dei più grandi studiosi di neurobiologia il primo a scoprire l’importanza dell’amigdala nel cervello emozionale: “L’amigdala è come il mozzo di una ruota. Riceve segnali di basso livello da regioni del talamo (dedicate ad uno dei sensi), informazioni di livello superiore dalla corteccia (dedicata ad uno dei sensi) e informazioni di livello ancora superiore (indipendenti) dai sensi sulla situazione generale dall’ippocampo. Attraverso queste connessioni, è in grado di elaborare l’importanza emotiva di stimoli individuali e anche di situazioni complesse. L’amigdala è coinvolta nella valutazione del significato emotivo: è lì insomma che gli stimoli d’innesco agiscono” (LeDoux, 1999, p.175). Mentre l’amigdala lavora per scatenare una reazione ansiosa e impulsiva, altre aree del cervello emozionale si adoperano per produrre una risposta correttiva, più consona alla situazione.
Un ruolo importante, è svolto dai lobi prefrontali, e cioè quello di controllare e gestire più efficacemente la situazione emozionale. Quando si scatena un’emozione, nel giro di qualche istante i lobi prefrontali eseguono la reazione che ritengono migliore fra una miriade di possibilità, in base al criterio del rapporto rischio/beneficio. Sia in caso di resezione dell’amigdala, che in assenza di elaborazione da parte dei lobi prefrontali, gran parte della vita emotiva viene meno.
Quando abbiamo delle reazioni esagerate, quando “si perde la testa”, accadono ciò che Goleman chiama “sequestri emozionali”. Come lui stesso dice essi “…Comportano presumibilmente due dinamiche: da un lato, lo scatenamento dell’amigdala e dall’altro la mancata attivazione dei processi neocorticali che solitamente mantengono un equilibrio delle risposte emozionali… Le emozioni allora sono molto importanti ai fini della razionalità” (Goleman, 1996).
I principali sintomi delle paure apprese, compresi quelli del “disturbo post traumatico da stress”, si spiegano considerando le alterazioni che avvengono nei circuiti del sistema limbico concentrati ancora una volta in modo particolare nell’amigdala. Alcune delle alterazioni più importanti hanno luogo anche nel locus ceruleus, struttura che regola la secrezione cerebrale delle catecolamine ossia dell’adrenalina e della noradrenalina. Questi due neurotrasmettitori mobilitano l’organismo preparandolo all’emergenza; inoltre queste sostanze fanno sì che i ricordi si imprimano nella memoria con particolare intensità.
Nei pazienti con “disturbo post traumatico da stress” questo sistema diventa iperreattivo, secernendo dosi eccezionalmente elevate di catecolamine in risposta a situazioni che in realtà comportano minacce insignificanti ma che in qualche modo ricordano il trauma originale. Altre modificazioni hanno luogo nel circuito che collega il sistema limbico alla ghiandola pituitaria, struttura che regola la liberazione del CRF ossia del principale ormone dello stress. Una terza serie di alterazioni avviene a livello del sistema degli oppiacei, ossia nelle strutture che secernono le endorfine per attutire la sensazione del dolore.
J. LeDoux ipotizza che una volta che il sistema emozionale impari qualcosa, sembra che non la dimentichi più, quel che la terapia riesce ad insegnare è come controllarlo, insegna alla neocorteccia come inibire l’amigdala. L’inclinazione all’atto viene così soppressa, mentre l’emozione fondamentale rimane in forma attenuata. Esprimendo a parole e sentimenti le sensazioni fisiche, probabilmente i ricordi vengono riportati sotto il controllo della neocorteccia, dove le reazioni che essi scatenano possono essere più comprensibili e per tanto più facilmente gestibili. A questo punto, ci può essere un riapprendimento emozionale che viene effettuato in larga misura rivedendo gli eventi e le emozioni ad essi legate, ma stavolta in un ambiente sicuro, in compagnia del terapeuta di fiducia.
È interessante a questo punto il fatto che alcune persone sono spontaneamente allegre, mentre altre sono cupe e malinconiche. Gli studi dello psicologo Richard Davidson (cit. in Goleman, 1996) hanno messo in luce come le persone con una maggiore attività del lobo frontale sinistro siano allegre per temperamento, mentre gli individui con un’attività maggiore a livello del lobo frontale destro, invece, sono più propensi alle negatività e vengono facilmente turbati dalle difficoltà della vita.
Altri studi
hanno indicato l’amigdala e le sue connessioni con le aree associative della
corteccia visiva come parte di un circuito cerebrale fondamentale per l’empatia,
capacità molto importante nelle relazioni sociali e quindi soprattutto in
psicologia clinica, dove risulta fondamentale comprendere esattamente ciò che
vuol comunicare il paziente, e capire come realmente si sente. Come riporta
Goleman (1996) “L’empatia si basa sull’autoconsapevolezza; quanto più
aperti siamo verso le nostre emozioni, tanto più abili saremo anche nel leggere
i sentimenti altrui…quando le parole di un individuo non sono in armonia con
quanto egli comunica con il tono di voce, i gesti o altri canali non
verbali, la verità va ricercata nel come quell’individuo sta
comunicando, non tanto in ciò che dice”. Nel Libro L’esperienza del
corpo Favaretti Camposampiero ed al. (1998) affermano che “L’orientamento
empatico della sensibilità del terapeuta si basa su un atteggiamento di
recettività conscia e inconscia nei confronti del mondo del paziente, del suo
ambiente interno/esterno, dei suoi oggetti/sé, ma tutto ciò come via o
mezzo per sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda affettiva del paziente e
immedesimarsi con l’Io del paziente, con il soggetto-paziente, rimanendo
contemporaneamente in contatto con la propria dimensione affettiva”. Sulla base
di queste affermazioni, personalmente ritengo che si possa affermare che ci sia
un “contatto empatico” ogni volta che una persona, in una interazione con un
altro soggetto, vede, vive, sente il mondo con gli occhi dell’altro.
Un altro circuito
fondamentale comprende il nervo vago, che non si limita a regolare la funzione
del cuore e di altri organi, ma trasmette i segnali provenienti delle ghiandole
surrenali all’amigdala, preparandola a secernere le catecolamine che scatenano
la risposta di combattimento o fuga. Un gruppo di studiosi della University of
Washington scoprì che il fatto stesso di avere genitori capaci dal punto di
vista emozionale favoriva un miglioramento della funzione vagale nei loro
figli.
Recentemente, quindi, gli studi sulla biochimica del cervello stanno consentendo sempre più di individuare rapporti abbastanza definiti tra stati di coscienza e reazioni chimiche del sistema nervoso centrale.
Le emozioni, modulano di continuo ciò che noi
sperimentiamo come “realtà”, poiché la scelta delle informazioni sensoriali che
arriverà al cervello per essere filtrate, dipende dai segnali che i recettori
ricevono dai peptidi (lunghe catene di aminoacidi). Man mano che la ricerca
progredisce, infatti, si vede come anche il ruolo dei peptidi non si limita ad
ottenere azioni semplici ed isolate da singole cellule ed apparati, quanto
quello di collegare tutti gli apparati nell’organismo in una rete unica che
reagisce ai cambiamenti, interni o esterni che siano, con modificazioni
complesse e orchestrate in modo sottile.
A questo
proposito dice Pert: “Se accettiamo l’idea che i peptidi e le altre sostanze
informazionali siano la base biochimica delle emozioni, la loro distribuzione
nel sistema nervoso ha una portata estremamente vasta, che Sigmund Freud se
fosse ancora vivo, sarebbe ben lieto di mettere in risalto come la conferma
molecolare delle sue teorie. Il corpo si identifica con l’inconscio! I traumi
repressi causati da una sovrabbondanza di emozioni possono restare
immagazzinati in una parte del corpo, influenzando in seguito la nostra
capacità di percepire quella parte o addirittura di muoverla. Le nuove ricerche
in corso suggeriscono l’esistenza di un numero quasi illimitato di vie
attraverso le quali la mente cosciente può accedere all’inconscio e al corpo, e
modificarlo, oltre a fornire una spiegazione per un certo numero di fenomeni
sui quali i teorici delle emozioni stanno ancora meditando” (Pert, 2000,
p.167).
Il livello di attivazione o di eccitazione
dell’organismo può fluttuare tra valori estremamente bassi, che si registrano
quando l’ambiente è tranquillo, a valori molto alti, come nel caso di tensione
o paura dovuta qualche minaccia incombente.
Le
modificazioni fisiologiche iniziano con l’attivazione dell’ipotalamo, che
comincia a secernere CRH con la conseguente liberazione da parte dell’ipofisi
di ormone adrenocorticotropo (ACTH). Comincia così una reazione ormonale a
catena: la corteccia surrenale secerne il cortisolo, che stimola il metabolismo
delle proteine e degli zuccheri per una maggiore produzione di energia (il
glicogeno, infatti si trasforma rapidamente in glucosio e vengono demoliti i
grassi depositati nel tessuto adiposo) e l’adrenalina, che agisce sul sistema
nervoso simpatico. I vasi sanguigni che irrorano la muscolatura si dilatano,
facendo affluire una maggiore quantità di sangue, che porta con sé ossigeno e
altri materiali necessari per liberare ulteriore energia, mentre si stringono
quelli dei visceri che in una situazione di allarme non hanno funzione
importante da svolgere. Il cuore aumenta la forza di contrazione e la frequenza
del battito, il ritmo respiratorio si fa più veloce per permettere una migliore
ossigenazione e migliora la coagulabilità del sangue in caso di ferite.
Gli ultimi studi inoltre dimostrano come una
significativa stimolazione emozionale sia associata con una netta attivazione
del sistema degli oppioidi endogeni come avviene nella “analgesia da stress”
riportata negli animali.
Altri studi
controllati condotti ad Atlanta su animali di laboratorio, dimostrano come
questi, sottoposti a separazione precoce dai propri genitori, sviluppino una
aumentata quantità di recettori per il CRH (rispetto ai non separati), che può
portare più facilmente a una maggiore attivazione dell’asse
ipotalamo-ipofisi-surrene. Traumi infantili quindi possono portare alterazioni
neuroendocrine specifiche (naturalmente bisogna sempre tenere conto del
concetto di multifattorialità causale degli eventi) che possono predisporre
l’essere umano a particolari problemi come quello della depressione, queste
persone infatti, hanno molte più difficoltà ad affrontare eventi di separazione
significativi che purtroppo un essere umano deve affrontare durante la vita.
Vediamo quindi
come emozioni violente tanto da divenire “traumi” possano condizionare la vita
di una persona, e ciò è particolarmente vero fin dall’infanzia, dove i
meccanismi di difesa del bimbo non hanno la capacità di supportare
un’elaborazione degli eventi che invece può essere più funzionale in un adulto.
D’altro canto, si è visto che determinati pensieri o emozioni oltre ad avere la
capacità di portare a produrre il nostro corpo le cosiddette “endorfine”
possono fare in modo che il corpo produca da solo delle sostanze che si legano
ai recettori delle benzodiazepine (avendo così un’altrettanto efficace funzione
ansiolitica), chiamate “neurosteroidi”.
Sappiamo
inoltre che il sistema immunitario, così come il sistema nervoso centrale, è
dotato di memoria e capacità di apprendimento; sembra che sia stato (cit.
in Goleman, 1996) lo psicologo Robert Ader per primo a scoprire che anche il
sistema immunitario, proprio come il cervello, era capace di apprendere
(scoperta effettuata nel 1974 alla School of Medicine and Dentistry della
Rochester University) grazie ad un esperimento sui ratti. Un suo collega, David
Felten osservò che le emozioni hanno un effetto potente sul sistema nervoso
autonomo, che a sua volta regola le funzioni più disparate, dalla quantità di
insulina secreta dal pancreas, al livello della pressione ematica. Assieme alla
moglie ed altri colleghi, in alcuni studi di microscopia elettronica, Felten
individuò il punto in corrispondenza del quale il sistema nervoso autonomo
comunica direttamente con linfociti e macrofagi (ossia le cellule del sistema
immunitario), rappresentato da strutture simili a sinapsi. Un’altra
fondamentale via di collegamento fra emozioni e sistema immunitario si esplica
nell’influenza esercitata dagli ormoni liberati in condizioni di stress.
Afferma De
Luca: “Le emozioni non sono mai creazioni interne cerebrali o disincarnate. Il
nostro organismo comprende infatti diversi bisogni, strutture e livelli. Il
livello fisiologico costituisce l’impalcatura più elementare e primaria su cui
impariamo a costruire gradualmente l’intera esperienza della nostra vita.
Ciascuna emozione o pensiero, per quanto lontana o distaccata dal contesto
corporeo, si inserisce sempre in un ciclo di bisogni, di impulsi e di mete
racchiuse nella funzionalità complessiva dell’organismo. In tal modo possiamo
descrivere tutte le emozioni come la gioia, la tristezza, la rabbia o il
risentimento come altrettante reazioni concomitanti con l’impalcatura
coordinata dei nostri organi fisici: il cuore, il fegato, i polmoni e i sistemi
muscolare e circolatorio, che presiedono ad ogni possibile attività psichica”
(De Luca, 1995).
Molto interessanti a questo proposito sono anche gli
studi di Herbert Benson alla Harvard medical school; riporto qui di seguito il
resoconto relativo ad un suo esperimento:
“Facemmo
venire in laboratorio praticanti di meditazione in perfetta salute, e
applicammo strumenti come cateteri intravenosi, cateteri intra-arteriali,
elettrodi per misurare la frequenza e il ritmo cardiaco, e elettrodi per
misurare le onde cerebrali, e maschere per analizzare il respiro in modo da
poter misurare il metabolismo. Poi, li facemmo sedere per un’ora intera prima
dell’inizio delle misurazioni. L’esperimento era diviso in tre periodi. C’era
un periodo pre-meditativo, un periodo di effettiva meditazione e
uno di post-meditazione, della durata di venti minuti ciascuno. Dopo
avere preso le misurazioni iniziali per i primi venti minuti del periodo pre-meditativo,
venne chiesto ai soggetti di meditare. Osservandoli non si notava alcun
mutamento nella loro attività, nessun cambiamento di posizione, semplicemente
essi mutavano il contenuto dei loro pensieri. Usavano la loro mente in modo
diverso. Mentre lo facevano noi continuammo a misurare i cambiamenti
fisiologici per i seguenti venti minuti del periodo meditativo. Alla fine di
questo periodo chiedemmo loro di riprendere a pensare in modo normale e ancora
una volta essi mutarono modo di pensare. Vi furono notevoli fluttuazioni nel consumo
di ossigeno, che è il termine medico per definire il metabolismo. In altre
parole, il consumo globale della loro energia e del loro metabolismo diminuiva
del 16 e 17 per cento con il solo processo del cambiamento di modo di
pensare…Paragonabili ai mutamenti nel consumo di ossigeno furono i cambiamenti
nell’eliminazione del biossido di carbonio, che è il prodotto di scarto del
metabolismo. Questi soggetti facevano calare realmente il loro metabolismo e
per mezzo della meditazione consumavano una minore quantità di energia
corporea. Anche la frequenza del loro respiro diminuiva dai 13, 14 atti
inspiratori per minuto a 10 o 11 per minuto, solo mutando modo di pensare…Non
ci fu nessun mutamento nel PO2, cioè nella concentrazione di ossigeno nel
sangue. Le cellule ricevevano carburante a sufficienza, cioè ossigeno;
semplicemente ne consumavano di meno…Quando si ripresentavano i pensieri
normali, c’era un ritorno al metabolismo ordinario…inoltre le onde cerebrali
erano leggermente differenti da quelle che si registrano durante il sonno.
Crediamo che ciò che avveniva durante la meditazione fosse una reazione
direttamente opposta alla reazione di stress…Che abbiamo chiamato “reazione di
rilassamento” (Benson et al., 1993, pp. 59-61).
Queste nuove ricerche sono molto importanti e aprono
nuovi orizzonti, tanto più che ormai le conferme sono numerose grazie anche ai
nuovi strumenti che la scienza mette disposizione dei ricercatori.
Sostiene
Pert: “La respirazione controllata, ossia la tecnica adottata tanto dai maestri
di yoga quanto dalle partorienti, è estremamente potente. Esiste una quantità
di dati da cui risulta che i cambiamenti nel ritmo e nella profondità della
respirazione producono cambiamenti nella quantità e nella specie di peptidi che
vengono rilasciati dal midollo allungato, e viceversa. Portando questo processo
a livello di coscienza e facendo qualcosa per alterarlo, o trattenendo il fiato
o respirando molto in fretta, si ottiene che i peptidi si diffondono in tutto
il liquido cerebrospinale nel tentativo di ristabilire l’omeostasi, ossia il
meccanismo che serve a ristabilire e mantenere l’equilibrio. E siccome molti di
questi peptidi sono endorfine, cioè oppiacei naturali del corpo, insieme con
altre specie di sostanze che alleviano il dolore, si ottiene ben presto una
diminuzione del dolore…Il legame peptidi-respirazione è ben documentato: in
pratica tutti i peptidi che si trovano nell’organismo sono presenti
nell’apparato respiratorio. Questo substrato peptidico può fornire la
spiegazione scientifica dei potenti effetti risanatori degli schemi di
respirazione controllati in modo cosciente” (Pert, 2000, p.223).
Quando lo stress impedisce alle molecole dell’emozione
di fluire liberamente dove ce n’è bisogno, i processi in gran parte automatici
che sono regolati dal flusso dei peptidi, come il respiro, la circolazione del
sangue, l’immunità, la digestione e l’eliminazione delle scorie, si riducono a
pochi e semplici circuiti di feedback sconvolgendo la normale reattività legata
al processo risanatore.
Praticando
determinate tecniche di respirazione quindi, come appunto il “rebirthing”, si
può consentire a pensieri, sensazioni, emozioni sepolte da tempo di risalire a
galla, rimettendo in circolazione i peptidi, e riportando il corpo e le
emozioni alla salute. Come afferma Falzoni “Il rapporto tra respirazione ed
emozioni represse appare chiarissimo quando vediamo che una persona, tesa e
contratta durante le prime fasi del rebirthing, si libera istantaneamente da
ogni rigidità, e da ogni altro sintomo che verrebbe solitamente considerato
tetania, non appena si lascia andare ed entra in contatto cosciente con
emozioni represse” (Falzoni, 1996).
Vorrei concludere questo capitolo con ciò che
suggerisce ancora Pert “La tendenza ad ignorare le emozioni fa parte di un
pensiero ormai superato, è un residuo del paradigma ancora dominante che ci
spinge a concentrarsi sul livello materiale della salute, sul suo aspetto
fisico. Eppure le emozioni sono l’elemento chiave nella cura di se stessi,
perché consentono di partecipare al dialogo corpo/mente. Entrando in contatto
con le nostre emozioni, ascoltandole e indirizzandole grazie alla rete
psicosomatica, riusciamo ad ottenere l’accesso alla saggezza risanatrice che
rientra nei diritti biologici naturali di tutti noi” (Pert, 2000).
Credo quindi che oramai sia molto difficile mettere in
dubbio l’importanza delle emozioni e la loro influenza sulla nostra vita
psicofisica, ecco perché allora possono essere importanti metodi come il
rebirthing che attraverso determinati “schemi di respirazione” possono
permettere il riappropriarci di emozioni sepolte che rischiano altrimenti di
guidare il nostro comportamento in modo inconscio e automatico.
CAPITOLO
SECONDO: LA PSICOLOGIA CLINICA E LA
RELAZIONE MENTE-CORPO-EMOZIONI, LO SPECIFICO DEL REBIRTHING
La psicoterapia corporea come area teorico-clinica si è sviluppata,
attraverso un insieme complesso di esperienze, di studi, di movimenti, e si
caratterizza non solo per le tecniche corporee, ma per il caratteristico
sistema teorico che legge nei termini mente/corpo, lo sviluppo evolutivo, la
configurazione e le alterazioni patologiche di individui, famiglie, gruppi.
Il problema
mente-corpo, ha origini antiche, tanto che si può far risalire alla
disgiunzione platonica tra “corporeo” e “ideale”. Come riporta Favaretti
Camposampiero (1998), i termini psiche e soma sono già presenti in Omero ma con
un significato diverso da quello che assegnerà loro Platone. Omero, infatti,
con la parola “soma”, indica solamente il corpo esanime, il cadavere, non il
corpo vivente, che viene invece espresso facendo riferimento all’aspetto e alla
funzione per cui lo si chiama in causa:
démas (la figura del corpo), chrìos (la pelle come superficie del
corpo, derma (la pelle come rivestimento staccabile dal resto del
corpo), mélea (le membra). Interessante anche il fatto che per Omero la
parola “psiche” è tanto connessa alla corporeità da significare
etimologicamente “respiro”.
Aristotele imposta il
problema dell’anima in termini “biologici”, cioè di vita (Bìos) e perciò la
definisce “qualcosa del corpo”, stabilendo così che la vera differenza di
natura non è come aveva detto Platone tra l’anima e il corpo ma come aveva
detto Omero tra il corpo vivente e il cadavere ridotto a cosa.
Cartesio distinguendo
res cogitans e res extensa sottrarrà l’anima, considerata come
puro intelletto, ad ogni influenza corporea. Appoggiandosi sul vecchio
paradigma della scissione tra materia e pensiero, Kant proseguirà nella stessa
direzione svalorizzando il mondo degli istinti, delle emozioni, e delle
sensazioni corporee.
Si può citare infine
lo sforzo di Nietzsche per ricostruire una nuova unità: “ Corpo sono io ed
anima, così parla il fanciullo. E perché non si deve parlare come i fanciulli?
Ma il risvegliato, colui che sa, dice: ‘Io sono tutto e intero corpo e
null’altro; e anima è solo una parola per denominare qualcosa del corpo’. Il
corpo è una grande ragione, una pluralità con un solo senso, una guerra e una
pace, un gregge e un pastore. Anche la tua piccola ragione che tu chiami
‘spirito’ è strumento del tuo corpo, fratello mio, un piccolo strumento e
giocattolo della tua grande ragione” (Nietzsche, 1994).
Per quanto riguarda il campo della
psicologia, il problema mente-corpo-emozioni in realtà si è, in un certo qual
modo, distinto fin dai tempi di Freud, quando il concetto di “conversione” gli
permise, almeno sotto certi punti di vista, di spiegare quel “misterioso salto
dallo psichico al somatico”. Egli infatti pur essendosi formato in un ambiente
culturale profondamente segnato dalla dicotomia mente-corpo, mostrò un notevole
disagio a proposito, in quanto quella concezione contrastava notevolmente con
la sua esperienza personale con i pazienti.
Già dalle sue formulazioni,
infatti, si era cominciata a delineare la necessità di uno studio dei
funzionamenti psichici che tenesse conto dei processi corporei. In Freud questo
aspetto si presentava, in accordo con il modello della scienza del tempo, come
“biologismo”, nella sua teoria delle pulsioni. Con l’elaborazione della teoria
della libido e le conseguenti ipotesi sullo sviluppo delle nevrosi, Freud ha
proposto un modello che integra aspetti somatici, psichici e sociali e in cui è
presentata in modo convincente la possibilità che disturbi fisici si
manifestino come conseguenza di eventi psicologici.
Il corpo però, è presente anche all’interno
della relazione terapeutica, nei suoi processi di comunicazione, anche se
l’attenzione si rivolge solo agli aspetti verbali, simbolici, fantasmatici. Il
corpo esiste nei silenzi, nel tono di voce, nelle posizioni che il terapeuta
assume rispetto al paziente nel setting, nei movimenti. Con il corpo si parla e
si agisce anche se in modo implicito o inconsapevole.
L’interesse per il corporeo è sempre stato
vivo, e ha spinto numerosi ricercatori ad affacciarsi su questo vasto e
affascinante spazio.
Come riporta Downing
(1995), ci fu un periodo in cui Freud faceva massaggi ai pazienti. La cosa non
è strana se la riportiamo al fatto che sul finire del XIX secolo, alle persone
sofferenti di “crisi di nervi”, era spesso prescritta una “cura di riposo”. Ciò
poteva significare un soggiorno in una stazione termale, qualche giorno di
inattività e di solito frequenti massaggi. Siccome questo lavoro manuale poteva
essere fatto dallo stesso medico curante, Freud non fece che attenersi ad una
procedura comune in quel tempo.
Curiosamente, la
psicoanalisi vera e propria ebbe forse inizio proprio durante un massaggio.
Nella prima seduta in cui saggiava la tecnica delle associazioni libere, Freud
massaggiò la paziente per tutto il tempo, e contemporaneamente com’era sua
abitudine effettuò la terapia verbale, ma questa volta invece di lavorare con
l’ipnosi come aveva fatto in precedenza, decise di lasciare che la paziente
associasse liberamente, raggiungendo ottimi risultati.
Le ipotesi di Freud
sullo sviluppo delle nevrosi, inoltre, ebbero una grande influenza sui primi
psicoanalisti che si occuparono di psicosomatica.
Una di queste
singolari figure è Georg W. Groddeck, noto per il suo Il libro dell’ES (Groddeck, 1990), ma meno conosciuto
come psicoterapeuta corporeo.
Già prima di conoscere la psicoanalisi
Groddeck praticava massaggi ai suoi pazienti nella sua clinica a Baden Baden .
Egli inoltre organizzava direttamente tutta la giornata dei propri clienti,
oltre ai massaggi, programmava la loro alimentazione e si intratteneva con loro
in lunghe conversazioni, vediamo quindi come egli già capisse l’efficacia di
entrambe le tecniche, fisica e verbale, elaborando una modalità terapeutica in
cui erano usate congiuntamente. Attraverso questo modo di operare raggiunse
ottimi risultati, tanto da procurarsi una certa fama nell’ambiente medico
dell’epoca.
Groddeck praticava un tipo di massaggio molto
profondo: attraverso una pressione fortissima delle mani e delle dita, cercava
di raggiungere gli strati più profondi del tessuto muscolare e connettivo,
qualcosa che oggi si potrebbe paragonare al tipo di lavoro che si esegue nel
Rolfing (Rolf, 1996), dove si effettua una manipolazione del sistema
miofasciale del corpo per correggere errori nell’allineamento, nell’equilibrio
e nella postura.
Questo tipo di massaggio aveva lo scopo di
ridurre la tensione muscolare cronica, e aiutare il paziente a superare gli
ostacoli che ne impedivano la normale respirazione. L’incontro con la
psicoanalisi lo porta a ricollegare la contrazione muscolare e respiratoria al
concetto di “rimozione” in senso freudiano. Per Groddeck l’inconscio si
identifica nel corpo. Interessante da parte sua l’introduzione di un concetto
per quei tempi nuovo e originale, quello di “difesa corporea”, che distingue in
tre tipi fondamentali: la prima è chiamata “controattivazione”, definibile come
un movimento generato in opposizione ad un movimento precedente; la seconda,
detta “contrattura muscolare cronica”, simile alla difesa precedente ma
statica, è una condizione muscolare abituale, quasi costante. Certi muscoli
della mascella, per esempio, possono rimanere in uno stato di tensione quasi
permanente per opporsi agli schemi motori che governano l’azione di mordere;
infine vi è “l’affievolirsi della respirazione” che è forse la difesa corporea
più distruttiva, i suoi effetti negativi, infatti, si diffondono a tutta
l’economia psichica.
Quando conosce gli
scritti di Freud, Groddeck dapprima li critica, ma poi se ne lascia convincere,
integrando i due approcci, fisico e verbale, che secondo lui non sono soltanto
compatibili, ma si rafforzano a vicenda.
Altro autore
importante è Sandor Ferenczi, che, nonostante non avesse mai praticato la
psicoterapia corporea, vi si avvicinò notevolmente, contribuendo a porre le
fondamenta per ciò che sarebbe stato sviluppato in seguito. Questo
interessamento avvenne soprattutto grazie anche alla grande amicizia che ebbe con
Groddeck.
Come riporta
Favaretti Camposampiero (1998), fin dai suoi primi scritti Ferenczi presta
molta attenzione alle manifestazioni somatiche dei pazienti, egli, infatti,
considera il soggetto come una persona sofferente, interagente con l’analista e
affettivamente influente su di esso, spostando così il baricentro dell’azione
terapeutica da una dimensione individuale ad una visione relazionale, nella
quale la relazione d’oggetto assume una posizione preminente. Egli riporta una
vasta casistica di manifestazioni somatiche comparse nei suoi pazienti durante
il trattamento: improvvisi mal di denti, parestesie alla lingua, sapore amaro
in bocca, pesantezza alla testa, temporaneo dolore cardiaco, sensazioni di
vertigine, caldo o freddo, sonnolenza, bisogno di urinare, ecc.
Questi sintomi se
approfonditi si rivelano come l’espressione somatica di impulsi affettivi e
intellettivi inconsci stimolati attraverso l’analisi. Nel “Diario clinico”
(Ferenczi, 1988) egli descrive come la fuga dal sentimento della noia possa
comportare un bisogno o coazione ad agire, fino ad arrivare a giocare in modo
distratto con gli organi del corpo per permettere a questi di agire. Viene
inoltre data importanza ai fenomeni olfattivi, evidenziando come l’intensità di
odori sgradevoli ha a che fare con l’odio e la rabbia rimossi.
È evidente allora lo
spontaneo interesse di Ferenczi per i processi corporei e il suo tentativo
continuo di annotarli e correrarli con lo stato psichico ed emotivo interno.
Ferenczi quindi,
aveva già cominciato a rivolgere l’attenzione (insolita, per quel tempo) a
postura, gesti, movimenti e intonazione della voce dei pazienti, convinto che
vi si celasse un qualche “segreto”. In seguito, giunse alla formulazione
dell’ipotesi che il paziente che presenta postura o movimenti insoliti sta
probabilmente evitando pensieri e associazioni importanti. Egli pensava perfino
di vedere in questi atteggiamenti una forma di masturbazione spostata in
cui il corpo era usato inconsciamente per una sorta di scarica.
Il movimento del
corpo quindi poteva essere interpretato come una specie di deragliamento con la
funzione di boicottare la terapia.
Da tutte queste riflessioni nacque la prima
versione di quella che egli chiamò “tecnica attiva”, che consisteva all’inizio
in realtà solo nel suggerire al paziente di reprimere un particolare movimento
o postura, per vedere poi quale materiale venisse alla coscienza. Dopo aver
conosciuto Groddeck, Ferenczi trasforma il suo modo di concepire la tecnica
attiva, non cerca più l’eliminazione del corpo dal processo terapeutico, ma
anzi il modo migliore per integrarlo nella terapia.
Così comincia ad incoraggiare i pazienti ad
acquisire una maggior consapevolezza dell’esperienza corporea, lasciando che il
corpo si muova liberamente se sentono che ciò sia necessario. I suoi interventi
sul corpo così, oltre a fornire informazioni importanti, provocano anche
prolungati intensi stati corporei regressivi da cui apprende molte cose, specie
sulla violenza sessuale.
Ferenczi pensa che certi aspetti della prima
infanzia si possano ritrovare solo attraverso il corpo, poiché nei primi anni
di vita non esistono organi di pensiero completamente formati, e quindi il
ricordo si imprime nel corpo, e solo lì è possibile risvegliarlo per riportarlo
alla coscienza.
Come riporta Downing (1995), una cosa
importante di cui comincia a rendersi conto Ferenczi, è che al paziente non
basta tornare semplicemente attraverso il lavoro regressivo ai primi conflitti,
alla prima ferita o alla prima rabbia. Un paziente potrebbe riesaminare più e
più volte il dolore precoce e in terapia queste esperienze potrebbero sembrare
profonde sia a lui, sia al terapeuta. Eppure, se non accade nient’altro, dopo
qualche tempo questi stati finiscono con l’apparire bloccati, incessantemente
ripetuti. Il loro indubbio potenziale di guarigione non viene realizzato
completamente. Occorre qualcosa di più, qualche altro passo
fondamentale, non sempre di facile individuazione.
Questo
è qualcosa che ho visto accadere anche con il rebirthing, che ha notevoli
capacità di far regredire il paziente ad esperienze traumatiche, ma che deve
naturalmente essere arricchito da una competenza adeguata ed intuitiva di un
terapeuta esperto, che abbia dalla sua parte un’esperienza teorica e pratica di
come si possano promuovere cambiamenti nella persona.
Altro autore che ha
contribuito a spostare l’attenzione sull’importanza del corpo in terapia è Paul
Schilder.
Il suo libro
“Immagine di sé e schema corporeo” (Schilder, 1990) scritto nel 1923 continua a
distanza di anni ad essere ritenuto molto interessante e carico di nuovi
sviluppi e ipotesi teoriche. Attraverso di esso Schilder cerca di comunicare
come l’immagine corporea sia una costruzione continua, mai stabile, che si
modifica attraverso imitazione, introiezione e proiezione e che per realizzarsi
ha bisogno dell’investimento da parte delle figure di riferimento. Forze
d’amore lo tengono insieme e forze d’odio lo disgregano. La nostra immagine del
corpo appunto è sempre variabile a seconda delle condizioni in cui ci troviamo,
molto importanti sono le prime esperienze infantili, ma le successive
esperienze potranno comunque modificare e cambiare ciò che già abbiamo
costruito, importantissimo è quindi lo sviluppo delle relazioni d’oggetto.
L’immagine corporea
comprende anche lo spazio esterno, integrando in essa anche degli oggetti, è
quindi qualcosa di più del limite fisico del nostro corpo. Schilder fa notare
inoltre come ci sia un interscambio continuo tra la nostra immagine e quella
degli altri, tutti proiettiamo delle nostre parti come introiettiamo parti
altrui in tutti gli ambienti in cui ci troviamo.
Anche gli oggetti che usiamo e che
manipoliamo (abiti, trucco, pettinatura, ecc.) venendo a contatto col nostro corpo
influenzano la nostra immagine corporea. Ogni immagine corporea costituita è
vissuta oltre che come contenitore anche come limite quindi in un certo qual
senso poi deve essere valicata, a questo proposito i travestimenti, la
ginnastica, lo sport, la danza possono essere utilizzati a questo scopo. In
questa maniera il vecchio schema rimane sullo sfondo e ne viene costruito uno
nuovo.
Un aspetto su cui
insiste molto Schilder è l’influenza della percezione vestibolare sull’immagine
corporea.
Egli mette in luce
che le modificazioni ella percezione del corpo sono in gran parte modificazioni
della percezione di una massa che pesa, e su questo hanno molta influenza le
eccitazioni dell’apparato vestibolare.
In determinate
situazioni, quindi, in cui è coinvolto questo apparato (ad esempio in salite e
discese con l’ascensore), si può verificare una eccitazione vestibolare che può
provocare una dissociazione dell’immagine corporea, infatti quando quest’ultima
si spezza proviamo un senso di nausea e vertigine (come quando abbiamo mal di
mare ad esempio).
Schilder riferisce
che i nevrotici, come pure molti soggetti normali, si lamentano spesso di avere
la sensazione che qualcosa si sia allentato nel loro corpo, l’apparato
vestibolare quindi secondo lui sembra avere una funzione primaria
nell’unificare le varie sensazioni che contribuiscono alla costruzione
dell’immagine corporea.
Nella costruzione
dell’immagine corporea quindi tutti i sensi partecipano, ma l’apparato
vestibolare ha una funzione fondamentale.
Altri aspetti
fondamentali che possiamo richiamare dalle tematiche di Schilder sono:
l’importanza decisiva dell’atteggiamento di familiari verso il corpo del
bambino e verso il loro stesso corpo; la connessione tra le carenze nella
conoscenza e nella rappresentazione del nostro corpo e le carenze conoscitive e
rappresentative in generale.
Infine si può rilevare come Schilder, in
definitiva, pone l’accento sull’importanza della qualità di relazione che il
soggetto e il suo stesso corpo intrattengono con tutti gli “oggetti”.
Chi più di tutti però
forse si concentrò maggiormente sull’influenza del corpo e delle emozioni ad
esso connesse fu Wilhelm Reich.
Come riporta Paolo
Cundo: “Occorre la riflessione di Wilhelm Reich e la sua analisi dell’armatura
caratteriale perché si riconosca nelle emozioni inespresse e, in generale, nei
movimenti trattenuti uno dei fondamenti dell’eziologia delle nevrosi e si
cominci a considerare l’ipotesi che la cura non necessiti solo di elaborazioni
trasmesse attraverso le parole, ma anche di un aiuto per arrivare all’effettivo
sblocco dei processi inibiti, e quindi di una sorta di allenamento all’azione
del pensiero, della parola e del gesto” (Cundo, 1997).
Allievo di Freud, in
quanto nei primi anni della sua vita professionale faceva parte di quel gruppo
di psicoanalisti che a Vienna gravitavano attorno alla sua figura, cominciò
pian piano ad interessarsi anche ai fenomeni “corporei”.
Senza dubbio ciò che
portò ad ampliare i suoi interessi fu l’influenza di Schilder e Ferenczi.
Attraverso quest’ultimo inoltre, Reich ottenne molte notizie sul lavoro di
Groddeck.
Il contributo di
Reich si può far risalire al momento in cui, dopo anni di lavoro di
osservazione, rifiutando l’atteggiamento di “attesa” dei suoi colleghi, si
decise ad affrontare direttamente le resistenze dei suoi pazienti e a portare
la propria attenzione sulla “relazione analitica”.
Poté così constatare
come, al di là di ogni verbalizzazione, alcuni pazienti, apparentemente
cooperanti, producevano dei comportamenti ostili: arrivavano in ritardo,
scuotevano la testa in senso di diniego assicurando al tempo stesso di essere
d’accordo, oppure producevano dei materiali su misura utilizzando la propria
conoscenza della psicoanalisi come difesa.
Portando la propria
attenzione ai comportamenti non verbali, Reich diede avvio ad un processo di
differenziazione del proprio approccio che finì col portarlo, gradualmente ma
irrevocabilmente, al di fuori dell’ortodossia psicoanalitica di quei tempi.
Infatti la scelta di
un maggior scambio col paziente guidò Reich verso le sue scoperte più
significative. Nonostante rimanesse un convinto utilizzatore del linguaggio
verbale Reich cominciò a prestare anche molta attenzione al linguaggio del
corpo.
Iniziò così a notare
che tutte le volte che il paziente veniva affrontato a livello delle sue
resistenze, così da essere “costretto” ad uscire allo scoperto assumendosi la
responsabilità dei propri atteggiamenti ostili, si verificavano significativi
fenomeni fisici e mutamenti di atteggiamento: rossore, tremolii, pallore,
scoppi di pianto ecc. Portando quindi la propria attenzione sul versante
somatico e non verbale del comportamento del paziente, cominciò ad individuare
una sorta di contatto biunivoco tra linguaggio verbale e linguaggio corporeo.
Scoprì ad esempio
come molti suoi pazienti dimostravano una marcata tendenza a bloccare la
respirazione per controllare i propri vissuti emozionali; se a questo punto li
si incoraggiava ad ampliare la respirazione venivano alla luce forti emozioni,
come ad esempio la rabbia, seguita rapidamente da ricordi infantili chiarissimi
di situazioni in cui l’espressione del sentimento in causa era stata
violentemente inibita: “I nostri pazienti riferivano senza eccezione che
nell’infanzia avevano attraversato periodi in cui, attraverso determinate
pratiche che influenzavano le loro funzioni vegetative (trattenere il respiro,
tendere la muscolatura addominale, ecc.), avevano imparato a reprimere i loro
impulsi di odio, angoscia e amore…Ogni volta è sorprendente vedere come lo scioglimento
di un irrigidimento muscolare non solo libera energia vegetativa, ma riproduce
anche quella situazione nella memoria in cui la repressione della pulsione si è
verificata. Possiamo dire: ogni irrigidimento muscolare contiene la storia e il
significato del suo sorgere” (Reich, 2000).
Egli si chiese così,
per esempio, se un certo insieme di tensioni muscolari non stesse ad indicare
un preciso atteggiamento anche psichico rispetto alla vita. Ad esempio se un
torace cronicamente rigonfio, una mascella tesa, gambe deboli, non fossero
indicazioni precise di un vissuto emozionale e quindi se analizzare queste
difese non fosse più efficace che invece esaminare le difese psichiche di un
individuo. Come afferma De Luca: “Reich fu tra i primi terapeuti a valorizzare
la respirazione per consentire una sana integrazione di mente e corpo,
liberando il campo biologico corporeo dalle tensioni e deformazioni croniche
accumulate sotto le spinte emozionali. Partendo dall’analisi delle resistenze
(un postulato fondamentale della terapia psicoanalitica di Freud) egli scoprì
che queste barriere psicologiche, che elaboriamo già a partire dalle prime fasi
dello sviluppo psicosessuale, tendono a trasformarsi in strutture rigide della
muscolatura corporea, generando vari ‘segmenti’ che possono trasformarsi in
un’alterazione cronica dell’Io” (De Luca, 1995).
Reich si convinse
così sempre più che individuare il significato globale della struttura psichica
dell’individuo doveva precedere qualsiasi forma di intervento analitico: “Per
struttura psichica intendiamo la caratteristica delle reazioni spontanee, la
condizione tipica per l’uomo determinata da forze sinergiche e antagonistiche”
(Reich, 2000).
Se un’appropriata
analisi del carattere non avesse preceduto le consuete forme di intervento
psicoanalitico, l’analisi non avrebbe avuto successo, perché il carattere non è
altro che il modo di esistere nel mondo del paziente. Reich chiamò la struttura
difensiva del carattere “armatura caratteriale” e ne analizzò l’organizzazione
tanto sul piano fisico quanto sul piano psichico. Osservò quindi che vi erano
due livelli funzionali importanti nell’individuo, lo psichico e il somatico, e
giunse ad elaborare tecniche sempre più efficaci di lavoro corporeo giungendo
alla constatazione che ogni tensione muscolare contiene la storia ed il
significato della sua origine: “L’irrigidimento della muscolatura è l’aspetto
somatico del processo di rimozione e la base della sua conservazione duratura”
(Reich, 2000).
Col tempo Reich
individuò le modalità di formazione della corazza caratteriale nel blocco
dell’energia vitale (la libido di Freud, che lui successivamente chiamerà
“energia orgonica”) in seguito ad un trauma oppure al perpetuarsi d’uno stato
di frustrazione.
Egli insistette sul
fatto che una buona salute era possibile solo quando questa energia poteva
fluire liberamente nel corpo. La stratificazione temporale dei blocchi,
disposti in segmenti anulari lungo il corpo (segmenti trasversali e mai
longitudinali rispetto al tronco), segue un percorso dall’alto verso il basso,
del tutto analogo al processo di diffusione della libido nell’organismo del
bambino.
Reich giunse a
definire sette segmenti, dal segmento oculare al segmento pelvico, e perfezionò
tecniche fisiche di intervento che andavano dall’ampliamento della respirazione
al massaggio, alla pressione, alla modificazione posturale.
Ecco come egli espone
i diversi segmenti in “L’analisi del carattere” (1973):
“Il primo anello
dell’armatura è quello oculare. Si tratta di una contrazione e di una
immobilizzazione di tutti o quasi i muscoli nel globo dell’occhio, nelle
palpebre, nella fronte, nei sacchi lacrimali ecc. Le sue caratteristiche più
spiccate sono l’immobilità della pelle della fronte, delle palpebre,
un’espressione vuota oppure i globi oculari sporgenti, espressione simile a una
maschera e immobilità ai due lati del naso…Lo scioglimento del segmento oculare
dell’armatura avviene quando gli occhi vengono spalancati in segno di paura e
quando le palpebre e la fronte cominciano a muoversi, esprimendo emozioni.
Anche i muscoli delle parti superiori delle guance cominciano normalmente a
cedere, soprattutto quando si induce il paziente a fare delle smorfie…Il
secondo segmento dell’armatura, quello orale, comprende tutta la muscolatura
del mento, della gola, della nuca superiore (occipitale) e il muscolo anulare
della bocca. Questi muscoli costituiscono un’unità funzionale, perché
l’allentamento dell’armatura del mento riesce provocare contrazioni della
muscolatura delle labbra e le relative emozioni del pianto o del desiderio di
suzione. Allo stesso modo l’instaurazione del riflesso di vomito riesce a
mobilitare tutto il segmento orale. In questo segmento le forme espressive ed
emozionali del pianto, del mordersi le labbra dalla rabbia, delle urla, della
suzione, delle smorfie sono legate alla libera mobilità del segmento
oculare…L’armatura del terzo segmento si serve essenzialmente della bassa
muscolatura del collo, del muscolo platisma e dei muscoli
sternocleido-masteoidei. Basta imitare il moto espressivo dell’ira o del pianto
trattenuti, e si comprenderà senza difficoltà la funzione emozionale
dell’armatura del collo. La contrazione spastica del segmento del collo
coinvolge anche la lingua. Questo è facilmente comprensibile dal punto di vista
anatomico. La muscolatura della lingua inizia sostanzialmente sulle vertebre
del collo, e non sulle ossa inferiori del viso. Per questo motivo la
muscolatura spastica della lingua è collegata funzionalmente allo
schiacciamento del pomo d’Adamo e alla contrazione della muscolatura profonda e
superficiale del collo. I movimenti del pomo d’Adamo fanno vedere direttamente
quando un malato ‘ingoia’ letteralmente e in modo inconscio un affetto di ira o
di pianto. Questa tecnica di soffocare le emozioni è estremamente difficile da
eliminare…Il miglior modo per disturbare l’ingoiamento di emozioni è la
liberazione del riflesso di vomito…Il quarto segmento, quello del torace, si
manifesta con un rialzo dell’apparato osseo, nell’atteggiamento cronico di
inspirazione, in un respiro piatto e nell’immobilità del torace. Sappiamo già
che l’atteggiamento di inspirazione è lo strumento più importante della
repressione di emozioni di qualunque tipo. All’armatura del torace partecipano
tutti muscoli intercostali, i grandi muscoli pettorali, i muscoli delle spalle
(deltoidi) e il gruppo di muscoli situato sulle e fra le scapole (latissimus
dorsi). L’espressione dell’armatura del petto è soprattutto caratterizzata
dalla quiete o dall’autocontrollo, dal trattenersi e dal tenersi indietro…le
emozioni che insorgono nel segmento toracico sono essenzialmente quella
dell’ira urlante e del pianto a dirotto, dei singhiozzi e del desiderio
straziante…Il quinto segmento è quello del diaframma. Il segmento che comprende
il diaframma e gli organi che si trovano sotto di esso è indipendente nella sua
funzione dal segmento del torace. Ciò è dimostrato dal fatto che il torace può
diventare mobile, che l’ira o il pianto possono comparire senza che sia stato
eliminato il blocco del diaframma…Esso comprende come anello di contrazione la
parte anteriore dello stomaco, la parte inferiore dello sterno, le ultime
costole che girano indietro verso l’attaccatura del diaframma, quindi dalla
decima alla dodicesima vertebra toracica. Esso comprende essenzialmente il
diaframma, lo stomaco, il plesso solare con il pancreas che vi si trova
davanti, il fegato e i due fasci muscolari ben visibili lungo la spina dorsale
nel punto in cui si trovano le ultime vertebre del torace.…Se si invita il
malato a respirare, egli si metterà regolarmente a inspirare. La
esalazione gli è sempre estranea perché non l’avverte come un’azione spontanea...Il
blocco del diaframma è il meccanismo centrale della armatura in questa regione.
Perciò la distruzione di questo blocco è uno dei compiti terapeutici
centrali…La contrazione nella metà del ventre rappresenta il sesto anello
dell’armatura che funziona autonomamente. Lo spasmo del grande muscolo
addominale (rectus abdominis) è accompagnato da una contrazione spastica dei
due muscoli laterali (transversus abdominis) che vanno dalle costole inferiori
fino al margine superiore del bacino. Si possono tastare in quanto sono fasci
muscolari duri e dolorosi. Sulla schiena a questo segmento corrispondono le
ultime parti dei muscoli che corrono lungo la colonna vertebrale…Lo
scioglimento del sesto segmento dell’armatura è più facile di quello di tutti
gli altri segmenti. Dopo il loro dissolvimento è facile operare lo scioglimento
dell’ultimo segmento dell’armatura, il settimo, quello del bacino. L’armatura
del bacino comprende nella maggior parte dei casi quasi tutti i muscoli
pelvici. Il bacino nel suo complesso è tirato indietro ed è sporgente nella
parte posteriore. Il muscolo addominale sopra la sinfisi è doloroso. Lo stesso
dicasi degli adduttori delle cosce, sia di quelli superficiali che di quelli
situati in profondità. Il muscolo dello sfintere è contratto, e perciò l’ano è
tirato in su. Basta tirare in su i muscoli laterali esterni del bacino (gluteies)
per comprendere perché i muscoli dei glutei sono dolorosi. Il bacino è ‘morto’
e privo di espressione. Questa mancanza di espressività è l’espressione motoria
della asessualità. Emotivamente non si avverte nessun tipo di sensazione o di
eccitazione. I sintomi patologici invece sono estremamente numerosi. Vanno
dalle lombaggini alle ulcere intestinali, dall’infiammazione delle ovaie
all’incapacità erettiva…Esiste una specifica ‘angoscia pelvica’ e una specifica
‘ira pelvica’. Esattamente come nell’armatura delle spalle anche nell’armatura del
bacino sono contenute emozioni di angoscia e impulsi d’ira…”.
Un altro aspetto
importante della terapia di Reich è il lavoro sulla respirazione, che come
vedremo nel prossimo capitolo è il cardine centrale anche del rebirthing: “I
disturbi della respirazione nelle nevrosi sono sintomi consequenziali delle
tensioni addominali….I bambini combattono solitamente i continui e penosi stati
di angoscia che sentono nello stomaco trattenendo il respiro…Trattenere il
respiro e mantenere il diaframma contratto è forse uno dei primi e più
importanti atti che hanno lo scopo sia di sopprimere le sensazioni di piacere
nell’addome sia di soffocare sul nascere l’angoscia addominale…Se la
respirazione è ridotta, si introduce meno ossigeno, praticamente solo quella
quantità necessaria alla conservazione della vita. Se nell’organismo viene
prodotta meno energia, allora le eccitazioni vegetative sono minori e quindi
anche più facili da dominare. La respirazione frenata dei nevrotici ha quindi,
biologicamente parlando, la funzione di ridurre la produzione di energia
nell’organismo, e quindi anche la produzione di angoscia” (Reich, 2000).
Nonostante alcune
idee di Reich siano state aspramente criticate (vedi ad esempio il concetto di
“energia orgonica”), forse anche giustamente, molte sono le sue intuizioni che
vengono sviluppate oggi in diverse terapie corporee. Esempi importanti sono
quelli di G. Boyesen (1999) e di Boadella e Liss (1986).
Altro autore molto
importante sull’asse mente-corpo-emozioni è Alexander Lowen, allievo di Reich,
in cui troviamo molte delle caratteristiche del maestro, ma anche alcune
innovazioni.
Importante notare per quanto riguarda il
nostro lavoro che egli mantiene, anzi amplifica l’attenzione data al respiro dal
suo maestro: “Il punto migliore per cominciare è la respirazione, è questa la
base della tecnica che Reich impiegò nella terapia con me. La respirazione è
forse la funzione corporea più importante, dato che la vita ne dipende in modo
assoluto. Possiede la caratteristica di essere un’attività naturale e
involontaria soggetta però nello stesso tempo al controllo cosciente.……Quando
una persona è molto arrabbiata il respiro diventa più rapido, per aiutarla a
mobilitare una maggiore quantità di energia per l’azione aggressiva. La paura
ha l’effetto opposto: spinge la persona a trattenere il respiro perché nello
stato di paura l’azione è sospesa. Se la paura diventa panico come quando una
persona cerca disperatamente di sfuggire ad una situazione minacciosa, il
respiro si fa rapido e poco profondo. Nel terrore si respira a fatica, poiché
quest’emozione ha un effetto paralizzante sul corpo. In uno stato di piacere,
la respirazione è lenta e profonda. Tuttavia, se l’eccitazione piacevole
diventa godimento ed estasi, come nell’orgasmo sessuale, la respirazione
diventa molto rapida ma anche molto profonda, in risposta all’intensificata
eccitazione piacevole della scarica sessuale. Lo studio della respirazione di
un individuo permette al terapeuta di comprendere il suo stato emotivo” (Lowen,
1994).
Con Lowen, possiamo dire che si passa
dall’analisi dell’armatura caratteriale a ciò che lui ha chiamato “analisi
bioenergetica”: “Possiamo essere d’accordo che occorre energia per far girare
le ruote della vita. Per evitare le dispute che potrebbero insorgere sull’uso
del termine orgone, o su un qualsiasi nome del genere, adopero il
termine bioenergia per designare l’energia della vita; e chiamo analisi
bioenergenetica il mio tipo di trattamento che si fonda sulla comprensione dei
processi energetici che avvengono nel corpo” (Lowen, 1991).
Lowen si sforzò di
dare rigore scientifico alle formulazioni di Reich, indagando più profondamente
i fattori eziologici originari della nevrosi e definendo in modo accurato i
principali tipi caratteriali.
Diminuita l’enfasi
sui processi vegetativi, che contraddistingue tuttora la metodologia reichiana
ortodossa, Lowen dedicò maggior attenzione all’integrazione psicoemotiva dei
valori dell’io, ed alla relazione tra i livelli cognitivo, emozionale e
corporeo, con particolare attenzione alle funzioni scheletriche ed alla
muscolatura volontaria.
La visione e la
pratica terapeutica di Lowen si basano su alcuni principi reichiani di
fondamentale importanza, come l’identità funzionale tra tensione muscolare e
blocco emozionale: “Esprimere sentimenti allenta la tensione, permettendo al
corpo di recuperare la sua motilità, e in tal modo aumentarne la vitalità.
Questo è l’aspetto fisico del processo terapeutico. Per quanto riguarda
l’aspetto psicologico, si deve smascherare l’illusione, capirne l’origine
nell’infanzia e il ruolo di meccanismo cioè quella di unificare tutte le varie
percezioni di sopravvivenza” (Lowen, 1994), e la correlazione tra reazione
emotiva inibita e insufficienza respiratoria: “Respirare profondamente è
sentire profondamente. Se inspiriamo in profondità nella cavità addominale,
quella regione si anima. Se la nostra respirazione non è profonda, reprimiamo
certi sentimenti associati all’addome. Uno di questi è la tristezza, poiché l’addome
è interessato al pianto profondo, che è chiamato in inglese belly cry
(pianto di pancia) ” (Lowen, 1991).
Insoddisfatto però
della metodologia reichiana, Lowen vi apportò alcuni cambiamenti.
Una rilevante
innovazione da lui introdotta è il grounding, parola intraducibile in
italiano, ma a cui potremmo assegnare il significato di “imparare a stare bene
coi piedi per terra”. Quando Reich effettuava il lavoro fisico, infatti,
operava quasi esclusivamente con i pazienti in posizione distesa, Lowen invece
effettua i suoi interventi corporei per la maggior parte con il paziente in
piedi, anche se non disdegna affatto la posizione distesa.
Nel setting loweniano allora il paziente non
è più sdraiato sul lettino, ma vive la maggior parte della seduta in piedi,
sottoponendosi a numerosi, faticosi e spesso dolorosi esercizi. Lowen, infatti,
mette a punto tutta una serie di attività fisiche che coinvolgono le strutture
muscolari e la respirazione, comprese inoltre varie metodiche legate al
massaggio, tecniche ben spiegate nel libro scritto assieme alla moglie
“Espansione ed integrazione del corpo in bioenergetica” (A. Lowen, L.Lowen,
1979), ma non trascura l’analisi verbale: “Che ruolo ha l’analisi nella terapia
bioenergetica?…Per il paziente, conoscere le origini dei suoi conflitti è
importante tanto quanto lo è il raggiungimento dell’autoconsapevolezza
attraverso le attività del corpo. Per una terapia efficace i due approcci
devono essere in perfetta sintonia tra loro. Tutte le modalità della
psicoterapia e della psicoanalisi vengono usate in bioenergetica per un
ulteriore comprensione ed espressione di se stessi. Questo include
l’interpretazione dei sogni e l’elaborazione analitica della situazione di
transfert. In contrasto con le altre forme di terapia, però, il lavoro sul
corpo è il fondamento sul quale si basano le funzioni egoiche
dell’autocomprensione e dell’autoconsapevolezza” (Lowen, 1984).
Come riporta ancora
Downing, molti sono gli sviluppi delle terapie post-reichiane e soprattutto
molti sono oggi gli accorgimenti riportati alla tecnica di Reich in quanto i
difetti originari sono ormai troppo ampi per essere ignorati. Molte sono anche
le combinazioni tra terapie verbali e corporee, basta rivolgere la propria
attenzione a quasi ogni forma generica di terapia per trovarne una versione
“corporea”: la terapia corporea junghiana, la terapia corporea dell’analisi
transazionale, e così via (Downing, 1995).
La psicoterapia
corporea si caratterizza allora, non solo per l'uso diretto del corpo in
terapia, ma fondamentalmente ed essenzialmente per una differente teoria
del funzionamento mente-corpo: non più di tipo piramidale, con una mente che
controlla tutto dall'alto, ma di tipo "circolare", in cui tutti i
vari piani psico-corporei contribuiscono in modo differenziato, ma paritario,
alla complessa organizzazione dell'organismo.
La razionalità, i
ricordi, il mondo simbolico, e poi le posture e i movimenti, e ancora il mondo
delle emozioni, e infine l'insieme dei sistemi interni fisiologici, compresa la
respirazione, sono altrettante funzioni psico-corporee che, profondamente
integrate e interconnesse nel bambino, possono invece successivamente
disconnettersi tra di loro e diventare limitate e frammentate. La rabbia può
manifestarsi solo nella mascella e nei pugni inconsapevolmente serrati; un
volto esprime tristezza senza che la persona se ne accorga; una delusione
diventa direttamente contrazione allo stomaco; mani sudate e tachicardie svelano
una paura non percepita; i pensieri possono ritornare sempre sugli stessi
punti; le fantasie possono essere ossessivamente paurose; i muscoli tesi
producono un perenne stato di allarme; e così via.
Allo stesso modo, l'aver utilizzato direttamente il corpo in terapia
(toccandolo, mettendolo in movimento, modificando posture e modi di muoversi,
massaggiandolo in determinate maniere, adottando un particolare modo di
respirare), non può essere visto solo come un'aggiunta di una nuova tecnica, ad
altri modelli di psicoterapia ma costituisce un fattore di trasformazione
radicale di tali modelli. Quando si è cominciato a lavorare col corpo e
sul corpo in psicoterapia, sono stati messi alla luce una serie di fenomeni, di
relazioni, di processi fino a quel momento non ancora inquadrati, che, hanno
modificato profondamente il quadro epistemologico di partenza, la cornice
teorica iniziale, e naturalmente l'insieme delle tecniche adottate.
In psicoterapia corporea non ci si interessa del corpo limitandosi solo
a parlarne, o a coglierne le sensazioni interne, né ci si ferma solo al
guardare. All'ascolto e allo sguardo si aggiunge il contatto corporeo
diretto.
Il corpo,
allora, entra pienamente in scena all'interno della relazione, come oggetto e
come soggetto, come corpo che sente, che si muove, che interagisce, come corpo
protagonista di quanto accade. E questo in ogni caso: che il corpo sia
"preso" o appena toccato, che gli si faccia fare piccoli e delicati
movimenti o grandi movimenti, quando venga dato spazio all'affiorare
spontaneo delle sensazioni o quando si scelga la strada di sollecitarle
dall'esterno.
In psicoterapia corporea emergono sensazioni e percezioni inusuali:
quali tremiti, formicolii, correnti e così via. Certe zone diventano calde o
fredde, vengono percepite pesanti o leggere, grandi e gonfie o piccole. Questi
cambiamenti psicofisici sono spiegati come un emergere di esperienze
estremamente intense ma sepolte, un affiorare di materiale corporeo
"inconscio", di vissuti, emozioni, ricordi e sensazioni fisiche perdute:
uditive, tattili, visive, olfattive che siano.
E' indispensabile che, in terapia, queste arcaiche esperienze siano
rivissute, e rivissute su tutti i piani del Sé. E' indispensabile che siano
rese finalmente gratificanti e nutrienti, trasformandone gli esiti antichi e le
antiche tracce laddove siano connotate negativamente, per evitare che si
ripetano le stesse vicende drammatiche che i pazienti hanno già vissuto
nel loro sviluppo evolutivo: indifferenza, incomprensione, distacco, ostilità,
sfiducia, freddezza nei loro confronti.
In questo possono essere utili tecniche di
respirazione come il rebirthing.
Anche nel rebirthing,
infatti, l’aspetto corporeo è molto importante.
La tecnica si basa principalmente su un
particolare modo di respirare, a cui possono venire abbinati determinati
massaggi o manipolazioni durante la seduta, (in questo troviamo molti punti di
contatto con l’analisi bioenergetica di Lowen), ed alla fine della sessione di
respirazione il paziente racconta tutto ciò che ha provato, sentito, o vissuto
durante la seduta in modo che il terapeuta possa dare, in base alle proprie
competenze, un significato a quello che è accaduto.
Ricordo però, che non
essendo ancora riconosciuta come forma di psicoterapia, la tecnica può essere
applicata non solo da psicologi o psicoterapeuti ma anche da altre persone che
l’abbiano praticata o acquisita durante un corso didattico.
Personalmente ho
praticato il rebirthing per più di sei anni, in sedute singole e di gruppo, in
un centro di medicine alternative, e sto ora frequentando il corso didattico ad
Asti condotto dallo psicoterapeuta Filippo Falzoni Gallerani rappresentante
della psicologia transpersonale in Italia, che è stato il primo professionista
a portare in Italia la tecnica del rebirthing sviluppando la scuola del
“rebirthing ad approccio transpersonale”.
Cercherò nei prossimi
capitoli di spiegare il più esaurientemente possibile di cosa si tratta, e le
sue potenziali applicazioni in psicologia clinica.
CAPITOLO TERZO:
DESCRIZIONE DELLA TECNICA DEL REBIRTHING E SUA APPLICAZIONE IN PSICOLOGIA
CLINICA
Come già detto, il rebirthing è una tecnica
respiratoria molto semplice, che può facilitare, attraverso un determinato modo
di respirare, il contatto con emozioni e vissuti repressi, permettendo di
riportare alla coscienza, e quindi “rielaborare”, determinati “blocchi” emotivi
traumatici.
Ogni volta che formuliamo giudizi negativi riguardo
qualcosa, noi stessi o altre persone, proviamo sensazioni spiacevoli nel nostro
corpo. Abbiamo tutti un forte impulso ad essere felici, ed un impulso
altrettanto forte è quello di avere ragione. C’è quindi la tendenza naturale
nell’essere umano a non riconoscere dati di realtà che comportano emozioni
negative, in quanto richiamano sofferenza. Di conseguenza, si cerca di evitare
la consapevolezza di tutto ciò che si è giudicato negativamente per sentirsi
bene.
Il termine
“reprimere” significa appunto fare in modo di non essere consapevoli. Ciò che
abbiamo considerato negativamente e poi represso diventa qualcosa da cui
nascondersi o fuggire, e la sensazione spiacevole che l’accompagna può rimanere
nel corpo come tensione cronica o come problema di altro tipo. Come affermano
Leonard e Laut: “Il rebirthing si serve delle sensazioni fisiche per arrivare
alla mente. Tutto ciò che è stato giudicato negativamente e represso ha
lasciato una traccia nel corpo, uno schema d’energia, che è rimasto, represso,
in attesa di tornare all’attenzione consapevole per essere integrato nel senso
di gratitudine e benessere” (Leonard, Laut, 1988). L’integrazione dei contenuti
mentali consiste nel diventare consapevoli di qualcosa che si è giudicato
negativamente e smettere di giudicarla tale. L’integrazione si può ottenere
osservando i contenuti mentali subconsci che emergono durante una sessione di
rebirthing.
Questa moderna tecnica ha radici antichissime, in passato era praticata presso i monaci buddhisti del Siam per ottenere stati profondi di coscienza, inoltre presenta molti punti di contatto con varie tecniche yoga, in special modo con il kriya yoga diffuso in occidente soprattutto grazie al maestro Paramahansa Yogananda, capace di convertire centinaia di migliaia di persone in America al suo metodo.
Ci sono numerosi esempi del rapporto tra il ritmo respiratorio di un essere umano e i suoi stati di coscienza, dice Yogananda: “Quando siamo assorbiti completamente da qualche argomento automaticamente respiriamo con molta lentezza, la fissità dell’attenzione si unisce alla lentezza del respiro… Una respirazione accelerata o irregolare invece, inevitabilmente si accompagna a stati emotivi come la paura, la collera, l’ansia ecc… La scimmia irrequieta respira 32 volte al minuto, l’elefante, la tartaruga, la serpe e altri animali noti per loro longevità invece hanno un ritmo respiratorio più lento di quello dell’uomo, la tartaruga gigante ad esempio, che vive fino a 300 anni, respira solo quattro volte al minuto.” (Yogananda, 1971).
Il rebirthing nasce negli Stati Uniti attorno ai primi anni ’70, grazie a Leonard Orr: “Ho imparato a respirare soltanto dieci anni dopo essermi laureato. È vergognoso per il nostro sistema educativo che una persona possa completare gli studi universitari senza sapere come respirare…Il 70% delle tossine e scorie del corpo viene espulso attraverso la respirazione, la sudorazione è seconda come importanza, urinare e defecare assolvono ancora meno della respirazione e della sudorazione. Senza respirare, l’organismo umano morirebbe soffocato e avvelenato” (Orr, Halbig, 1996).
Il termine
“rebirthing”, tradotto di solito con “rinascita”deriva dalla frequenza con cui
le persone durante le sedute hanno sensazioni e a volte immagini riguardanti la
nascita.
La tecnica si basa
essenzialmente su un lavoro attraverso la respirazione. Il respiro è circolare,
cioè senza pause tra la fine dell’inspirazione e l’inizio dell’espirazione e
tra la fine dell’espirazione e l’inizio dell’inspirazione, è detto anche
respiro connesso, in quanto appunto le fasi della respirazione sono fuse in
cerchio, e questo diventa molto importante se si vuole eseguire la tecnica
correttamente. Il respiro è completo, non deve essere solo addominale o solo
toracico, deve essere ampio, cercando di aprire lo spazio interno il più
possibile senza forzare in modo eccessivo ma naturalmente con una certa
determinazione. Possiamo dire che attraverso la respirazione, infatti, non
assorbiamo solo gli elementi fisici contenuti nell’aria ma anche una realtà più
ampia che si estende all’intero ambiente circostante: sensazioni, emozioni,
sollecitazioni fisiche, modelli di comportamento e influenze diverse.
Il respiro deve essere fluido, naturale,
spontaneo, e può variare a seconda dei momenti e delle sensazioni che si stanno
vivendo. Anche lo svuotamento dei polmoni deve avvenire in modo naturale, non
forzato, l’aria viene lasciata defluire come accade in un profondo sospiro,
senza spingerla fuori con violenza. La respirazione è eseguita o solo
attraverso il naso o solo attraverso la bocca. Se si inspira dalla bocca si
espira dalla bocca, se si inspira dal naso si espira dal naso. Falzoni
suggerisce: “Il respiro attraverso il naso e più adatto nei momenti di
concentrazione; il respiro attraverso la bocca nei momenti di maggiore
intensità emotiva. Si può alternare la respirazione attraverso il naso e quella
attraverso la bocca secondo i momenti” (Falzoni, 1996).
E’ importante non trattenere le eventuali
tensioni o emozioni che si potrebbero manifestare, non opporre resistenza, ma
lasciar riaffiorare tutto quello che si è represso. Facilmente si possono
manifestare scoppi di pianto, risa, rabbia, quindi è molto importante non
trattenersi, ma lasciare che queste sensazioni abbiano libero sfogo e libera
espressione.
Persone che invece non hanno particolari problemi,
facilmente possono subito sperimentare emozioni molto piacevoli, gioia intensa,
sensazioni di beatitudine, di intuizione, esperienze che potremmo paragonare
alle cosiddette “peak experiences” di cui parla Maslow: “Nelle peak
experiences la persona si sente più integrata (unificata, integra, ‘tutta
indivisa’) che in altri momenti…Meno in lotta con se stessa …Meno divisa tra un
sé che sperimenta ed un sé che osserva…La persona, diventando più puramente e
singolarmente se stessa, e più capace di fondersi col mondo, con quanto prima
era il non-sé…Si sente al culmine di ogni sua potenzialità, impiegando tutte le
sue capacità nel modo migliore e più pieno…Si sente più intelligente, più
percettiva, più spiritosa, più forte, o più graziosa che in altre occasioni…Si
riscontra allora quell’aspetto di calma sicurezza e di giustezza, come se le
persone sapessero esattamente quanto stanno facendo, e lo facessero di tutto
cuore, senza alcun dubbio, senza equivoci, esitazioni o pentimenti parziali…La
persona si sente come il motore primo, più autodeterminata (anziché causata,
eterodeterminata, impotente, dipendente, passiva, debole, comandata). Si sente
padrona di se stessa, pienamente responsabile, pienamente volitiva, dotata di
maggior libero arbitrio che in altre occasioni, padrona del proprio destino;
l’individuo autodeterminato” (Maslow, 1971).
Come spiega bene Falzoni, la respirazione costituisce il cardine centrale di questa tecnica, ma a sostegno di questa esperienza, vengono applicati all’inizio o al termine di ogni sezione, dei metodi basati sul colloquio (psicoterapia breve) e sulle tecniche contemplate dalla psicologia transpersonale, psicosintesi, training autogeno, rilassamento profondo, ecc. In pratica si eseguono i seguenti passaggi:
1) Rapido esame della storia del soggetto e chiarificazione della sua situazione attuale.
2) Chiarificazione degli obiettivi sia a breve sia a lungo termine.
3) Chiarificazione della dinamica dei meccanismi che inducono insicurezza, indecisione, confusione e sofferenza, e delle problematiche concernenti l’affettività.
4) Recupero dei ricordi alla base di alcuni comportamenti indesiderati (paura, insicurezza, insoddisfazione, incapacità di lasciarsi andare)
5) Soluzione dei disturbi fisici, psicosomatici, emotivi e mentali attraverso l’attivazione e l’armonizzazione dell’energia per mezzo di esercizi di respirazione intensa e di rilassamento profondo, con susseguente elaborazione degli stati di catarsi manifestati.
6) Chiarificazione relativa ai meccanismi cosiddetti di “doppio legame” che caratterizzano le problematiche di comunicazione e relazione.
7) Sviluppo delle potenzialità e dei talenti che conducono alla realizzazione nel mondo materiale e interiore.
8) Pianificazione relativa alla natura dell’io, della relazione che abbiamo con esso, comprensione dei limiti della mente e della natura del sé. Sviluppo di qualità positive come la simpatia, la comprensione, la neutralità, il piacere di aiutare il prossimo portando positività in tutte le situazioni. Sviluppo di una morale individuale in armonia con il Sé.
9) Istruzioni ed
esercizi adeguati per proseguire e approfondire la pratica e la ricerca in modo
autonomo (Falzoni, 1996).
Dice ancora Falzoni:
“Ciò che rende le tecniche di respirazione ed il ‘rebirthing’ in particolare
tanto efficaci, non dipende esclusivamente dalla quantità di respiro che viene
attivata, se pure un respiro più ampio possa indurre benefici. La grandissima
efficacia deriva dalla combinazione dell’opportuno atteggiamento mentale
associato all’energia e alla vitalità indotta dal respiro, che sinergicamente
permettono di accedere ad esperienze di trascendenza. Questa pratica offre uno
spettro vastissimo di applicazione. Essa è adatta a chi cerca di migliorare la
qualità della vita, sia a chi si pone a confronto con i problemi esistenziali
volendo acquisire una conoscenza diretta della realtà, sia a chi vuol guarirsi
dai mali e dall’ansia della vita d’oggi, o a chi è interessato
all’autorealizzazione” (Falzoni, 1992).
Anche lo psicologo
G.Carenzi conferma: “L’ampiezza delle dinamiche che questo metodo esplora, e le
molteplici interazioni che nella sua applicazione esso impone, lo inseriscono
di diritto nell’ambito delle scienze mediche e psicologiche, come uno dei più
innovativi e semplici strumenti per il miglioramento della qualità della vita”
(Carenzi, 2000).
Secondo il fondatore
del rebirthing Leonard Orr si possono individuare in questa tecnica cinque
elementi essenziali che possono essere così riassunti:
1) Respirazione circolare
2) Rilassamento completo
3) Focalizzazione sul presente
4) Integrazione delle esperienze
5) Ogni azione ha un contesto di significato
Riguardo la
respirazione circolare, abbiamo già detto come debba essere continua e
ininterrotta, senza pause, ma anche profonda e rilassata, senza sforzo, caratterizzata
da un abbassamento naturale della gabbia toracica e dalla distensione
progressiva delle relative muscolature e degli organi.
L’intervallo di tempo che va dal momento in
cui si inizia il respiro circolare a quello in cui si ha una “integrazione
dell’esperienza” corrisponde a un “ciclo respiratorio” completo. Dice L.Orr “Un
ciclo energetico compiuto, che dura circa una o due ore, può portare sensazioni
fisiche forti, persino paurose o dolorose, ma sappi che sono solo fenomeni
temporanei che scompaiono quando continui la respirazione collegata. Un segno
che hai completato un ciclo è quando le sensazioni si acquietano e spariscono
spontaneamente, e ti senti calmo e in pace…se ti accorgi di non riuscire a
mantenere il ritmo della respirazione, riposati e riprovaci. Se hai respirato
per più di due ore e non ti senti in pace, forse dovresti smettere, e
riprovarci nella settimana successiva. Potresti comunque sentirti
magnificamente già la mattina seguente, dopo una buona dormita. Il paradosso
della respirazione è che dà simultaneamente energia e rilassa” (Orr, 1996).
Vi possono essere
diversi tipi di schemi di respirazione circolare, che possono avere effetti
diversi in circostanze diverse, si può variare il volume dell’inspirazione, la
velocità, se il respiro passa per il naso o per la bocca o ancora se l’aria
viene immessa nella parte inferiore, media o superiore dei polmoni. Ogni tipo
particolare di respirazione circolare determina un accrescimento dell’area di
consapevolezza e una possibilità diversa di integrare gli schemi di energia
repressa.
Si possono descrivere tre tipi fondamentali
di respirazione basati sul ritmo.
Un ritmo pieno e lento: è
ideale per avviare una sessione di respirazione oppure quando si è appena
integrato uno schema energetico e si sta iniziando con il seguente. L’ampiezza
del volume d’aria consente una maggior consapevolezza del modello di energia;
la lentezza agisce con una graduale commutazione alla calma che agevola la
distensione e la concentrazione.
Ritmo veloce e superficiale: le
ricerche hanno confermato che si tratta del ritmo che consente meglio
l’emergere di uno schema mentale ed energetico; la respirazione superficiale e
rapida permette di affrontare meglio l’afflusso intenso dell’energia e delle
relative cariche emotive che si liberano. Se si usa questo tipo di
respirazione, il terapeuta dovrà aiutare chi respira a concentrarsi sui
particolari dello schema energetico per facilitarne l’integrazione.
Ritmo veloce e profondo: in generale
vale la regola che la respirazione rapida aiuta a mantenere il contatto con il
corpo, invece quella profonda e lenta tende a far avere meno consapevolezza del
corpo mentre dissolve antichi schemi che lo condizionano. Una respirazione
veloce e profonda è di grande aiuto quando gli schemi che affiorano tendono a
farci abbandonare il corpo, dissolvendo la consapevolezza dell’esistenza
fisica, o generando stati di sonnolenza. In tal caso stimolando il soggetto a
immagazzinare un maggiore afflusso di aria la consapevolezza corporea si accresce,
mentre la velocità accelera il processo di integrazione (Leonard, Laut, 1988;
De Luca, 1995).
Come fa notare
Carenzi (2000) ci possono inoltre essere molte volte alcune distorsioni del
respiro che determinano una respirazione comunque mutilata e incompleta. Ciò
può avvenire sia nella fase inspiratoria che in quella espiratoria.
Quando l’inspirazione è molto forzata può
essere fortemente presente una tensione dovuta all’istinto di lotta che
predispone il corpo alla rigidità, penalizzando la naturalità. Questa forma di
respirazione implica molta fatica e raramente conduce ad una buona integrazione
in quanto la persona è talmente impegnata a dare il massimo che non trova la
possibilità di abbandonarsi realmente.
Se l’inspirazione è
blanda o poco profonda l’’aria che viene espirata è superiore a quella
inspirata, cosicché si crea una situazione esattamente opposta a quella voluta,
perché tale meccanismo aumenta semplicemente l’eliminazione di anidride
carbonica.
Per quanto riguarda l’espirazione essa è semplicemente
la conseguenza dell’inspirazione quindi deve essere naturale e spontanea.Quando
l’espirazione è trattenuta, l’aria non viene lasciata andare naturalmente ma vi
è appunto la tendenza a trattenerla, ciò denota paura o tensione da parte della
persona.
Se l’espirazione è forzata ci si riporta
anche qui a un meccanismo di lotta che non si concilia con una espirazione
spontanea.
Se si effettuano
pause dopo l’inspirazione o l’espirazione, in entrambi i casi il respiro non è
completo e connesso, nel primo caso il soggetto inspira e poi si ferma quasi
avesse bisogno di controllare cosa c’è sotto prima di rilasciare il respiro;
nel secondo caso il meccanismo è paragonabile ad una scelta che va fatta e
ribadita in ogni momento della propria esistenza.
Tutte queste
dinamiche portano ad un allontanamento dall’obiettivo primario della
respirazione e possono favorire l’insorgere di fenomeni di iperventilazione o
alcalosi.
Riguardo al
rilassamento completo, il secondo dei cinque elementi, sappiamo che c’è un attuale
diffusione delle cosiddette “terapie di rilassamento”, ma il rebirthing è
qualcosa di più. Nel rebirthing il rilassamento è molto importante all’inizio
della seduta per facilitare il processo di respirazione, inoltre esso
sopravviene in modo spontaneo e naturale alla fine di ogni seduta. Diciamo
inoltre che la respirazione avviata in maniera coordinata e regolare può
determinare uno stato immediato di calma e di allentamento delle tensioni e
agevolare il flusso dell’energia nel corpo nella mente. Nonostante il
rebirthing non voglia essere una terapia di rilassamento, tuttavia può
considerarsi per le reazioni organiche e psichiche di allentamento delle
tensioni, una efficace tecnica di rilassamento.
Il terzo elemento
come abbiamo detto è la focalizzazione sul presente. Durante il rebirthing è
molto importante concentrarsi sulle sensazioni che avvengono al momento, essere
presenti nel corpo, sentire ogni parte di esso e come risponde in base al
nostro modo di respirare, osservando tutto ciò che accade, formicolii,
rigidità, dolori, immagini, in modo così da poter integrare ed elaborare tutto
quello che succede.
Dicono Leonard e Laut: “La repressione è a
strati, come la buccia delle cipolle, e ogni volta che si solleva uno strato
appare quello sottostante” (1988).
Arriviamo così al
quarto elemento, l’integrazione delle esperienze, che significa appunto la
capacità di elaborare tutto ciò che accade. Per elaborare ed integrare le
situazioni che fanno parte della nostra vita è importantissima la capacità di
“accettare” ciò che accade, come sostiene un grande maestro spirituale
dell’oriente J.Krishnamurti “Quando la vostra mente possiede la qualità che la
rende capace di non agire per dei motivi ideologici (perché se si agisce in
base ad un ideale qualsiasi si crea divisione), quando la mente non ha alcun
ideale e quindi non sta facendo alcun tentativo per cercare di ottenere
qualcosa di diverso da quello che ha, è del tutto aperta e pronta a vedere la
realtà dei fatti” (Krishnamurti, 1981).
Per fare questo dobbiamo annullare ogni
giudizio buono o cattivo, giusto o sbagliato, positivo o negativo, per
accogliere l’esperienza recettiva della mente.
Il quinto e ultimo
elemento è che ogni azione ha un contesto di significato: tutto quello che
facciamo in realtà provoca una modificazione e un cambiamento, non esiste una
sola via per arrivare alle cose, può essere importante quindi riconoscere
l’aspetto positivo in tutto quello che succede.
Come dice Falzoni:
“E’ sostanziale che si assuma un atteggiamento positivo per osservare tutte le
sensazioni che emergono, senza fuggirle o giudicarle, e anziché rimandare
nuovamente indietro nell’ombra preconscia i pensieri sgradevoli, prenderne
atto…Invece di subire i pensieri possiamo liberarci da quelli che ci fanno male
e sono dannosi, riconoscendo e applicando quelli che ci servono positivamente e
ci dirigono verso il bene (Falzoni, 1992). A questo proposito uno studioso del
pensiero positivo J. Murphy, dice: “Il subconscio è saggio e conosce la
risposta ad ogni domanda, però non muove nessun tipo di obiezione logica e non
s’impegola con voi in nessuna discussione….Nel momento in cui vi dite che la
situazione non ha via d’uscita, vi private da soli dell’aiuto che il
discernimento e la sapienza del vostro subconscio potrebbero darvi…” (Murphy,
1990), ed anche la terapia della gestalt ci insegna ad ampliare il contesto
delle nostre esperienze, adattandoci alle difficoltà, ma anche affermando il
nostro diritto alla vita: “L’individuo, infatti, deve cambiare costantemente se
desidera sopravvivere. È proprio quando l’individuo diventa incapace di
modificare le sue tecniche manipolative e interattive che insorge la nevrosi.
Quando l’individuo si fissa in un modo di agire superato, è meno capace di
soddisfare uno qualsiasi dei suoi bisogni di sopravvivenza, ivi inclusi i
bisogni sociali. E il grandissimo numero di individui alienati, privi di senso
di identità e isolati che ci circonda costituisce ampia prova che questa
incapacità può verificarsi facilmente” (Perls, 1977).
Anche Aaron T. Beck, uno dei principali teorici
delle terapie cognitive, dice: “Il pessimismo spazza il pensiero del
paziente depresso con la forza di un’onda oceanica…I pazienti depressi hanno
una particolare inclinazione ad aspettarsi avversità future e a viverle come se
accadessero nel presente o fossero già accadute. Per esempio un uomo che aveva
subito un lieve rovescio in affari, cominciò subito a pensare ad una
bancarotta. Via via che sviluppava il tema della bancarotta, cominciò a
considerarsi già fallito. Di conseguenza, cominciò ad esser triste proprio come
se fosse davvero andato in bancarotta” (Beck, 1984).
Infine Goleman sottolinea così quest’aspetto:
“Essere ottimista, come pure essere inclini alla speranza, significa nutrire
forti aspettative che, in generale, gli eventi della vita volgeranno al meglio
nonostante i fallimenti e le frustrazioni. Dal punto di vista dell’intelligenza
emotiva, l’ottimismo è un atteggiamento che impedisce all’individuo di
sprofondare nell’apatia o nella depressione e di scivolare nella disperazione
di fronte a situazioni difficili” (Goleman, 1996). Una cosa molto importante che sicuramente si può imparare a fare
è cercare di dare alle situazioni la spiegazione più neutrale possibile,
cercando di osservare ciò che è dovuto ad una nostra “proiezione” e ciò che
invece corrisponde di più a canoni di oggettività, possono essere utili a
questo proposito i concetti di “mappa” (l’’idea che ci siamo fatti di una cosa)
e “territorio” (ciò che veramente è quella cosa).
Prima che il soggetto
inizi la sua prima sessione di respirazione, è necessario spiegare bene cosa
potrà accadere durante la seduta, in modo da preparare la persona a determinate
esperienze che altrimenti potrebbero sembrare anormali e creare paura o
tensione nel soggetto. Riporto a questo titolo la esauriente delucidazione che
Falzoni propone di dare prima della seduta: “La respirazione è una tecnica
molto rapida ed efficace, in grado di dispensare esperienze particolarmente
intense che è bene affrontare nel modo giusto. Sappiamo che ogni tensione,
dispiacere, trauma, si ripercuote sul respiro irrigidendolo, quindi, respirando
liberamente e profondamente come faremo in questa seduta, e cioè liberando il
respiro, è possibile che inizialmente emergano proprio queste tensioni represse
e rimosse. E’ bene che questo accada, le eventuali sensazioni sgradevoli sono
benvenute in quanto manifestazioni di qualcosa di cui ti stai liberando. Se hai
soppresso un dispiacere profondo, che forse hai anche dimenticato a livello cosciente,
respirando è possibile che esso riemerga e che magari ti venga da piangere. È
un pianto liberatorio che ti farà bene; poi ti sentirai più leggero e più
libero; se ti succede lascialo sfogare, non controllarti, dirigi il respiro con
la volontà ma lasciati andare alle sensazioni. Se insorgono stati piacevoli
tanto meglio, ma se provi dolore lascia che si manifesti. Ascoltalo, osservalo
per quello che è. Di solito la prima seduta è accompagnata principalmente da
sensazioni fisiche. È probabile che tu senta formicolio alle mani oppure
anestesia o rigidità in alcune parti del corpo. Non considerarli “sintomi”
pericolosi, sappi che non c’è alcun pericolo nel respirare, che la pressione e
la circolazione non ne vengono alterate. Considera questo formicolio il flusso
elettrico dell’energia nei tessuti. Proverai certamente la percezione diretta
del corpo fisico attraversato dal corpo energetico. Se ci sono dei blocchi
energetici, riuscirai a superarli solo continuando a respirare. Ti accorgerai
che ad ogni seduta corrispondono sensazioni differenti e che tali sensazioni,
diventando via via sempre più piacevoli, ti daranno l’obiettiva consapevolezza
dei cambiamenti che sono avvenuti. Io ti starò vicino, se non mi sentirai dire
nulla vuol dire che la tua respirazione è corretta; se vedrò che fai qualche
errore (pause tra inspirazione ed espirazione, respiro incompleto o se ti
assopirai) ti richiamerò. Durante la respirazione lasciati andare a ciò che
emerge. Chiedimi qualunque cosa di cui avessi bisogno. Slaccia la cintura,
togli le scarpe e, se te ne fossi dimenticato, ricorda di andare alla toilette
perché la respirazione stimola la diuresi, e l’impulso di orinare potrebbe
costringerti ad interrompere la seduta. Ora sdraiati comodo. Metto un
sottofondo musicale, lasciati andare alla musica, al respiro, alle sensazioni…
il respiro… circolare… profondo… libero… ininterrotto… fluido…” (Falzoni,
1996).
Per quanto riguarda il setting, le sedute
individuali o di gruppo, possono svolgersi in qualsiasi luogo tenendo conto
però di determinati accorgimenti: il luogo deve essere pulito, isolato e
silenzioso, si può respirare anche all’aperto, ad esempio in un giardino,
l’importante e che ci sia protezione da rumori esterni o possibili
interruzioni, questo perché nelle sedute in cui si manifestano catarsi e
blocchi emozionali, il soggetto può mettersi a piangere e gridare disturbando e
spaventando chi si trovasse a passare di lì per caso, ma anche per tutelare il
soggetto che durante la sessione respiratoria vede amplificata la sua
sensibilità; è quindi importante che la seduta non sia interrotta in modo
brusco.
Se la seduta si
svolge in un luogo chiuso sarebbe meglio dotarsi di un purificatore d’aria e/o
di uno ionizzatore. In palestre o stanzoni male areati ci possono essere
cattivi odori, come sudore etc., condizioni le quali può essere difficoltoso
respirare, può essere quindi utile ad esempio bruciare dei bastoncini di
incenso.
La posizione in cui
si pratica la respirazione è quasi esclusivamente quella supina, sdraiandosi su
un tappeto o un materasso, l’importante è che la posizione sia confortevole,
mentre solo dopo aver acquisito una certa padronanza della tecnica è possibile
respirare in altre posizioni come seduti ecc.
Per quanto riguarda la durata è preferibile
una certa flessibilità, in quanto ogni seduta è diversa da un’altra, e la
durata di un ciclo respiratorio non è mai identica. Di solito si lasciano a
disposizione del soggetto un paio d’ore, calcolando una mezz’ora per il
colloquio iniziale e un’altra mezz’ora per la condivisione finale, così che la
seduta di respirazione vera e propria dura circa un’ora, ma nei seminari
residenziali di gruppo dove il tempo a disposizione è alquanto maggiore, alcune
persone riescono a respirare anche per tre o quattro ore di seguito (una delle
mie sedute più intense è durata due ore e mezza…).
Naturalmente è molto importante essere
assistiti durante la respirazione, almeno nelle fasi iniziali quando si è
inesperti e si conosce poco la tecnica. Come dice Lowen: “Il viaggio alla
scoperta di sé che costituisce il processo terapeutico non può essere
intrapreso da soli. Come Dante nella divina commedia, il viaggiatore è smarrito
e confuso, Dante nella sua angoscia, implorò l’aiuto della sua protettrice in
cielo, Beatrice, che gli inviò Virgilio a fargli da guida per una strada che
passava per l’inferno, piena di pericoli per il viandante” (Lowen, 1994).
Il compito di chi
assiste, quindi, come in tutte le pratiche di questo genere, è naturalmente
molto importante. Oggi molti studi confermano quanto sia determinante la
capacità di relazionarsi con il paziente, come riporta a questo proposito
R.Paguni: “Molti dati sembrano indicare che l’alleanza terapeutica rappresenti
un potenziale di previsione di buon risultato terapeutico in un’ampia varietà
di situazioni e contesti psicoterapici. Il coinvolgimento del paziente sembra
decisamente collegato al suo cambiamento” (Paguni, Pani, 1997).
E’ necessario quindi che si instauri prima di
tutto una buona relazione tra chi assiste e chi dovrà respirare, in quanto se
manca un rapporto positivo improntato su fiducia e sicurezza la seduta potrebbe
non dare gli effetti desiderati.
E per instaurare una buona relazione
naturalmente la capacità di comunicare è fondamentale; importantissimi sono
allora a questo riguardo gli studi di Gregory Bateson, Paul Watzlawick e altri
pionieri della scuola di Palo Alto che hanno portato alla luce concetti come
quello di “doppio legame” e “metacomunicazione”. Ecco un esempio pratico di
doppio legame riportato da G. Bateson: “Un giovanotto che si era abbastanza ben
rimesso da un accesso di schizofrenia ricevette in ospedale una visita di sua
madre. Contento di vederla, le mise d’impulso il braccio sulle spalle, al che
ella s’irrigidì. Egli ritrasse il braccio, e la madre gli domandò: ‘Non mi vuoi
più bene?’. Il ragazzo arrossì, e la madre disse ancora: ‘Caro, non devi
provare così facilmente imbarazzo e paura dei tuoi sentimenti’. Il paziente non
poté stare con la madre che per pochi minuti ancora, e dopo la sua partenza
aggredì un inserviente e fu messo nel bagno freddo” (Bateson, 1976).
Questi studi mostrano
come la comunicazione può essere effettuata in modo verbale o non verbale, ed è
quindi impossibile non comunicare, ma anzi molto frequenti sono i casi di
paradosso e illogicità in cui ci si viene a trovare senza rendersene conto.
Paul Watzlawick mette in luce come davanti ad
ogni tipo comunicazione possiamo adottare un atteggiamento fondamentalmente di
tre tipi: “Conferma”, “Rifiuto” e “Disconferma”. Possiamo quindi essere
d’accordo (conferma) con ciò che dice il nostro interlocutore, possiamo non
essere d’accordo (rifiuto), ma possiamo anche “disconfermare” ciò che qualcuno
ci sta dicendo: “La terza possibilità è probabilmente la più importante sia per
la pragmatica della comunicazione umana che per la psicopatologia. È il
fenomeno della disconferma che, come vedremo, è del tutto diverso da quello del
rifiuto totale delle definizioni che gli altri danno di sé…Laing cita William
James che una volta ha scritto: ‘ Se fosse realizzabile, non ci sarebbe pena
più diabolica di quella di concedere ad un individuo la libertà assoluta dei
suoi atti in una società in cui nessuno si accorga mai di lui’…Non c’è il
minimo dubbio che una situazione simile porti alla ‘perdita del Sé’ che non è
niente altro che la traduzione del termine ‘alienazione’. La disconferma (che
osserviamo nella comunicazione patologica) non si occupa più della verità o
della falsità (se ci fossero tali criteri) della definizione che P ha
dato di sé, ma piuttosto nega la realtà di P come emittente di tale
definizione. In altre parole, mentre il rifiuto equivale al messaggio ‘Hai
torto’, la disconferma in realtà dice ‘Tu non esisti’…” (Watzlawick,
Beavin, Jackson, 1971).
Importanti sono
allora le parole di C.R.Rogers: “Allo stadio attuale dell’elaborazione teorica
della terapia centrata sul cliente, c’è un ulteriore tentativo di descrivere
ciò che accade nelle relazioni terapeutiche più soddisfacenti ossia il modo in
cui si realizza l’ipotesi di base. Con questa formulazione si afferma che la
funzione del consultore consiste nell’adottare (nella misura in cui ne è
capace) lo schema di riferimento del cliente, nel percepire il mondo così come
lo vede il cliente, nel percepire il cliente stesso così come egli vede se
stesso e nel comunicare al cliente un po’ di questa comprensione empatica”
(Rogers, 1997). Interessanti sono a questo proposito gli studi compiuti da
Milton Erickson e sviluppati oggi attraverso tecniche quali la “programmazione
neurolinguistica” da R.Bandler e J.Grinder (1981). Essi sottolineano quanto sia
importante andare incontro al cliente all’interno del suo universo, cercando di
comprendere qual è il modo prevalente di comunicare del paziente: visivo,
auditivo o cenestesico, effettuando poi ciò che essi chiamano “ricalco” in modo
da sintonizzarsi completamente col modo di vedere il mondo del paziente. Anche
Goleman ribadisce: “Il grado di comunicazione emozionale che l’individuo
percepisce in un’interazione si rispecchia nella misura in cui i movimenti dei
soggetti interagenti sono rigorosamente orchestrati mentre si parlano, un
indice, questo, solitamente inconsapevole, di vicinanza. Una persona annuisce
quando l’altra spiega qualcosa, o entrambi spostano la sedia nello stesso
istante, oppure uno si sporge in avanti mentre l’altro si allontana.
L’orchestrazione può essere impercettibile, come se le due persone stessero
dondolandosi allo stesso ritmo su delle sedie girevoli. Proprio come osservò
Daniel Stern a proposito della sintonia fra madri e figli, lo stesso tipo di
reciprocità stabilisce un legame fra i movimenti di individui che presentano un
contatto emozionale” (Goleman, 1996).
Per impostare correttamente una seduta è
quindi importante tenere conto di questi elementi.
Il modo migliore di svolgere questo delicato
compito consiste nel mantenere uno stato di attenzione rilassata, stimolando
dolcemente il processo in corso interferendo il meno possibile con chi respira.
Non è vietato il contatto fisico, anzi, in alcuni momenti può rivelarsi molto
benefico, si può quindi tenere la mano al paziente, effettuare tocchi e
massaggi in determinate parti del corpo doloranti o contratte per favorire uno
sblocco energetico, ma sono sconsigliati interventi troppo invadenti come
abbracci e coccole (anche se ciò dipende dal proprio quadro di riferimento
teorico), oppure parlare o far parlare il paziente durante la seduta.
In ogni modo le regole non sono mai rigide ed
è importante mantenere un contatto empatico, cercando di sintonizzarsi con il
mondo interiore del paziente, per riuscire a “vedere” il mondo come lui lo
vede, e capire così qual è l’intervento più adeguato al momento opportuno; può
essere utile che chi assiste effettui lui stesso qualche minuto di respirazione
per raggiungere uno stato mentale di calma e attenzione fluttuante.
Dice Stanislav Grof: “Nelle sedute che
utilizzano gli stati non ordinari di coscienza, il ruolo del paziente e
dell’analista è in tutto differente da quello della psicoterapia tradizionale:
il terapeuta non è l’agente attivo che causa i cambiamenti nel paziente con i
suoi interventi specifici, ma è qualcuno che coopera in maniera intelligente
con le forze interiori di guarigione del cliente. La comprensione di questo
tipo di ruolo è in assoluta sintonia con il significato originario della parola
greca therapeutés, cioè ‘La persona che assiste durante il processo di
guarigione’; ed è anche in accordo con l’approccio alla psicoterapia sostenuto
da C.G.Jung: per lui l’analista ha appunto il compito di mediare un contatto e
uno scambio con il sé interiore, che poi guiderà il processo di trasformazione
e di individuazione del paziente” (Grof, 1996). Anche la teoria di Rogers,
centrata sul cliente, come già citato, suggerisce quanto il ruolo del terapeuta
sia molto più frequentemente associabile a quello di accompagnatore che cammina
vicino al cliente, assecondandolo e sostenendolo durante il suo percorso di
sviluppo interiore e di accrescimento della consapevolezza.
Terminata la seduta si lascia il paziente in
silenzio e tranquillità in modo che possa godersi il benessere dovuto alla
respirazione, oppure dopo qualche minuto si può guidare il paziente in esercizi
di rilassamento.
In alcune scuole dove vengono praticate
tecniche molto simili al rebirthing alla fine della seduta vengono lasciati dei
colori in modo che il soggetto possa rappresentare con un disegno la propria
esperienza, è il caso ad esempio della “respirazione olotropica” di Stanislav
Grof (1996).
Per quanto riguarda
il decorso della terapia, nonostante ogni individuo abbia naturalmente un
proprio percorso unico, si possono individuare degli elementi comuni.
La maggior parte dei soggetti che non
soffrono di patologie gravi sperimentano nelle prime sedute sensazioni molto
intense, piacevoli, o solo leggermente dolorose. Queste possono riguardare
formicolii, tremori, l’irrigidimento o paralisi degli arti.
Altri soggetti, magari più nervosi o che
hanno subito traumi, possono invece avere reazioni emotive molto intense come
pianto, urla, grida, rabbia ecc. Molto interessante è il fatto che l’affiorare
delle emozioni rimosse coincide con la scomparsa dell’irrigidimento o la
paralisi precedente degli arti, poiché ciò porterebbe a pensare che alla base
di queste esperienze vi sia un eccessivo autocontrollo emozionale, e le parestesie
in quanto tali non siano dovute alla sola iperventilazione (quest’ultima,
infatti, secondo le teorie mediche, è la causa della tetania attraverso il
processo di alcalosi sanguigna).
In molte occasioni è
possibile vedere individui che passano dal riso al pianto o viceversa.
Nella maggior parte
dei soggetti, si registra la scomparsa delle sensazioni sgradevoli nelle prime
sedute, per lasciare poi il posto a sensazioni via via sempre più gradevoli.
Ci sono casi in cui i soggetti dopo pochi
minuti di respirazione si addormentano. Pur essendo una minoranza, diventa un
problema cercare di far respirare queste persone, di solito sono individui
sempre molto attivi o che soffrono di insonnia, e quindi il rebirthing soddisfa
la loro necessità principale, evitando però così il raggiungimento di
elaborazioni più profonde. In altri casi il sonno può essere un meccanismo di
difesa per evitare di affrontare problemi profondi. Se si tratta di una
necessità fisiologica di solito dopo una decina di minuti il paziente
rinvigorito comincia a respirare correttamente, mentre nell’altro caso il sonno
diventa una continua necessità impellente che accade ogni volta in cui si sta
per verificare qualcosa di importante, in tali casi sarebbe consigliabile
stimolare la persona a respirare con frequenti richiami.
Per quanto riguarda
le applicazioni terapeutiche, il rebirthing può essere utile in un vasto campo,
e soprattutto in quelle manifestazioni in cui è il respiro è la componente
centrale, come ad esempio ansia, attacchi di panico e asma.
Studi controllati svolti presso il reparto di
pneumonologia dell’ospedale Monaldi di Napoli da A.De Falco e A.De Luca
mostrano miglioramenti significativi in disturbi come asma bronchiale,
pertosse, rinite ed enfisema (De Luca, 1995).
A proposito dei
meccanismi legati all’ansia e alla depressione afferma Falzoni: “Di fronte alla
tensione e allo stress si trattiene involontariamente il respiro irrigidendosi.
Una respirazione limitata produce stati depressivi (a volte anche acuti) e
predispone a molti disturbi. I tentativi spontanei di respirare liberamente,
quando avvengono senza che il soggetto ne sia consapevole, inducono a loro
volta nuovi stati di ansia. Rieducando il soggetto a una respirazione libera,
dopo le prime sessioni nelle quali vengono scaricate tensioni e traumi e a
volte elaborati processi psicodinamici, l’ansia e la depressione scompaiono
drasticamente. Durante questo processo avvengono apprezzabili progressi
nell’armonizzazione di diversi livelli mentali. A volte ha luogo una rapida
esplorazione dell’inconscio, la quale può rivelare i motivi essenziali che
hanno contribuito all’insorgere del processo patologico. Il soggetto impara a
mantenere uno stato di flessibilità e di equilibrio praticando anche in modo
autonomo la respirazione iniziando a relazionarsi con il sé interiore”
(Falzoni, 1996).
Ultimamente,
all’ospedale San Raffaele di Milano, il professor Battaglia dopo dieci anni di
ricerche ha trovato una relazione tra attacchi di panico e respiro. Si vede come
i soggetti che soffrono di attacchi di panico sono ipersensibili all’eccesso di
anidride carbonica. Afferma ancora Falzoni: “Non si tiene conto di molti
fattori come il fatto che l’eccesso di anidride carbonica dovuta ad una cattiva
respirazione è spesso associata ad emozioni trattenute e a blocchi energetici;
inoltre non sono neppure approfonditi i meccanismi dell’iperventilazione, che
nelle sue prime fasi ad esempio provoca un aumento dell’anidride carbonica e
successivamente un suo abbassamento” (da un articolo sui DAP tratto dal sito
internet dell’A.R.A.T, l’associazione del rebirthing ad approccio
transpersonale).
Molto interessante è quindi l’applicazione
del rebirthing riguardo questo disturbo. Attraverso le discussioni del corso
didattico da me frequentato molti colleghi “rebirthers” hanno più volte
testimoniato dei buoni risultati raggiunti con questa tecnica quando applicata
a persone sofferenti di attacchi di panico, lo stesso dottor Falzoni riferisce
ottimi risultati, tanto che in alcuni casi già dopo la prima seduta la persona
ha dei miglioramenti evidenti. Questo sembra dovuto al fatto che la persona
durante la seduta sperimenta fenomeni simili, ma è preparato ad affrontarli in
modo opportuno, rassicurato sul fatto che non sono pericolosi, e
tranquillizzati dal contesto terapeutico in cui è presente una persona vicina
che è pronta a dare un significato a ciò che accade per favorire
un’elaborazione cosciente dei vissuti emergenti. Ricordiamo, infatti, che gli
attacchi di panico sembra siano anche dovuti a una ipersensibilizzazione del
locus ceruleus, soprattutto a causa dell’evitamento di determinate situazioni,
che porta a un certo punto delle scariche adrenergiche quando superano una
determinata soglia.
Il rebirthing può
essere altresì utile nei casi di tossicodipendenza, è praticato infatti
all’interno del programma di riabilitazione per tossicodipendenti, con buoni
risultati, in una comunità in provincia di Vicenza, la “Cà delle ore” di
Breganze. Il modello di intervento è denominato “Progetto Sankalpa” ed è
guidato dal frate francescano Padre Ireneo Forgiarini. Falzoni riferisce che
esiste ancora un monastero ai confini tra la Thailandia e la Corea, centro di
ricerca interiore e di terapia, che utilizza la respirazione anche per la cura
dei tossicodipendenti, pare con eccellenti risultati (Falzoni, 1992), e lui
stesso dice di aver ottenuto ottimi risultati con pazienti tossicodipendenti.
Il rebirthing infatti può facilmente dare
stati alterati di coscienza simili al “buco”, io stesso ho fatto respirare una
ragazza tossicodipendente in un piccolo centro dove faccio volontariato e anche
lei ha riferito che in alcuni momenti aveva la stessa sensazione di quando si
era “fatta” (inoltre durante le sedute veniva fuori materiale sicuramente più interessante
che il sentire una semplice “ebbrezza”...), ciò potrebbe confermare il fatto
che determinate tecniche di respirazione stimolino le “endorfine”, nostro
patrimonio naturale, e possano aiutare l’organismo a produrre da solo ciò di
cui va in cerca all’esterno, contribuendo a diminuire tutti i tipi di
dipendenza riguardanti queste sostanze, inoltre il rivivere determinate
sensazioni in una situazione di contesto controllato può facilmente
permettere una maggior comprensione degli eventi che possono portare a
ricercare determinate esperienze.
Molto interessanti a questo proposito sono le
ricerche di C. Tart e S. Grof sugli stati alterati di coscienza. Specie
quest’ultimo per molto tempo ha usato LSD (nel 1956 fu uno dei primi soggetti
da esperimento per questa droga) come dilatatore di coscienza, su se stesso e
poi con numerosi pazienti, dice infatti “Mi sembrò che l’analisi, abbinata al
LSD, avrebbe potuto approfondire, intensificare ed accelerare il processo
terapeutico” (Grof, 1993), per poi passare ad usare una tecnica di respirazione
(che lui chiama “respirazione olotropica”) i cui elementi base sono quelli del
rebirthing, affermando di riuscire ad ottenere altrettanti stati profondi di
coscienza, raccogliendo materiale da oltre ventimila sedute di respirazione con
persone provenienti da diversi paesi e da diversa estrazione sociale. Ecco cosa
dice riguardo al materiale che emerge durante le sedute: “…Ricorrendo agli
stati non ordinari, raggiunti per esempio con la respirazione olotropica, fin
dalle primissime sedute spesso comincia a venire a galla importante materiale
biografico che si riferisce ai primissimi anni di vita. Di conseguenza, le
persone non solo hanno accesso ai ricordi che risalgono al periodo neonatale o
alla prima infanzia, ma spesso entrano in connessione in maniera molto vivida
con la propria nascita e con la permanenza intrauterina o addirittura
cominciano ad avventurarsi in campi di esperienza che vanno ben oltre” (Grof,
1993).
A questo proposito
riporto un’esperienza che mi ha molto colpito: Rodolfo, un mio amico geologo
che ha praticato il rebirthing con me per molti anni, (ora direttore di un
piccolo centro di medicine alternative) mi ha raccontato come fosse molto
scettico all’inizio, ma la sua visione cambiò completamente durante una delle
prime sedute di rebirthing durante la quale rivisse la propria nascita in forma
di immagini molto vivide; senza informare la madre della sua esperienza le
chiese dettagliatamente le persone presenti e la descrizione dell’ambiente alla
sua nascita, e tutto coincideva perfettamente con l’immagine che aveva visto!
Sicuramente i racconti soggettivi vanno ponderati accuratamente, infatti
sappiamo bene quanto la mente e la memoria possano causare distorsioni ed
“aggiustamenti” per farci credere ciò che vogliamo, nondimeno però,
semplicemente rileviamo che esperienze simili sono state riferite da molte
altre persone, a volte sempre in forma di immagini a volte magari in forma di
sensazioni fisiche, ecco perché la tecnica è stata chiamata
“rebirthing”.
Sappiamo inoltre che
attraverso l’ipnosi è possibile riaccedere a ricordi infantili, e che
attraverso operazioni a “cervello aperto” stimolando determinate aree possono
riaffiorare eventi mnemonici molto lontani e dimenticati.
Vediamo quindi che è
possibile in molti casi riaccedere ad esperienze legate alla nascita,
esperienze che possono condizionare molto la nostra vita anche in base al tipo
di parto che abbiamo avuto.
Dice Leonard: “Molte tecniche e procedure
usate per il parto in ospedale sono state ideate per la comodità del personale
medico, e i neonati sono spesso trattati come non-entità, incapaci di
percezioni o emozioni, e perciò non importanti…Spesso l’atteggiamento nei
confronti del neonato è influenzato dall’idea che la sua intelligenza non sia
sufficientemente sviluppata da permettergli di essere conscio di ciò che sta
succedendo…In generale la nascita è l’unico cambiamento della realtà
istantanea, drammatico e permanente che tutti noi abbiamo provato. La crescita
da ovulo e spermatozoo ad embrione, a feto ed infine a nascituro è stata
studiata e registrata dalla scienza moderna come uno svolgersi graduale,
quotidiano. I cambiamenti più importanti che avvengono alla nascita riguardano
le sensazioni tattili, le luci, il suono, la respirazione atmosferica, il
rapporto col mondo e con gli altri, la separazione fisica e la temperatura.
Abbiamo osservato i risultati di questi cambiamenti nelle nostre stesse sedute
di rebirthing, e in quelle dei nostri clienti…Forse la conclusione più
universale presa alla nascita è che piacere e dolore sono intrinsecamente
intrecciati. Questo deriva dall’associare il piacere della vita embrionale alla
sofferenza della nascita (Leonard, Laut, 1988).
Molto importanti
riguardo questo pensiero sono ad esempio le intuizioni di Otto Rank, o le
riflessioni del medico francese Frederick Leboyer. Otto Rank fu il primo ad
intuire quanto fosse importante il trauma della nascita, anticipando delle
concezioni che oggi possono essere provate scientificamente grazie alle nuove
tecnologie, contrariamente a quanto si pensava a quei tempi, infatti, si
riconosce oggi che il bambino è dotato di una certa sensibilità fin da quando è
ancora solo un feto.
Dice appunto Rank: “Da alcuni casi di
pazienti in analisi abbiamo riportato l’impressione che la ‘scelta’ di una
certa forma di nevrosi sia determinata in modo decisivo dall’atto della
nascita, anzi dai punti su cui si è maggiormente concentrata la violenza del
trauma e dalla reazione dell’individuo al trauma…Questo punto di vista si rivela
di eccezionale utilità, perché, istituendo un rapporto tra tutte le reazioni
psicobiologiche e il trauma della nascita, permette di comprendere sia il
carattere tipico della nevrosi in quanto tale, sia il tipo di reazione generale
che ciascuna nevrosi rappresenta; comprendiamo cioè che i sintomi somatici, il
più delle volte, sono un tentativo di aggirare il limite dell’angoscia
regredendo direttamente allo stadio prenatale…” (Rank, 1988).
Vediamo allora quali
potrebbero essere le possibili conseguenze di determinati tipi di parto da un
punto di vista psicologico.
Quando si verifica
una rottura precoce, naturale o artificiale, della membrana, si ha il
cosiddetto “parto a secco”. In tal caso venendo a mancare il liquido amniotico
il passaggio lungo il canale uterino risulterà più arduo e faticoso. È
possibile che le persone nate in queste condizioni sviluppino atteggiamenti
particolari verso la vita, affrontando ogni ostacolo con grande sforzo e
dispendio di energia, oppure contrarre una fobia per l’acqua o i liquidi in
generale, come la paura di fare il bagno.
Quando vi è l’uso di
analgesici, antispastici e anestetici da parte della madre (parto pilotato)
oltre ai possibili danni fisiologici per la madre e per il figlio si è
riscontrato una tendenza da parte di quest’ultimo ad avere atteggiamenti
peculiari per l’esistenza come: tendenza all’alcol, alla droga e, in genere
all’evasione in modi e situazioni irreali; idealizzazione eccessiva della
realtà e allentamento dei processi ideativi logici del pensiero, o eccesso di
reazioni emozionali con debilità e scarso controllo del super-io che risulta
iposviluppato. Provocare artificialmente il parto quando le doglie non
avvengono entro il tempo fisso ha un risultato analogo, sulla psiche del
nascituro, al suo venire al mondo in maniera prematura. Sul piano psicologico
gli schemi mentali e le paure più comuni possono essere le seguenti: “La vita è
inutile”, “Non sono desiderato”, “Mia madre non mi ama”, “non mi sento al
sicuro”, “Non ho abbastanza tempo …”.
Quando il feto, che
non ha subito la normale rotazione, si trova nell’utero in posizione tale da
non poter uscire a testa avanti, si parla di parto podalico. Gli atteggiamenti
più frequenti che si riscontrano grazie agli studi di rebirthing in conseguenza
di questo tipo di parto, sono connessi proprio a questa posizione rovesciata
con cui si è venuti al mondo. Divenuti adulti, questi individui tendono spesso
a “voltare le spalle la vita” assumendo atteggiamenti di sfiducia e di
rinuncia, con reazioni di timidezza eccessiva e di isolamento con il mondo.
Il parto con il
forcipe può predisporre i nati in questa maniera a percepire mondo come
pericoloso, a complessi di persecuzione.
I nati con il parto
cesareo possono avere la tendenza ad aspettarsi che siano gli altri a risolvere
i loro problemi.
Per quanto riguarda
bambini abbandonati o sopravvissuti ad un tentato aborto, in relazione al primo
caso De Luca dice di aver seguito personalmente bambini abbandonati, dati in
adozione o in affidamento, riscontrando sempre nel loro vissuto affettivo una
traccia indelebile del distacco più meno violento dalla madre. Nel secondo caso
fattori biologici estranei potrebbero avere influenzato il processo di
formazione del feto, provocando anomalie fisiologiche o addirittura lesioni funzionali
imprevedibili. Le reazioni psicologiche
più frequenti che seguono questi traumi sono sindrome depressive e turbe
neurologiche di varia origine, con quadri reattivi che sarebbe impossibile
sintetizzare in poche righe. Sul piano
emotivo-affettivo questo tipo di trauma fa affiorare nel corso del lavoro con
il rebirthing conclusioni del tipo: “Non capisco perché sono nato”, “Non riesco
a trovar pace”, “Non credo che tu sia mia madre”, “Ma perché mi avete messo al
mondo?” (De Luca, 1995).
Ecco allora che
possono essere molto utili le osservazioni del medico francese Frederick
Leboyer, che ha dedicato l’intera vita allo studio di questo problema
affascinante per dimostrare l’importanza di una “nascita dolce”, lontana
dall’ambiente clinico e freddo che caratterizza la nostra venuta alla luce
nelle società occidentali. Egli ha dimostrato (Leboyer, 2000) l’importanza di
una luce diffusa e di suoni ovattati al fine di umanizzare e sensibilizzare
l’ambiente in cui giunge il neonato, proprio per evitare un trauma al suo
sistema sensoriale. Si aggiunga che l’improvviso precipitare in un clima di
diversa temperatura avrà un impatto notevolmente sgradevole. Da una temperatura
rassicurante a 38 gradi, come quella del liquido amniotico, il bambino viene
portato a una temperatura media di circa 21 gradi (quella di una sala parto).
Può essere utile a
questo riguardo il rebirthing con donne in gravidanza, seppure con qualche
limitazione, dice Falzoni a proposito: “La respirazione è molto importante per
la madre nei mesi di gravidanza e fondamentale durante il parto. Se la madre ha
risolto il trauma della propria nascita prima di partorire, è probabile che
eviti di ripetere lo stesso schema e quindi che il parto sia molto più facile.
Ella dunque può trarre grande beneficio da alcune sedute preventive di
rebirthing, sia per sé e per il bambino. Una respirazione molto intensa,
tuttavia, può provocare una nascita prematura, perciò il rebirthing dovrà
essere praticato in tutta sicurezza soltanto nei primi mesi di gravidanza. In
seguito, gli esercizi di respirazione dovranno essere molto dolci e
controllati” (1996, p.117).
Il rebirthing viene
applicato anche a persone anziane e bambini. Con le persone anziane di solito
non si verificano reazioni appariscenti, anzi molti fanno fatica a mantenere a
lungo un certo tipo di respiro intenso e fluido, nonostante ciò i risultati
sono benefici e duraturi. Molte persone anziane si sentono stanche e depresse,
a causa di tutte le battaglie che hanno dovuto affrontare nella loro vita,
portandosi dentro cicatrici emotive. Il rebirthing può contribuire alla
scomparsa di stati di astenia, apatia e depressione (Falzoni, 1996; Carenzi,
2000).
Con i bambini
naturalmente è più difficile richiedere collaborazione. Falzoni riferisce un
caso in cui un suo allievo del corso didattico raccontò di come la sua bimba di
cinque anni, sofferente di una tosse diagnosticata allergica che i pediatri non
erano riusciti a curare, fosse guarita dopo una sola seduta di respirazione. La
bimba narrò di sensazioni piacevoli e di una immagine nella quale una luce le
entrava nel cuore e nei polmoni (Falzoni, 1996). Carenzi riferisce invece di
una seduta in cui un bambino di sei anni, inizialmente non completamente
accettato dalla madre, dopo aver avuto la sua prima respirazione, ha
trasformato il pianto di tristezza e senso di colpa di lei in una sensazione di
gioia, di totale abbandono e di ritrovata serenità fra due anime. Quello che il
bambino riferì nella condivisione successiva, fu che durante la respirazione
(15 minuti, eseguita prima di quella mamma) aveva visto “una bolla blu”, che
lui non aveva paura di guidare ed all’interno della quale si trovavano lui, la
sua mamma e suo papà, felici e leggeri (Carenzi, 2000). Molto spesso i bambini
riferiscono di sensazioni e visioni colorate. In parecchi casi di bimbi
aggressivi e disadattati si sono osservati la attenuazione o la scomparsa di
sintomi nevrotici, fobie e disturbi del carattere semplicemente dopo averli
fatti respirare, aver ascoltato il resoconto delle loro esperienze, e
interagito per poche sedute senza altri particolari interventi, (sappiamo pero’
quanto è importante il senso di calore e di accoglienza per questi ultimi, cosa
che personalmente ritengo indispensabile quanto la stessa respirazione ).
Il rebirthing può
essere inoltre praticato in acqua calda o fredda. Come riportano Leonard e Laut
(1988), quando il rebirthing era stato appena inventato, si faceva sempre in
acqua calda; inizialmente si pensava addirittura che fosse l’acqua calda a
produrre i risultati.
Oggi non è consigliabile che un rebirther
faccia respirare i propri clienti direttamente in acqua calda sin dalle prime
sedute, in quanto l’impatto con la tecnica potrebbe essere un po’ troppo
violento. Una volta acquisita esperienza nell’affrontare determinati schemi
energetici allora si potrà passare a fare delle sedute in acqua calda. In
generale però si può far iniziare le sedute direttamente in acqua calda a
quelle persone molto represse, che non sono in contatto con il proprio corpo e
le proprie emozioni. Le sedute in acqua calda facilitano il riaffiorare del
materiale rimosso. Durante un ciclo di respirazione il materiale si presenta
inizialmente ad un livello molto sottile, e se non viene integrato subito
diventa più intenso.
L’acqua calda accelera
il processo. Durante una seduta di rebirthing in acqua calda, la persona,
sostenuta dal rebirther, galleggia appunto in un liquido caldo, che porta
facilmente una simulazione dell’ambiente uterino facendo in modo così che si
attivino facilmente i ricordi del periodo intrauterino e del parto.
L’acqua dovrebbe avere una temperatura
costante tra i 36 e 39 gradi, ci dovrebbe essere inoltre per il soggetto lo
spazio necessario per muoversi, e per il rebirther lo spazio necessario per
stare seduto o in piedi nell’acqua. Si individuano tre posizioni base indicate
per il rebirthing in acqua calda, eccole indicate a partire dalla più intensa:
1) Galleggiare a
faccia in giù, respirando attraverso un boccaglio.
2) Galleggiare a
pancia in su, con la testa fuori dall’acqua.
3) Stare seduti su un
sedile nell’acqua calda.
Il rebirther è
presente per sostenere il corpo di chi respira e per fornire sostegno morale
alla persona mentre il materiale rimosso ritorna alla coscienza. La maggior parte
delle persone prova una maggior attivazione nel rebirthing in acqua calda,
comunque ci sono anche altre persone per cui il respirare in acqua calda o
“all’asciutto” è indifferente. Chi ha molta esperienza nella pratica della
tecnica di solito preferisce farlo in acqua calda.
Per quanto riguarda
il rebirthing in acqua fredda, di solito produce ancora maggior “attivazione”
di quello in acqua calda. Ciò sembra dovuto al fatto che mentre l’acqua calda
può portare a coscienza i ricordi legati alla nascita, l’acqua fredda ci mette
in contatto con le nostre paure legate alla morte. È bene quindi iniziare il
rebirthing in acqua fredda dopo che si è acquisita una certa dimestichezza con
il rebirthing in acqua calda.
L’acqua deve essere comunque ad una temperatura
sopportabile dalla persona. Prima di immergersi si inizia a respirare in modo
circolare in piedi accanto alla vasca, con un ritmo piacevole e rilassato.
Naturalmente il corpo va immerso nell’acqua in modo molto graduale, se parti
del corpo che sono sotto il livello dell’acqua o completamente asciutte danno
sensazioni spiacevoli, significa che si sta procedendo in maniera troppo
veloce. Se questo succede è meglio uscire dall’acqua, asciugarsi e
ricominciare.
Leonard e Laut ribadiscono come una volta che
si sia diventati padroni della tecnica, il rebirthing in acqua fredda è
un’esperienza stimolante e vivificante, in quanto il corpo produce
automaticamente più energia per affrontare l’acqua fredda, e questo elevato
livello di energia dura un bel po’ al di là della fine della seduta.
Il rebirthing inoltre
può essere praticato da soli o in gruppo. Si può praticare da soli dopo che si
è fatta una vasta esperienza della tecnica, ma le mie esperienze personali e
quelle di altri colleghi mettono in luce come il fatto di essere assistiti
comporti notevoli vantaggi che si possono ben immaginare. Per quanto riguarda
il rebirthing in gruppo, esso viene praticato di solito (se ne esiste la
possibilità) dopo una serie di sedute individuali. Rebirther molto esperti però
possono far respirare in gruppo, magari con l’aiuto di altri assistenti, anche
le persone alla prima esperienza.
Naturalmente,
cominciando il rebirthing con sedute individuali, si possono godere i vantaggi
di avere una persona completamente a nostra disposizione in uno spazio privato,
riuscendo magari a trovare una maggior concentrazione in quanto non si è
disturbati dal respiro, dai lamenti o dal pianto degli altri. Molte persone
infatti mi hanno riferito le difficoltà iniziali del passare dalle sedute individuali
alle sedute di gruppo proprio per questo motivo.
Anche il respirare in
gruppo comunque ha i suoi vantaggi, il respiro degli altri, infatti, se da un
lato potrebbe disturbarci, dall’altro può aiutarci in caso di difficoltà. Può
capitare infatti di non riuscire a respirare bene, di non riuscire a trovare il
ritmo giusto, in questo caso può quindi essere utile “agganciarsi” al respiro
di un’altra persona che segue un ritmo migliore del nostro per poi tornare a
respirare col proprio ritmo ma in modo più attivo di prima. Io stesso ho potuto
sperimentare ciò in parecchie sedute, sia agganciandomi al respiro di qualcun
altro, sia “trascinando” il respiro di qualche altra persona. Naturalmente ciò
non deve durare più di qualche minuto, è importante che ognuno segua il proprio
ritmo.
Anche in gruppo
comunque si può godere di un’assistenza individuale quando le persone si
mettono a coppie respirando ed assistendo a turno.
Un’ultima
precisazione che vorrei fare riguardo questa tecnica è in relazione alla sua differenziazione
dall’ipnosi. E’ interessante a questo proposito ciò che dice Falzoni, in quanto
lui stesso ha praticato l’ipnosi in gioventù: “E’ necessario tuttavia chiarire
la differenza sostanziale fra i fenomeni indotti dall’ipnosi o dalla suggestione
e quelli analoghi frutto del rebirthing. La diversità è grandissima e a tutto
vantaggio del secondo. L’ipnotizzato, infatti, partecipa spesso a situazioni
interessanti, come quelle che ho descritto, senza neppure rendersene conto,
senza dare all’esperienza la dovuta importanza, e finisce poi col dimenticarle
in pochi giorni come se si trattasse di un sogno. Al contrario, chi sperimenta
tali fenomeni attraverso la respirazione ne vive profondamente il senso e il
significato con tutto il suo essere, traendone una spinta evolutiva e benefici
che possono portarlo a profonde trasformazioni interiori e ad un definitivo
risveglio della consapevolezza. Con l’ipnosi, inoltre, possono manifestarsi
stati visionari dei quali il soggetto non ha né bisogno né interesse, invece
tutto ciò che si produce nella respirazione non avviene casualmente, ed è
congruente e significativo. E’ come se il soggetto, grazie al suo sforzo
cosciente, potesse guadagnarsi ciò che è necessario ed è pronto a ricevere.
Nell’ipnosi c’è un abbassamento della soglia della coscienza, mentre durante la
respirazione l’accesso alle sfere inconsce è accompagnato da lucidità
ipercosciente e dalla dilatazione della coscienza” (Falzoni, 1996).
Anche una mia collega del corso didattico,
Romina, che prima di fare rebirthing era stata sottoposta a sessioni di ipnosi,
raccontò come il rivivere i propri traumi attraverso il rebirthing l’aveva
aiutata ad avere una maggiore accettazione delle proprie esperienze
traumatiche, in quanto le emozioni e i sentimenti rivissuti si manifestavano in
una maniera molto più vivida, e che anzi durante l’ipnosi questi erano
dissociati dalle immagini richiamate alla memoria.
Abbiamo visto quindi
come il possibile campo di applicazione di questa tecnica sia molto ampio.
Resta inteso comunque che anch’essa, al pari
di altre tecniche, ha i suoi limiti, dovuti sia allo strumento in se stesso che
all’esperienza di chi lo applica. Molti fattori infatti possono intervenire
durante le sedute, e molto importante è la capacità di chi assiste. La tecnica
infatti permette il riaffiorare di eventi traumatici in modo “catartico”, ma
sappiamo bene che per aiutare una persona tutto ciò non basta, la capacità di
un buon assistente di “dare significato” al materiale che emerge, è secondo me
di importanza basilare, il contributo di buone basi psicologiche quindi è
importantissimo.
In questo capitolo
intendo riportare delle testimonianze concrete riguardo all’argomento della mia
tesi e inizierò raccontando la mia esperienza personale
Pratico questa
tecnica da ormai sette anni: la prima volta che provai a respirare secondo le
indicazioni di questo metodo ero in camera mia, in penombra e feci solo alcuni
minuti di respirazione (in quanto avevo letto che era vivamente consigliato di
non provare da soli). Durante la respirazione tutto sembrava tranquillo e
normale ma quando mi fermai per riprendere a respirare normalmente provai le
sensazioni fisiche più forti che ho mai provato in vita mia.
emozioni di collera
repressa nei loro confronti avessero trovato sfogo lasciando poi spazio ad un
senso di benessere liberatorio. Nelle varie sedute (più di 200) che in circa
sette anni ho praticato, ho vissuto le più disparate esperienze. Crisi di
pianto, risa, scoppi di rabbia collegati ad immagini del passato, ma anche
sedute intensamente piacevoli, in cui trovavo soluzioni intuitive a problemi
che mi assillavano in quei momenti, esperienze che paragonerei alle “peak
experiences” di Maslow (il cui significato ho già spiegato nel terzo capitolo).
Cosa importante, è che di qualsiasi tipo fossero le esperienze, riguardanti
emozioni positive o di sofferenza, alla fine della seduta mi sono sempre
ritrovato in uno stato di benessere, che mi accompagnava inoltre per tutta la
durata della giornata. Essendo una
persona che “somatizza” spesso le tensioni accumulate, mi è capitato molte
volte, alcuni giorni prima di un esame universitario (che tutti sappiamo quanto
stress comporta), di avere dolori in varie parti della schiena. Dopo ogni
seduta di rebirthing questi dolori incredibilmente sparivano, e in questo posso
dire di aver sperimentato di persona quanto riportato da Reich, Lowen o dalla
psicosomatica. Continuo attualmente a praticare questa tecnica come ho già
detto frequentando il corso di “rebirthing transpersonale” ad Asti.
Ho quindi ritenuto
utile per il mio studio sottoporre ai partecipanti del corso una breve
intervista, attraverso un questionario scritto con domande aperte, per avere le
loro testimonianze.
Il questionario è
stato compilato complessivamente da 17 persone, 7 maschi e 10 femmine. I
soggetti appartenevano a diversi contesti lavorativi così ripartiti: 4
impiegati, 1 assistente sociale, 1 operaio, 1 rappresentante, 1 insegnante, 1
consulente, 2 autisti, 3 commercianti, una psicologa, e 2 che svolgevano lavori
vari. La media dell’età e risultata di 39 anni, il soggetto più giovane ne
aveva 27, quello più anziano 55. Tutti avevano già alle spalle numerose sedute
di rebirthing, da un minimo di 10, fino ad un massimo di 400, la maggior parte
dei soggetti aveva sperimentato circa 50 sedute. Il questionario (anonimo)
consisteva di quattro domande aperte così formulate:
1) Come ti sei
avvicinato al rebirthing e per quale motivo in particolare? 2) Puoi raccontare
la tua esperienza durante le sedute (hai provato sensazioni, emozioni, visto
immagini, rivissuto traumi, ecc.)?
3) Preferisci
respirare singolarmente o in gruppo, e perché?
4) Quali cambiamenti,
se ci sono stati, ha favorito il rebirthing nella tua vita?
Per quanto riguarda
la prima domanda si possono individuare quattro tipi di risposta:
l’avvicinamento al rebirthing è avvenuto sotto consiglio di amici che già lo
praticavano (7 casi), a causa di problemi personali (5 casi), per caso (3
soggetti), o per curiosità (2 casi).
Nella seconda
risposta, tutti i soggetti affermano di avere riscontrato durante le loro
sedute determinate sensazioni fisiche ed emotive.
Riporto qui di
seguito alcuni interessanti scritti (indicherò il soggetto in base al sesso
M/F e alla numerazione del protocollo):
[F2] “ …Dopo due anni e mezzo in una seduta
ho rivissuto il parto di mia madre…sentendo le sue emozioni per la mia nascita,
esperienza che ha modificato nella realtà il mio rapporto con mia madre
(svincolo e differenziazione) ”.
[F4] “Nella prima
seduta ho rivissuto un trauma molto grosso. Ho sempre sensazioni ed emozioni
anche molto forti e soprattutto il primo anno molte visioni”.
[M3] “Non vedo
immagini. Sento, a volte, delle forti emozioni, e ho intuizioni circa la mia
vita o più generali”.
[M4] “Nella prima
seduta ho avuto una profonda liberazione con importanti scariche fisiche ed
emotive. Ho sperimentato sensazioni di pace profonda, leggerezza, ed ho colto
l’opportunità di osservare gli atteggiamenti sbagliati che mi provocavano
l’ansia. Ho preso contatto con la mia parte più autentica separandomi dai
bisogni e dalle richieste provenienti dall’esterno.
[F5] “ Molte volte ho
trovato un gran senso di liberazione quando forti emozioni venivano a galla.
Rabbia, urlo, pianto, convulsioni e vomito sono accaduti spesso, ma non ricordo
queste esperienze come spiacevoli. A livello transpersonale ho molto spesso
visioni, alcune legate a momenti particolari (travolta traumatici) della mia
vita. Molto di frequente le mie visioni sono collegate al rapporto difficile
con mia madre. Ci tengo a precisare che spesso ho avuto esperienze molto
piacevoli e di gioia assoluta…”
[M5] “Innanzitutto ho
visto il legame diretto che c’è tra emozioni trattenute e irrigidimento
corporeo. Non ho rivissuto dei traumi ma qualche volta ho visto/percepito
immagini simboliche legate a contenuti emotivi di espansione, libertà, gioia
senza condizioni né giudizio. Per esempio una volta ho visto un lupo che girava
su se stesso che poi mi è venuto vicinissimo, con uno sguardo che era al tempo
stesso dolcezza e pazienza infinita, e forza impersonale, voleva solo che
corressi con lui, mi aspettava da sempre, e se necessario mi avrebbe aspettato
per sempre senza alcun giudizio. Naturalmente mentre sentivo queste cose non
potevo trattenere le lacrime, era come ritrovare qualcosa di me stesso rimasto
nascosto fino a quel momento che riemergeva sprizzando energia e gioia”.
[M1] “…Una volta mi
sono trovata dentro una bara scavata nella roccia. Questa bara era un luogo di
comunicazione, come una cabina telefonica. Le emozioni sono state tante, sia di
dolore che di pace profonda. Quelle che ho assaporato di più sono state le
intuizioni sulla mia vita, rendendomi conto che i miei problemi sono sempre
stati inventati da me, dalla mia mente”.
[F6] “Ogni seduta è un’esperienza unica,
nuova e irripetibile. Un continuum di sensazioni e di emozioni vere,
autentiche, eterogenee e contrastanti: gioia, dolore, estasi, rabbia, senso di
libertà, di beatitudine e gratitudine, vissuti di catarsi liberatoria. Ho visto
a volte delle immagini, una delle più trasformatrici è stata quella di ANUBI il
traghettatore delle anime ”.
[F8] “ Nelle prime sedute ho rivissuto
l’abbraccio che ho dato a mia madre nel momento in cui esalava l’ultimo
respiro, con l’inversione dei ruoli (era lei che abbracciava me), e mi diceva
di stare tranquilla (l’infermiera, in ospedale, mi aveva cacciato dalla
stanza). Ho rivissuto la nascita, in un’altra seduta, con una sensazione di
grigiore intorno e solitudine, ma senza sofferenza e partecipazione emotiva. Ho
compiuto viaggi fra le stelle. Spesso dopo le prime sedute, anche dolorose, in
cui erano presenti tetania e dolori al petto, la costante è stata sperimentare
una sensazione di beatitudine e di benessere e la consapevolezza del divino che
è in noi”.
[M6] “ Durante il
rebirthing ho visualizzato dei momenti tristi della mia vita. Questo rivivere
esperienze passate mi ha fatto sentire meglio e gustare di più il vivere
quotidiano…”
[M7] “ le esperienze
sono di volta in volta diverse, ma caratterizzate spesso dall’andare alla
radice delle emozioni, vissute quindi in modo totale”.
[F7] “Non ho mai
avuto visioni particolari, in compenso ho rivissuto traumi di dolori profondi.
Ho visto nettamente il perché di molte cose. Il respiro ti porta alla luce ciò
che non vuoi affrontare e non ti consente di raccontarti tutte palle”.
Vediamo quindi come
durante il rebirthing ritornino alla coscienza esperienze traumatiche,
permettendo una catarsi liberatoria, ma notevoli sono anche le sedute piene di
benessere. Molto facile è anche la visione di immagini che potremmo definire
“archetipiche”, a volte “mistiche”, ma che si potrebbero prestare a molti
livelli di interpretazione a seconda dell’approccio teorico usato.
Per quanto riguarda
la terza domanda, la maggior parte dei soggetti ha riferito di preferire la
respirazione in gruppo, in quanto la condivisione delle esperienze alla fine
risulta molto utile per tutti costituendo così una terapia di gruppo. Solo due
soggetti hanno manifestato la preferenza di sedute individuali, [F1] “Riesco
bene in entrambi i casi, ma preferisco l’individuale: mi sento più libera in
quanto non ho paura di disturbare gli altri con le mie reazioni”, [M3] “Sono
due esperienze diverse ma che hanno entrambe valore, ma respirare da solo e più
facile”.
Ad alcuni capita di
preferire all’inizio le sedute individuali ma poi, dopo aver superato
l’imbarazzo della seduta di gruppo, preferiscono quest’ultimo. C’è da
evidenziare che 2 soggetti hanno praticato solo sedute di gruppo.
Per quanto riguarda
l’ultima domanda, 14 soggetti hanno riferito che il rebirthing li ha aiutati a
cambiare la loro vita in meglio:
[F1] “Maggiore
centratura e serenità. Inoltre so che le sedute hanno favorito lo sviluppo della mia sessualità”.
[M1] “Ho imparato a
lasciar fluire nella mia vita gli accadimenti che arrivano, nel bene e nel
male, senza attaccarmi, cercando di rimanere presente a me stesso. Queste
situazioni a volte scompaiono e torno nello sconforto. Però adesso so che si
può star bene, e questo dipende solo da me”.
[F2] “A questa
domanda non basterebbe il retro del foglio!…Il rebirthing e la psicologia
transpersonale mi hanno dato le risposte alle domande esistenziali che da
quando ero piccola mi facevo…Integrazione mente/corpo, capacità di ampliare la
conoscenza ed integrarle quindi nella mia professionalità (capacità empatica,
autosservazione, gestione impotenza/onnipotenza, prevenzione del burn-out) ”
[F3] “Un po’ alla
volta mi sto togliendo le mie paure e i sensi di colpa, e sta crescendo la
sicurezza e una calma interiore che mi fanno affrontare ed accettare la vita in
un modo diverso”.
[F4] “ La mia vita è
completamente cambiata, il lavoro, l’amore, e soprattutto il mio atteggiamento
e il rapporto con me stessa e con gli altri”.
[M2] “Liberazione del
meccanismo di dipendenza da sostanze stupefacenti e da dipendenza di donne.
Integrazione corpo/mente/spirito. Liberazione della mia sessualità…”
[M3] “Innanzitutto ho
superato la situazione d’emergenza (depressione e attacchi di panico). Sto
gradatamente acquistando un maggior ottimismo e fiducia in me (che è sempre
stata molto scarsa) un maggior piacere per le cose semplici. Una maggior
empatia, interesse meno superficiale per la “natura” degli altri, un senso
etico personale più forte”.
[M4] “Ho abbandonato
un lavoro che non mi piaceva, ho modificato i rapporti con le persone ed il mio
atteggiamento nei confronti della vita. Ho scoperto la fede in qualcosa di
superiore a cui affidarsi”.
[F5] “ Non c’è niente
che si è rimasto come prima di iniziare a respirare: ho preso decisioni
importanti che hanno rivoluzionato la mia vita e che mi terrorizzavano. Sono
uscita, a mio viso rapidamente, dalla profonda depressione in cui mi trovavo da
più di due anni. Ho iniziato un percorso verso qualcosa che non so ancora, ma
posso dire di aver trovato molta serenità e pace…”
[F6] “Mi ha trasmesso
la possibilità di concedermi di amarmi e di desiderare di esprimere il mio
essere, di liberarmi dai tanti condizionamenti e illusioni mentali innescare
processi di trasformazione della vita quotidiana, il lasciarmi andare e sentire
la presenza di una guida superiore…”
[F7] “Al momento so
di fare un percorso di cui stento a vedere l’inizio è ancor di più la fine.
Certamente la reputo un’esperienza preziosa…”
[F8] “ Mi ha cambiato
la vita: maggior consapevolezza, equilibrio, distacco dalle cose”.
[F9] “Tantissimi
cambiamenti. Mi ha fatto rendere consapevole di tante cose”.
[M6] “Il rebirthing
mi ha aiutato a preoccuparmi meno, ad avere meno pause e vivere la mia vita con
più amore e consapevolezza”.
Un soggetto invece riferisce
[M5] “Mi è difficile dire quali cambiamenti dipendano solo dal rebirthing,
sicuramente oggi mi trovo ad essere molto più centrato e sereno rispetto a una
volta”.
Gli ultimi due
soggetti infine si mostrano “neutri”: [M7] “Non lo so”, [F10] “Per adesso non
ho avvertito cambiamenti significativi”.
Molti casi sembrano
confermare quanto sia possibile rientrare in contatto con le proprie emozioni
acquistando una maggior consapevolezza di se stessi e riuscendo ad uscire da
situazioni di malessere. Sappiamo che per poter veramente superare un trauma
emotivo la comprensione razionale che si può ottenere attraverso una tecnica
verbale può aiutare ma non basta, è importante infatti che l’evento venga
rivissuto attraverso tutte le sue componenti emotive, come dice Slepoj “ Quando
la psicoanalisi muoveva ancora i suoi primi passi si riteneva che fosse
sufficiente, nel corso della terapia, lasciar affiorare il ricordo dell’evento
rimosso, perché vi si accompagnasse una reazione affettiva di ‘scarico’, e
quindi liberatoria. Oggi sappiamo che il ricordo è quasi sempre limitato alla
‘rappresentazione’ dell’evento, ma non ha le reazioni affettive vissute allora.
La conoscenza razionale del nostro passato non ci consente di trasformare il
presente. Solo se si rivivono gli affetti, e dunque i desideri, le paure, i
sentimenti rimossi, è possibile modificarne i tratti ” (Slepoj, 1998). Abbiamo
riscontrato che durante il rebirthing, ciò sembra avvenire pienamente la
maggior parte delle volte. In alcuni casi inoltre, le persone riscoprono, un
contatto con qualcosa di “superiore”, che sembra dar loro maggior fiducia in se
stessi e nella vita.
La mia esperienza personale unita alla
raccolta di dati effettuata tramite il suddetto questionario, mi ha permesso di
verificare di persona quanto ritrovato a livello di letteratura sul rebirthing.
Anche questo lavoro vuole essere una testimonianza che spero possa suscitare
maggior interesse per questa nuova disciplina. E’ da notare comunque il fatto che Falzoni ha raccolto durante
la sua ventennale attività psicoterapeutica notevole materiale clinico.
Ecco ad esempio un’esperienza molto
significativa e dettagliata (cit. in Falzoni, 1992) grazie ad una
notevole capacità introspettiva di un giovane avvocato che si è presentato
sofferente di depressione associata a stati di intensa ansietà e di molto
scetticismo nei confronti della terapia. Considerava i difficili rapporti
affettivi il principale motivo della sua sofferenza. La sua testimonianza è
interessante soprattutto perché il soggetto si è già sottoposto a tecniche
psicoanalitiche e psicoterapeutiche, ha una notevole cultura generale, ha letto
molto a riguardo ed ha una notevole sensibilità per il mondo interiore:
“Incomincio a
respirare e dopo poco mi gira un po’ la testa, sarei già tentato di smettere
appena insorge questa sensazione che mi fa pensare alla perdita di controllo,
ma sono motivato e curioso e decido di sforzarmi e continuare, in fondo perché
devo sempre controllarmi? Già noto una sottile divisione tra ciò che in me definisco
‘l’osservatore’ e ciò che definisco ‘l’osservato’; una divisione tra il mio Io
che respira e sperimenta una sensazione di leggera ebbrezza ed il mio Io
razionale che pone domande: che cosa sto facendo? Mi sarà utile? Che cosa sta
succedendo? Dove arriverò? Sento la mente agitata e quei chiacchierii interni
che di solito, anche se sono costantemente presenti, mai avevo notato con tanta
chiarezza. Mi dico ‘non ti preoccupare e respira profondamente’. Incomincio ad
uscire da una convenzionale percezione del tempo, non saprei dire da quanto ho
iniziato, ed incomincio a percepire un formicolio alle mani, come una leggera
corrente elettrica che attraversa i tessuti. Mi rendo conto che se cerco di
resistere a questa sensazione, essa si trasforma in una ‘paralisi’. Piacere e
fastidio confinano vicinissimi, divisi da un impercettibile atteggiamento
interiore (lasciarmi andare e fluire con le sensazioni induce benessere,
cercare di dirigere e controllare le sensazioni induce disagio). Ricordo, mentre sperimento questo sottile
rapporto tra sensazioni e pensieri, esercizi di biofeedback che ho fatto anni
fa nella vana ricerca di una cura della mia ansia. Mi pare le mani prendano
posizioni strane, tendendo spontaneamente a salire verso il capo mentre i
muscoli si contraggono, i pensieri vorticano, sono assorbito in queste
inusitate sensazioni che non avrei mai creduto il respiro potesse indurre. Mi
accorgo che il respiro sta incominciando a ‘girare’ da solo ed è più libero che
all’inizio dell’esercizio: quando affiorano alla mente pensieri che mi
preoccupano diventa più rapido e superficiale, quando riesco a non dare ascolto
alle chiacchiere mentali trovo momenti di incredibile lucidità, esso si fa più
calmo e profondo. Sento il corpo attraversato dall’energia ed un senso di
euforia nuovo, momenti in cui il senso del ‘qui ed ora’ si manifesta
accompagnato da una profonda consapevolezza. Continuo e mi sto quasi
compiacendo per come riesco bene in quest’esercizio che mi sta offrendo stati
di euforia, quando nuovamente si presenta inattesa una precisa sensazione: un
peso sul torace che pare opprimere la mia capacità di respirare…. Sento una
voce lontana che mi incita a continuare. Ora mi pare di dover sollevare un peso
enorme ad ogni respiro, poi sopraggiunge una sensazione di solitudine e il
dolore mi avvolge, mentre una parte di me è testimone distaccata di tutto
quanto. Sento il corpo trasformato in una vibrante massa energetica, sento
affiorare un’emozione che rievoca ricordi lontani ora stranamente chiari, sento
il suono dei singhiozzi del mio pianto che pare quello di un neonato. Rapide
scene nitidissime attraversano la mente. La sensazione di essere solo e
abbandonato, che è stata caratteristica dei miei problemi nelle relazioni
affettive (ho sempre avuto la tendenza a vivere con un aprioristico pessimismo)
sta rivelando la sua radice originaria. Il terrore dei momenti in cui sono
stato solo per un tempo forse breve, ma per me “ temporaneamente eterno”,
quando appena nato ero stato tenuto lontano dal corpo di mia madre. Un senso di
mancanza… ero appena stato dolorosamente espulso dal mio mondo, avevo percepito
i suoi urli, una soffocante pressione per le contrazioni del corpo scosso
violentemente, poi appena fuori in un mondo rumoroso ed abbagliante, mi ero
sentito (mi sto sentendo!) sballottare sottosopra, un senso di sgomento e
soffocamento e poi eccomi solo, perduto nel biancore di una culla. Mentre mi
arrendo a queste sensazioni provo una specie di orgasmo, come se raggiunto il
culmine la tensione fosse totalmente dissolta per lasciar posto ad un senso di
leggerezza e beatitudine. Qualcosa che trattenevo in me come un’ansia di fondo
che credevo parte stessa del mio carattere si sta dissolvendo, per lasciare
spazio ad un senso di grande pace. Ad occhi chiusi percepisco una luce dorata
soffusa, un senso di amore per la vita; la coscienza, fuori dal tempo, si
immerge in se stessa. Il respiro è ora estremamente libero e leggero. Al peso,
che percepivo precedentemente, è seguita una sensazione di libertà che mi dà
commossa gioia. Intuisco cose che non posso descrivere con le parole, vedo modi
molto più facili ed efficaci di affrontare le relazioni e i problemi
quotidiani. Sento un senso di sicurezza e di forza, che sostituisce il senso di
frustrazione e di inadeguatezza a cui mi ero abituato. Mi rendo conto, ancora
incredulo, di quanto tutto sia scaturito spontaneamente da me, man mano che mi
aprivo al respiro. Sento un senso di profondo appagamento psicofisico e una
gioia indescrivibile. Dopo questa seduta la mia vita è cambiata: sembra
incredibile ma è così. Le sedute successive sono state molto diverse, in quanto
non ho più visto né ricordato sensazioni forti. Ho generalmente sentito solo un
senso di benessere, di calore interno, di lucidità. Mentre respiro mi vengono
buone idee, bei pensieri, utili soluzioni pratiche. Mi sento rinvigorito e
rinnovato. Posso davvero dire di essere rinato, e questa volta sono nato
davvero bene”.
Descrizioni così
ricche possono ben illuminarci su tutto quello che si può sperimentare durante
una seduta di rebirthing.
Un altro caso
interessante è il seguente resoconto (cit. in Falzoni, 1992), che ci fa
vedere ancora le potenzialità del rebirthing applicato a disturbi depressivi:
“La stanza è spoglia.
Non c’è niente. Una pila di materassini, qualche sedia e quello che mi sembra
un radioregistratore. Mi piace il rosa delle pareti. Daniela, dopo le
presentazioni di rito, mi fa parlare della mia storia in analisi. Ed io gliela
racconto senza riserve. “E’ stato un lungo viaggio…”. Le dico, e cerco di raccontarle
con precisione la verità. Le racconto le cause della mia depressione e la mia
intenzione di ‘chiudere’ con lo star male una volta per tutte. E che non ne
sono capace. Dopo circa un’ora di parole, Daniela mi fa stendere su un
materassino a terra, mi dà istruzioni simili a quelle del training autogeno e
poi altre istruzioni per la respirazione. Mi sento strano, mi sembra di fare
una cosa forzata, non si respira in quel modo, penso, e poi mi sembra di
soffocare, il respiro che soffoca, decisamente mi manca il respiro, voglio
smettere, andarmene, non mi piace stare là…Voglio andarmene ma continuo. Nel
frattempo Daniela ha messo su un po’ di musica…E che cavolo sto facendo?
Gradualmente mi sento cambiare. È come se, attraverso la respirazione, il mio corpo
non fosse più il mio corpo o venisse cambiato, trasformato alchemicamente in un
nuovo corpo, fatto diversamente, composto diversamente. Capisco che sta
succedendo qualcosa: come se stessi per decollare in alto, in alto, comincio a
vedere… Vedo una successione di immagini ad una velocità incredibile, tutte le
persone che ritengo essere la causa della mia depressione, vedo volti e
situazioni e sento nel vedere e nel riviverle che c’è anche altro, come se
tutto fosse trasformato da quello che sto vivendo anche in un’altra cosa, e non
so bene che cosa. Soffro e respiro. Respiro e soffro. Dalla sofferenza passo a
un velato stato di beatitudine, poi la sofferenza di nuovo. Ma non è proprio
soffrire: è una specie di laborioso e sofferto correre in uno spazio nuovo e
diverso. Dove sono? Dove sto andando? Lo scandire del mio stesso respiro non mi
dà tregua, so che se voglio continuare a ‘vedere’ devo continuare a ‘respirare’
e che non voglio assolutamente smettere di ‘vedere’ e ‘sentire’.
Così, soffocando
sempre più, continuo a respirare sempre più intensamente in una specie di
assurda sfida con me stesso stimolata dalla voce di Daniela che, pazientemente,
mi incita a respirare più profondamente quando rallento. Vivo a vari livelli,
più esperienze e con più persone, non so esattamente come succeda. Daniela
accompagna la mia respirazione con brevi istruzioni e mi sento toccare il
petto, dove mi duole, e sulla fronte. Ma è come se la mano toccasse il corpo di
un altro perché io, di fatto, sono da un'altra parte. Poi Daniela mi chiama per
dirmi che il tempo a disposizione è scaduto. Pian piano ritorno alla realtà. Mi
sembra di aver fatto una lunghissima corsa. Il corpo è come addormentato,
formicolante, e sento le mani pesanti, le gambe pesanti, sento come se rientrassi
nel mio corpo da molto lontano. Mi sento felice ed euforico. Mi sento cambiato,
rinato. Esco felice anche se molto perplesso. Ma Daniela mi avrà ipnotizzato
senza che mi accorgessi? Non mi faccio troppe domande: sto troppo bene per
farle. Volevo star meglio e la respirazione funziona. Anche se proprio non
capisco come succeda so che succede e per oggi questo mi basta”.
Possiamo notare
subito l’estrema lucidità che accompagna le sessioni di rebirthing, infatti, a
differenza dell’ipnosi, come accennato nel terzo capitolo, il soggetto è
continuamente consapevole di ogni cosa che accade, e ciò può permettere una
reintegrazione delle esperienze traumatiche.
Interessante anche il
contributo che dà un medico psicosomatista, Federico Montecucco, che dopo aver
provato il rebirthing, ha cominciato ad utilizzarlo in terapia (cit. in
Screm, 1996):
“Premetto che io ho una formazione
abbastanza vasta e che ho sempre utilizzato tecniche diverse di respirazione, sino
prima di conoscere il rebirthing…La prima volta che sono venuto in contatto con
una tecnica “moderna” di respirazione, è stato circa a metà degli anni
‘60…Questa tecnica fu per me sorprendente perché le primissime volte che l’ho
praticata, io che stavo bene, non avevo particolari problemi, avevo una bella
vita e una buona carriera, una buona relazione affettiva che durava da parecchi
anni, entrai in contatto con un’emozione profondissima di enorme dolore,
confusione, disperazione, rabbia. Emozioni primarie senza contenuti mentali,
intellettuali…La mia prima sessione di rebirthing durò due ore e mezzo circa,
forse tre. Nei primi venti minuti entrai in tetania e restai a respirare
forsennatamente, intensamente per un’ora, un’ora mezza, un tempo lunghissimo.
Ho avuto la sensazione di sperimentare la morte: avevo tutto il corpo inarcato,
tutti i muscoli contratti, tesi, non riuscivo più a parlare, avevo il blocco
dei muscoli della bocca, delle mani, dei piedi, della schiena e della nuca.
Tutto questo era dolorosissimo. Preso dalla paura, a un certo punto ho detto
‘Adesso muoio!’ E la terapista, tranquillissima mi ha risposto: ‘Ok, muori’. Io
ho continuato a respirare e ho pensato ‘Va bene, se muoio, muoio in questo
posto che è un posto di meditazione’. Ho proseguito per un’altra mezz’ora
respirando senza interruzione, poi ricordo un ‘salto’ improvviso, nel giro di
pochi minuti mi ritrovai senza più una tensione nel corpo, senza più un dolore,
in uno stato di enorme piacere, di dilatazione del mio corpo. Ricordo che la
terapista, dopo un po’ mi disse che doveva andare e io le risposi che sarei
rimasto lì ancora un po’. Rimasi in quello stato per un’altra ora, un’ora
mezza: mi sembrava di galleggiare nell’aria”
Egli riferisce poi secondo la sua
esperienza di terapeuta quanto la tecnica possa essere reputata strumento di
miglioramento della vita:
“… Ho visto un grande cambiamento in me stesso e ho notato anche
una maggiore apertura. E anche in altre persone. Ho visto anche gente, però,
che pur praticando per anni il rebirthing o altre metodologie, non hanno avuto
nessuna trasformazione…Se un individuo non sa che cosa significa essere totale,
se una parte delle sue energie è bloccata da un tipo di carattere o di armatura
psicosomatica, non riuscirà a liberarsi di queste strutture in tempi brevi.
Continuerà anche a respirare in una maniera non totale, corazzata, parziale. La
respirazione profonda e veloce può essere un’esperienza intensissima,
estremamente coinvolgente. Le persone che possono respirare in questo modo sono
veramente poche. Chi respira così è, in genere, o una persona molto aperta o
una persona molto motivata a infrangere le barriere ordinarie della psiche e
del corpo…”
Ci spiega poi attraverso le sue
conoscenze psicosomatiche quali potrebbero essere i meccanismi attraverso cui
agisce il rebirthing:
“La principale
conclusione che ho tratto da tutte queste esperienze è che è necessario
arrivare ad uno sblocco psicosomatico, attraverso la respirazione. Questo
almeno per quanto riguarda il mio lavoro. Senza questa reazione io non ho visto
modificazioni dello stato di coscienza…Io utilizzo le tecniche di respiro
praticate in modo catartico Inoltre mi sono reso conto che esistono, nel corpo,
dei punti chiave intervenendo sui quali, con il massaggio o una semplice
pressione, è possibile aiutare il passaggio dell’energia attivata dal respiro.
Mi servo anche della musica per stimolare sensazioni e reazioni: questo è un
approccio vicino a Grof. Altre volte, o in momenti particolari, utilizzo la
stimolazione verbale. Lo scopo degli interventi è di far sì che le persone
sentano le sensazioni, il dolore o altro, anziché isolarle nel corpo staccando
la psiche dal soma. Liberando queste memorie incistate nel loro corpo, inoltre,
si liberano di un vero veleno. Io non credo che le tossine di cui preoccuparsi
siano solo quelle alimentari, ma anche quelle provocate dalla cattiva gestione
delle emozioni. Se non affrontiamo queste parti di noi non possiamo creare le
radici, le basi per l’evoluzione delle coscienze. Il rebirthing, secondo me, e
comunque il breathwork, può essere un ottimo metodo per lavorare sulle
componenti superiori del cervello, per liberare le principali costrizioni,
consentire il fluire delle emozioni, anziché giudicarle e non viverle. Io cerco
di stimolare nelle persone la comprensione dell’importanza di questo passaggio.
Quando questo accade i risultati sono veramente grossi.”
Vorrei citare ora un’
altra importante testimonianza da parte di Eve Jones (cit. in Sondra
Ray, 1996), un’esperta in chimica e biologia generale, oltre che in
psicologia clinica, disciplina insegnata per vent'anni a Los Angeles dove
mantiene uno studio privato di psicoterapia. Riporto anche le sue affermazioni
in quanto mi sembrano molto ricche ed esaustive.
“Sono lietissima di
presentarvi una semplice tecnica che potrete insegnare ai vostri pazienti per
agevolare la loro guarigione.
Questa tecnica si è dimostrata efficace per una serie molto vasta di disturbi,
tra cui non solo problemi mentali ed emotivi ma anche malattie fisiche acute e
croniche. Il rebirthing esercita il suo maggior effetto su due processi: il
ritmo al quale il corpo costruisce e mantiene sani i tessuti ed il ritmo al
quale le scorie metaboliche vengono eliminate dalle cellule e dai fluidi del
corpo. La vitalità, o buona salute, è collegata al ritmo al quale il corpo fa
circolare l'energia in queste funzioni anaboliche e cataboliche. Più riusciamo
a riparare o sostituire il vecchio materiale, più siamo sani. E quanto più in
fretta eliminiamo le scorie prodotte da questo lavoro o dal deterioramento dei
tessuti, tanto più facilmente il corpo si mantiene in ordine. Il 70% delle
scorie viene eliminato con la respirazione e nelle nostre ricerche ci siamo
accorti che la maggior parte delle persone non respira la maggior parte del
tempo! Con il rebirthing possiamo ottenere i benefici di un ritmo cardiaco
accelerato senza produrre nuove scorie che il nostro corpo deve poi smaltire,
semplicemente concentrando la nostra coscienza sul respiro e respirando con
maggior pienezza. Il motivo per cui noi non respiriamo costantemente secondo il
modello continuo è che ci aggrappiamo alle nostre reazioni emotivamente
cariche, avendo paura di lasciarle andare come avviene nel corso della
respirazione consapevole, perché (secondo quanto afferma Leonard Orr) le
associamo alla sopravvivenza in seguito alle circostanze della nostra nascita,
fatta di dolore, respiro trattenuto, impotenza, incoscienza, lotta. Per questo
motivo è necessario che durante le prime sedute di rebirthing sia presente un'altra
persona principalmente per ricordare a chi respira di respirare allorché i
vecchi imprinting riaffiorano alla coscienza ed interferiscono con il modello
di respirazione continua. La respirazione circolare potrà così svolgere il suo
compito di liberare il paziente dalla negatività, favorendo al tempo stesso
guarigione e crescita. Il meccanismo che permette al respiro di aprire la
coscienza del qui e ora ai vecchi imprinting non è stato ancora compreso. Forse
è perché la respirazione circolare fornisce al cervello lo stesso ambiente che
era prevalente in gran parte nella gestazione, quando lo scambio placentare
assicurava al feto un approvvigionamento continuo di ossigeno e la rimozione
costante e rapida delle scorie. Forse la respirazione continua e profonda apre
non solo lo spazio polmonare che il ricordo della paura aveva paralizzato, ma
anche i capillari situati nella materia cerebrale profonda nel sistema limbico.
Quali che possano essere i meccanismi che agiscono nel rebirthing, l’evidenza
della sua efficacia è oramai diffusa. Le migliaia di persone che sono diventate
rebirthers hanno aiutato altre migliaia di pazienti affetti da gravi problemi
fisici tra cui: acne, alcolismo, angina, anoressia nervosa, artrite, asma,
bulimia, bronchite cronica, diabete, dipendenza da barbiturici, da caffeina, da
nicotina, disturbi digestivi, disturbi mestruali, disturbi dell'apparato
sessuale, epilessia, ipertensione, obesità, problemi circolatori.
Il rebirthing si è rivelato molto efficace su
pazienti affetti da allergie, tumori, ulcere duodenali o gastriche, problemi ai
reni ed emicranie.
Oltre a questa vasta serie di disturbi fisici il rebirthing si è dimostrato
utilissimo per ogni disturbo di tipo nevrotico o psicotico, producendo grossi
miglioramenti nella personalità nel giro di poche sedute.
Quanto ai cambiamenti di personalità prodotti anche da una sola seduta
di rebirthing, va accennato il fatto che spesso in chi respira si accendono
antichi sentimenti religiosi o addirittura si sviluppa un nuovo atteggiamento
spirituale. Perciò, oltre a favorire benefici materiali per i pazienti,
l'insegnamento della tecnica del rebirthing può rivelarsi anche un utile
strumento nella ricerca della pace e della felicità spirituale”.
Come vorrei ricordare, il rebirthing, di
solito, è praticato all’inizio in sedute individuali, ma in determinati
seminari, possibilmente con più assistenti, possono “respirare” assieme anche
più persone, potendo costituire così anche una terapia di gruppo, grazie
soprattutto al fatto che vi è una condivisione finale (come ho avuto modo di
constatare anche dalle risposte al mio questionario). Nei seminari di
rebirthing che ho frequentato ho vissuto esperienze molto particolari, che
potrebbero essere ben descritte dalla testimonianza di un esperienza simile
vissuta dal fisico Fritjof Capra, descritta nel suo libro Il punto di svolta
(1984): “La mia prima esperienza della respirazione di Grof in veste di suo
assistente fu per me del tutto sconvolgente. Per due ore mi sentii come se mi
trovassi in un manicomio. La forte musica nella stanza debolmente illuminata
cominciava con un raga indiano, che al suo culmine veniva soppiantato da una
sfrenata samba brasiliana, seguiti da brani di un’opera di Wagner e di una sinfonia
di Beethoven, e si concludeva con maestosi canti gregoriani. Le persone attorno
a me che facevano l’esperienza della respirazione si univano alla musica
emettendo forti suoni, lamenti, urla, pianti, risa, e attraverso questo
pandemonio di suoni espressivi e di corpi che si contorcevano, Stan e Christina
facevano lentamente e con calma i loro giri, applicando qui una pressione sulla
testa della persona, massaggiando un muscolo là, vigilando con cura sull’intera
scena senza essere affatto disturbati dal suo aspetto caotico….Dopo
quest’iniziazione, esitai per un po’ a sperimentare personalmente la
respirazione, ma quando infine lo feci, l’intera scena mi apparve in una luce
totalmente diversa. Per cominciare, fui affascinato nello sperimentare l’intera
sessione simultaneamente a due livelli. Ad un livello, per esempio, mi sentivo
le gambe paralizzate ed ero incapace di muovermi anche in giù. Ad un altro
livello, però, rimanevo pienamente consapevole che questa era un’esperienza
indotta volontariamente e sapevo che potevo sempre interromperla, alzarmi e
uscire dalla stanza. Questo fatto mi diede un senso di grande sicurezza e mi
aiutò a restare nel mondo esperienziale, rinunciando ad analizzare le cose, per
lunghi periodi di tempo.”
Sicuramente
l’immagine che se ne può ricavare è molto suggestiva, e personalmente posso
dire che vivere una esperienza del genere permette di arricchire la propria
conoscenza sui meccanismi attraverso cui si è portati (forse a causa di una
società che mette tra i suoi valori un eccessivo autocontrollo) a reprimere le
nostre emozioni, che invece attraverso questo metodo riaffiorano.
Riporto infine un’intervista
gentilmente concessami dal dottor Falzoni (Falzoni, 2001) riguardante i
collegamenti tra rebirthing e psicologia, che approfondirò poi in maniera più
ampia nel prossimo capitolo:
1) In che
modo il rebirthing può essere utile in psicologia clinica?
“E' riconosciuto, che metodi di iperventilazione che inducono stati di coscienza
non ordinari attivano molti processi psicodinamici di alto valore terapeutico.
Non solo
liberando il respiro entriamo in contatto con le emozioni represse, (inibite
trattenendo il respiro) come dimostrano anche le ricerche della bioenergetica,
ma anche materiale rimosso che può essere elaborato e integrato. La catarsi
tanto frequente nelle prime sedute, conduce a durevoli trasformazioni”.
2) In base
alla sua esperienza, quali sono i casi in cui il rebirthing è
particolarmente
efficace, e in quali invece non è adatto?
“Il
rebirthing si dimostra adatto per una svariata gamma di situazioni.
Possiamo dire
che può risultare meno efficace con soggetti che hanno un forte bisogno di autocontrollo e di costante
razionalizzazione degli eventi.
Oppure soggetti
troppo gravemente disturbati per riuscire ad applicare il
metodo consapevolmente. Particolare efficacia, invece
(per una relazione diretta con le alterazioni del Co2) si constata per il DAP.
Si rivelano molto adatti a questo intervento i disturbi conseguenti ad esperienze
traumatiche. L'ansia e i disturbi psicosomatici di origine ansiosa
L'elaborazione di conflitti affettivi. Per quanto riguarda l'efficacia del
metodo per quanto concerne i livelli superiori dello sviluppo, il metodo
favorisce: l'attivazione dei talenti, lo sviluppo dei potenziali creativi e
cognitivi, autoconoscenza e autotrascendenza”.
3) In cosa si
assomiglia o si differenzia il setting che si applica con il rebirthing
rispetto alla psicologia clinica?
“Ci sono
molti punti in comune nello stabilire una comunicazione e un contesto
terapeutico nel rebirthing e nella psicologia clinica.
Il setting
tuttavia, dà notevole rilevanza alla fase esperienziale, e
all'attivazione
di processi di autoguarigione”.
4) Denomina
il suo approccio "Rebirthing Transpersonale", può spiegare i concetti
su cui si basa l'approccio transpersonale?
“L'approccio transpersonale consiste nel dare significativa importanza, nel setting ad atteggiamenti che favoriscano l'emergere, accolgano e interpretino, quando necessario, i frequenti stati di coscienza non ordinaria che la respirazione induce. Senza trascurare l'importanza dei livelli inferiori, segue le fasi dello sviluppo dell'Io oltre il confine del razionale, per dar spazio alle dimensioni intuitive, transrazionali e transegoiche”.
Spero attraverso queste testimonianze di esperienza pratica della
tecnica di aver illustrato meglio cosa effettivamente può succedere durante una
seduta, e perché ciò possa essere utile alla salute mentale dell’individuo.
Vorrei concludere questo capitolo con ciò che dice Capra: “Sono state
sviluppate moltissime tecniche terapeutiche nuove per mobilitare l’energia
bloccata e per trasformare sintomi in esperienza. In contrasto con gli approcci
tradizionali, che si limitavano per lo più a interazioni verbali tra terapeuta
e cliente, le nuove terapie incoraggiano l’espressione non verbale e insistono
su un’esperienza diretta implicante l’organismo nella sua totalità. Esse sono
perciò spesso designate come terapie esperienziali. La natura elementare e
l’intensità del modello esperienziale alla base dei sintomi manifesti hanno
convinto la maggior parte dei terapeuti che praticano le nuove terapie che le
possibilità di influire in modo drastico sul sistema psicosomatico attraverso i
soli canali verbali sono molto remote, e che si deve quindi insistere
soprattutto su approcci terapeutici che combinano tecniche psicologiche e
fisiche” (Capra, 1984).
CAPITOLO QUINTO: REBIRTHING E PSICOLOGIA, PROSPETTIVE DI DIALOGO
Il rebirthing è utilizzato ormai da parecchi anni anche da psicologi e psicoterapeuti, ad esempio: Grof (1996, 1997, 2001), Falzoni (1992,1996), De Luca (1995), Carenzi (2000), Camattari (1996) e molti altri.
Proverò allora ad
illustrare come questa tecnica possa essere adeguatamente inquadrata in
contesti di psicologia clinica.
Come già detto più volte il fulcro della tecnica è la respirazione, ovvero un particolare tipo di respirazione detta “respiro circolare”. Il vantaggio principale di questo tipo di respirazione è la capacità di portare una “regressione catartica”, cioè la possibilità di rientrare in contatto con i vissuti “rimossi”, riportare a galla materiale sepolto, avviando così un processo di “rielaborazione” degli eventi, che in pratica vuol dire dare un “significato” e “superare” esperienze traumatiche passate (quando mancavano gli elementi necessari per affrontare determinate circostanze) attraverso la maggior consapevolezza delle proprie risorse nel presente.
Anche nell’ambito del rebirthing, naturalmente, è molto importante l’accoglienza verso il soggetto sofferente, è necessario quindi, come in tutte le terapie, che s’instauri una buona relazione. A questo proposito, un concetto molto importante di cui bisogna tenere conto è la nozione di “transfert” ovvero quel processo attraverso cui si tende ad attribuire al terapeuta sensazioni, emozioni, atteggiamenti riguardanti figure della nostra infanzia. Sebbene nel rebirthing non sia un cardine centrale come nell’approccio psicoanalitico, tuttavia è importante realizzare la cosiddetta “alleanza terapeutica”, e per fare questo è importante che si instauri un “transfert positivo”, che possa favorire una visione del terapeuta come il “genitore buono”, che non crea dipendenza, ma favorisce una “esperienza emozionale correttiva” rispetto ai vissuti precedenti.
Per fare ciò è molto importante comprendere qual è la vera “richiesta” del paziente, in quanto si sa che i “vantaggi secondari” della malattia sono comuni, ed è necessario per il terapeuta non “colludere” con il paziente.
Per favorire questo processo in psicologia
clinica è molto importante la cosiddetta “analisi della domanda”, come afferma
Codispoti: “Lo psicologo pertanto si impegna ad offrire uno spazio ed un tempo
per pensare e per capire insieme a chi lo consulta la natura del problema che
il paziente gli sottopone, e quindi costruire una relazione emotivamente
significativa…Per questo è importante l’analisi della domanda: esiste una
precisa e chiara domanda di aiuto? Da chi e come è stata formulata? Chi e cosa
c’è dietro a domanda di aiuto? Cosa ha spinto proprio in questo momento a
formulare la domanda di aiuto? Cosa ci si aspetta dallo psicologo? Come ci si
pone davanti lui? Quali ansie e quali speranze sono suscitate dall’incontro? Il
consultante è in grado di attivarsi in proprio? Quale ruolo tende ad attribuire
al consulente? Esistono tentativi per indurre lo psicologo alla collusione?”
(Codispoti, Clementel, 1999).
Questi elementi
possono essere ben applicati anche per quanto riguarda il rebirthing, può
capitare infatti che alcune persone rifiutino di aprirsi alle proprie
sensazioni, trattenendo tutto ciò che cerca di “uscire”, usando meccanismi di
difesa quali “razionalizzazione”, “intellettualizzazione” o perfino
“negazione”, dicendo che non è successo niente, a volte anche con un
atteggiamento di sfida. In questi casi una preventiva “analisi della domanda”
può aiutare a preparare la seduta nel modo migliore.
Il rebirthing inoltre, si potrebbe accostare alle cosiddette “psicoterapie brevi”, infatti, solitamente la media delle sedute è dieci-quindici, fatto salvo poi incontri successivi, su richiesta del soggetto, ma di solito più rari nel tempo. Ci sono allora fattori molto importanti che possono favorire dei buoni risultati.
A questo proposito Clementel sintetizza così i meccanismi responsabili del cambiamento nelle terapie focali: “I fattori responsabili dell’efficacia nelle terapie brevi sono: l’induzione di aspettative positive nel paziente legata al limite temporale: il messaggio è che il tempo a disposizione sarà sufficiente a risolvere il conflitto; discutere i problemi con un ascoltatore empatico allevia l’ansia del paziente e gli permette di affrontare i conflitti invece di continuare ad evitarli e scoprire che affrontarli non porta alla catastrofe; la focalizzazione permette di lavorare settorialmente ma in profondità; chiarificazioni e interpretazioni esaminano in dettaglio la relazione conflittuale centrale o il conflitto focale; le interpretazioni offrono una spiegazione per i conflitti e i comportamenti, il paziente sviluppa autocoscienza e riesce a dare un significato ad emozioni o azioni; la formulazione psicodinamica secondo schemi prefissati è un organizzatore per il lavoro terapeutico e dovrebbe aumentare l’accuratezza delle interpretazioni; l’’attenzione alla formazione di un’alleanza terapeutica facilità l’introiezione del terapeuta come rappresentazione interna benevola; le tecniche attive caratteristiche delle terapie focali possono risultare in esperienze emotive correttive per il paziente ma comportano anche il rischio di comportamenti aggressivi del terapeuta che avrebbero esiti negativi” (Codispoti, Clementel, 1999).
Anche nelle terapie cognitivo-costruttiviste, si dà molta importanza al “rivivere emotivamente” le esperienze, cosa che durante il rebirthing avviene in modo rilevante. Afferma Cionini: “Per risultare efficace ai fini del cambiamento, l’acquisizione di nuove conoscenze su di sé non può essere esclusivamente razionale, ma deve essere sentita e rivissuta emotivamente. Una persona può comprendere razionalmente molte cose relativamente al modo in cui funzionano i propri processi psichici, senza che questo induca cambiamenti interni significativi. Un conto, ad esempio, è capire teoricamente che molti dei propri problemi attuali derivano da determinate interazioni avute con i genitori durante l’infanzia, un altro è riuscire, con le attuali potenzialità cognitive, a riattivare e rivivere nel setting terapeutico le sensazioni di abbandono, ostilità o paura che pur avendo caratterizzato gran parte di quel periodo di vita non sono state espresse e sono state quindi inibite e mascherate” (Codispoti, Clementel, 1999, p.390).
Dalla sua nascita, seppur recente, fino ad oggi, il
rebirthing ha conosciuto varie diramazioni, attuando alcune modifiche generali,
ma lasciando sostanzialmente inalterata la tecnica di respirazione di base.
Lo psicologo G.
Carenzi (2000) chiama il suo metodo “respirazione metacorporea”. M.Screm (1996)
indica la sua tecnica come “Breathwork”. Lo psicologo A. De Luca parla di
“Rebirthing Olistico” (1995). J. Leonard (1999) invece, chiama ora il suo
sistema “Vivation” e lo descrive come un’evoluzione del rebirthing, altri
autori parlano di “Rebirthing integrativo” o “Rebirthing communication”.
Personalmente ritengo le differenze troppo
sottili per parlare di tecniche diverse, almeno da un punto di vista pratico,
mentre le eventuali differenze si possono rilevare dal punto di vista del
quadro di riferimento teorico, importanti per questo nostro lavoro sono gli
approcci che integrano il rebirthing in contesti psicoterapeutici clinici.
Tra i vari contributi, per quanto riguarda il dialogo tra rebirthing e psicologia, molto interessante è il lavoro di Filippo Falzoni Gallerani, che, come già ribadito in precedenza, è esponente della psicologia transpersonale ed ha inserito il rebirthing all’interno di questo contesto, chiamandolo appunto “Rebirthing ad Approccio Transpersonale”. Esso si differenzia notevolmente dalla scuola americana di cui fanno parte L. Orr (1996), J. Leonard (1988) e S. Ray (1996), come afferma lo stesso Falzoni: “Nell’ambito di questa tecnica respiratoria il Rebirthing ad Approccio Transpersonale si differenzia da quello della scuola statunitense sia in alcuni aspetti tecnici della respirazione sia nell’approccio teorico. Esso fa infatti riferimento allo yoga, alla psicoterapia, alla ricerca psichica e alla psicologia transpersonale, cioè a quella corrente della psicologia la quale considera anche gli stati di coscienza che trascendono le barriere dell’io e della personalità individuale” (Falzoni, 1996).
Ritengo opportuno quindi, approfondire brevemente l’approccio teorico riguardante la psicologia transpersonale.
Il termine, formato dalle parole “trans” (dal latino “al di là”) e “persona” (“maschera”) è stato coniato per indicare un approccio psicologico che si rivolga all’essere umano nella sua totalità, includendo non solo la psicopatologia, ma anche gli aspetti più alti del Sé, le potenzialità inesplorate insite in ogni individuo.
Come riporta Boggio
Gilot (presidentessa dell’Associazione italiana di psicologia transpersonale):
“Originatasi negli USA alla fine degli anni sessanta, sui pilastri di Jung,
Maslow ed Assagioli e denominata, per la sua pregnanza scientifica, la quarta
forza della psicologia dopo la psicoanalisi, il comportamentismo e la
psicologia umanistica, la psicologia transpersonale abbraccia la visione
unitaria e olistica del mondo che si rivolge alla ricerca della ‘totalità’. In
questo contesto, la prospettiva transpersonale delinea l’essere umano come
unità di corpo, mente e spirito, e affronta i temi della
salute, della malattia e dello sviluppo mentale nella complessa trama di
interazioni istintuali, emozionali, mentali e spirituali, che non esclude le
dinamiche interpersonali ed i rapporti con la natura, il cosmo ed il suo
Principio” (Boggio Gilot, 1992).
Boggio Gilot mette
inoltre in luce che la psicologia transpersonale, come le precedenti correnti
della psicologia dinamica, è un prodotto della cultura in cui nasce, e risponde
ai bisogni più evidenti della società in cui si diffonde. La psicoanalisi era
nata nell’Europa vittoriana, l’Europa dei valzer di Strauss e della repressione
sessuale: lo studio della dimensione istintuale attuato da Freud era una
necessità proposta dalla patologia psichica più diffusa nell’epoca, che era
appunto una patologia sessuale.
La psicologia umanistica era nata invece
nell’America disumanizzata dall’ipersviluppo tecnologico. Laddove l’uomo stava
diventando macchina, lo studio umanistico del senso della vita, dei valori
della responsabilità e della scelta è una risposta alla patologia del
“benessere”, che appaga i bisogni primari ma dimentica i bisogni secondari che
necessitano di appartenenza, fiducia, coraggio e decisione.
La psicologia transpersonale nasce invece
dalla crisi della cultura materialista e dall’eclissi del razionalismo
cartesiano. In un mondo che ha ormai appagato tutti i bisogni individuali e
collettivi legati alla sopravvivenza e alla comunicazione, l’uomo prende
coscienza della sua separazione dal trascendente e dell’impossibilità di
trovare risposte al senso ultimo dell’esistenza, in un contesto in cui ‘si
crede solo a ciò che si tocca’. Nella separazione dell’assoluto, dall’infinito,
dal divino, l’uomo moderno trae un senso di alienazione e di isolamento, che si
manifesta con una particolare morte dell’anima e che si esprime nella malattia
mentale e nella violenza (cit. in Wilber, 1985).
La Psicologia Transpersonale quindi, si occupa
specificamente, attraverso studi empirici e scientifici, dello sviluppo delle
ricerche relative ai valori più alti, alle meta-motivazioni, alla coscienza
dell'Unità, alle esperienze delle vette (peak experiences),
all'autorealizzazione, all'essenza dell'essere e della coscienza,
all'esperienza di meraviglia di fronte al significato profondo dell'essere,
alla trascendenza dell'io, alla percezione del sacro nella vita quotidiana, ai
fenomeni trascendentali, allo sviluppo della consapevolezza, e al risveglio.
La Psicologia Transpersonale può essere definita la psicologia dei più
alti significati e valori. Gli psicologi che studiano quest'area del sapere
devono essere preparati ad esaminare la realtà dal punto di vista che deriva da
questi significati e valori (tratto da un articolo del sito internet
dell’A.R.A.T).
Notevoli esponenti di questo movimento, oltre i già citati, sono K. Wilber (1985), S. Grof, A. W. Watts, A.Huxley, D. Goleman.
Per quanto riguarda
il nostro studio molto importante è il lavoro con il respiro dello psichiatra e
psicoterapeuta Stanislav Grof (1996), che, come lui stesso dice, fu tra gli
ispiratori del movimento transpersonale: “Alla fine degli anni ’60 venni in
contatto con un piccolo gruppo di professionisti, che comprendeva Abraham
Maslow, Anthony Suitch e James Friedman, i quali condividevano la mia opinione
che i tempi fossero maturi per lanciare un nuovo movimento in psicologia,
focalizzato sullo studio della coscienza e sul riconoscimento del significato
delle dimensioni spirituali della psiche. Dopo svariati incontri per chiarire
questi nuovi concetti, decidemmo di chiamare questo nuovo orientamento
“psicologia transpersonale”. Subito dopo fondammo il Journal of
Transpersonal Psychology e la Association for Transpersonal Psychology”.
Egli (come già accennato nel terzo capitolo)
inizialmente usava LSD in terapia, poi cominciò anche ad usare tecniche di
respirazione che danno stati alterati di coscienza, abbinate a forme di lavoro
sul corpo, ed accompagnate dall’utilizzo di determinati sottofondi musicali. Il
suo metodo, chiamato “Holotropic Breathwork” o “respirazione olotropica” (il
termine olotropico è composto da olos che in greco significa intero
e tropico da trepein che significa muoversi verso, in
direzione di qualcosa, quindi con olotropico si sottolinea un orientamento
verso l’interezza, la totalità dell’essere) risulta fondamentalmente simile al
rebirthing, Falzoni stesso dice di sentirsi molto vicino all’approccio di Grof.
Ecco come lo stesso
Grof descrive il suo metodo: “Al paziente che desidera la tecnica non
farmacologica viene chiesto di sdraiarsi su un lettino comodo e ampio, su un
materasso o sul pavimento, opportunamente imbottito o ricoperto da uno stuoino.
Gli si chiede poi di concentrarsi sulla respirazione e sul processo che avviene
nel corpo allontanando per quanto possibile l’analisi intellettuale. Man mano
che la respirazione diventa più profonda e più rapida è utile immaginarla con
una nube di luce che viaggia attraverso il corpo e riempie tutti gli organi e
le cellule. Di solito il breve lasso di tempo impiegato in questa
iperventilazione iniziale e attenzione focalizzata amplifica le sensazioni
fisiche e le emozioni preesistenti, oppure ne produce di nuove. Il lavoro
esperienziale può iniziare quando lo schema si sia manifestato chiaramente. Il
principio di base è incoraggiare il paziente a lasciarsi andare completamente
alle sue sensazioni ed emozioni che emergono e a cercare maniere appropriate
per esprimerle (con suoni, movimenti, posizioni, mosse facciali, fremiti) senza
giudicarle né analizzarle. Al momento più opportuno l’assistente offre aiuto al
paziente. Il lavoro di facilitazione può essere eseguito da una sola persona,
anche se l’ideale sembra la presenza di un uomo e di una donna. Prima di
iniziare si istruisce il cliente in modo che per tutto il processo indichi con
il minor numero di parole possibile qual è l’attività dell’energia nel suo
corpo: localizzazione dei blocchi, cariche eccessive in alcune zone, tensioni,
dolori o crampi. È anche importante che il cliente comunichi la qualità delle
emozioni e delle varie sensazioni fisiologiche, come angoscia, sentimenti di
colpa, collera, soffocamento, nausea o pressione vescicale” (Grof, 1997). Il
metodo si basa quindi su tecniche di respirazione e lavoro sul corpo,
accompagnati da determinati sottofondi musicali.
I presupposti in
comune con il rebirthing sono evidenti.
Anche in quest’ambito
molti sono i possibili accostamenti con l’analisi bioenergetica: “Per lavorare su
alcune zone di blocco si possono usare liberamente vari esercizi e manovre
bioenergetiche, oppure elementi del Rolfing o del massaggio di polarità. Il
principio di base è dare sostegno al processo esistente, anziché imporre uno
schema esterno che riflette una determinata teoria o le idee degli assistenti”
(id., 1997).
Grof sostiene che: “Gli effetti straordinari e spesso drammatici della terapia psichedelica e di altre metodiche esperienziali sollevano automaticamente la questione dei meccanismi terapeutici implicati in tali cambiamenti. Anche se la dinamica di alcune forti trasformazioni sintomatiche e della personalità osservate dopo le sedute esperienziali può essere spiegata con argomentazioni convenzionali, la maggior parte di esse comprende processi non ancora scoperti né riconosciuti dalla psichiatria e psicologia accademiche tradizionali. Questo non significa che i fenomeni di questo genere non siano mai stati incontrati o discussi in precedenza. Si ritrovano nelle descrizioni di pratiche sciamaniche, riti di passaggio, cerimonie di guarigione di varie culture aborigene nella letteratura antropologica…tuttavia questo tipo di letteratura non è mai stata studiata seriamente per la sua manifesta incompatibilità con i paradigmi scientifici correnti. Il materiale accumulato negli ultimi decenni della ricerca sulla coscienza indica con insistenza che i dati di questo genere andrebbero riesaminati in modo critico. Esistono ovviamente molti meccanismi estremamente efficaci di guarigione e di trasformazione della personalità che vanno ben oltre le manipolazioni biografiche della psicoterapia corrente” (Grof, 1997).
Importanti sono quindi i lavori di Grof e Falzoni nell’utilizzazione di questa tecnica esperienziale in ambito terapeutico psicologico.
Afferma Falzoni:
“Molti psichiatri sono scettici nei confronti delle tecniche psicologiche e
confidano solo nel valore della chimica, e forse dimenticano che l’uomo è in
grado di padroneggiare i suoi stati di coscienza grazie alla volontà e che
adottare tecniche capaci di modificare l’atteggiamento esistenziale può
dimostrare la reversibilità dei fenomeni. Per i casi più gravi, l’intervento
farmacologico si rivela a volte l’unico praticabile. E, tuttavia, usare i
farmaci soltanto per inibire i sintomi di una certa patologia non basta a
risolvere le cause profonde che l’hanno originata…È invece stato riscontrato da
molti studiosi, ed era bagaglio della saggezza delle molte culture antiche, che
esiste una specifica forza di autoguarigione insita in ogni individuo e che
compito del terapeuta è solo quello di permettere che essa venga attivata…In
quest’ottica, la tecnica del rebirthing rappresenta un significativo progresso
verso l’armonizzazione di diverse teorie…” (Falzoni, 1996).
Sostiene invece Grof:
“ L’obiettivo principale delle tecniche impiegate nella psicoterapia
esperienziale è attivare l’inconscio, sbloccare l’energia imbrigliata nei
sintomi emotivi e psicosomatici, e convertire l’equilibrio energetico
stazionario in un flusso esperienziale (Grof 1997).
Grof afferma inoltre
di aver raccolto numerosi dati riguardanti le potenzialità del respiro in
ambito terapeutico, la sua documentazione riguarda oltre 20000 sedute con
tecniche di respirazione (e circa 4000 con gli psichedelici): “Solo negli
ultimi decenni, i terapeuti occidentali hanno riscoperto il potenziale curativo
del respiro, sviluppando tecniche che lo utilizzano. Nel contesto dei nostri
seminari di un mese presso l’Esalen institute a Big Sur, in California, noi
stessi abbiamo sperimentato vari approcci che implicavano la respirazione. Vi
erano inclusi sia esercizi di respirazione tratti dalle antiche tradizioni
spirituali, con la guida di maestri indiani e tibetani, sia tecniche sviluppate
da terapeuti occidentali. Ciascun approccio ha un rilievo particolare e usa il
respiro in maniera diversa. Nella nostra ricerca di un metodo efficace per
usare il potenziale terapeutico della respirazione, abbiamo cercato di
semplificare al massimo il processo. Siamo arrivati alla conclusione che è
sufficiente respirare più velocemente e più profondamente del solito, con una
concentrazione totale sul processo interiore. Invece di porre l’accento sulla
tecnica respiratoria specifica, persino in quest’area seguiamo la strategia
generale del lavoro olotropico: avere fiducia nella saggezza intrinseca del
corpo e seguire le indicazioni interiori. Nella respirazione olotropica,
incoraggiamo le persone a cominciare la seduta respirando in maniera più
accelerata i più piena, unendo l’inalazione e l’esalazione in un circolo continuo.
Una volta che ciascuno è entrato nel processo, trova il proprio ritmo e il
proprio modo di respirare. Grazie a questo metodo siamo stati in grado di
confermare ripetutamente le osservazioni di Wilhelm Reich: le resistenze e le
difese psicologiche sono effettivamente associate ad una respirazione limitata.
La respirazione è una funzione autonoma, che tuttavia può essere influenzata
dalla volontà. L’incremento deliberato del ritmo respiratorio scioglie le
difese psicologiche e porta alla liberazione e all’emergenza di materiale
inconscio (e superconscio). Se non si è visto o sperimentato il processo di
persona, e difficile credere soltanto su base teorica al potere e all’efficacia
di questa tecnica” (Grof, 2001).
Egli spiega poi quali
sono i meccanismi attraverso cui agisce la tecnica: “ Le manifestazioni fisiche
che si sviluppano in varie parti del corpo, durante la respirazione, non sono
semplici reazioni fisiologiche all’iperventilazione. Hanno una complessa
struttura psicosomatica, e di solito contengono un significato psicologico
specifico per ciascun individuo...Le tensioni che abbiamo nel nostro corpo
possono essere liberate in due modi diversi. Il primo implica la catarsi
e l’abreazione, cioè lo scaricamento (attraverso tremori, spasmi,
movimenti del corpo, colpi di tosse, strilli, vomito) delle energie fisiche
bloccate. Questi meccanismi sono ben conosciuti dalla psichiatria ufficiale,
sin dai tempi in cui Sigmund Freud e Joseph Breuer hanno pubblicato i loro
studi sull’isteria. Varie tecniche di abreazione sono state impiegate dalla
psichiatria convenzionale per curare nevrosi emotive traumatiche; inoltre,
l’abreazione è una parte integrante delle nuove psicoterapie esperienziali,
come il lavoro neoreichiano, la pratica Gestalt e la primal therapy.
Il secondo meccanismo, che riesce a mediare il rilascio delle tensioni fisiche
ed emotive, esercita un ruolo importante nella respirazione olotropica, nel rebirthing
e in altre forme di terapia che si servono delle tecniche respiratorie. Esso
rappresenta un nuovo sviluppo della psichiatria e della psicoterapia, e sembra
essere più efficace e interessante per molti motivi. Qui, le tensioni profonde
affiorano sotto l’aspetto di contrazioni muscolari transitorie di varia
durata. Mantenendo le tensioni muscolari per un tempo prolungato,
l’organismo consuma enormi quantità di energia precedentemente repressa.
Attraverso questo consumo, e dunque l’eliminazione di tale energia bloccata,
l’organismo semplifica il proprio funzionamento. Il profondo rilassamento che solitamente
segue l’intensificazione temporanea delle vecchie pensioni, o la comparsa di
tensioni prima nascoste, é la prova della natura terapeutica di questo
processo” (Grof, 2001).
In molti casi,
attraverso il rebirthing, si sperimenta una regressione alla prima infanzia,
importante è allora il contributo della psicoanalisi attraverso gli studi di
Rank: “La prima conclusione da trarre dai risultati delle esperienze
analitiche…riguarda il particolare uso che l’inconscio del paziente fa della
situazione di guarigione: questa situazione, rende possibile la ripetizione del
trauma della nascita ed una parziale abreazione. Ma non si può comprendere il
modo in cui il trauma della nascita sbocca in questo o in quel sintomo
patologico, se prima non si ricostruisce la sua azione sullo sviluppo
dell’individuo normale, in particolare durante il periodo dell’infanzia. Nostra
guida nel ripercorrere questo sviluppo sarà il principio freudiano secondo cui
ogni sensazione di angoscia è, sostanzialmente, ritorno all’angoscia della
nascita, che è angoscia fisiologica (bisogno di respirare). Considerando
lo sviluppo psichico del bambino da questo punto di vista, possiamo affermare,
in linea generale, che l’uomo sembra impiegare molti anni (e cioè tutta
l’infanzia) per superare nel modo meno anormale possibile tutto questo primo
intenso trauma. Se dunque ogni bambino normale è portato a provare paura, ma
non necessariamente paura di una cosa determinata, se, insomma, il bambino è
soggetto ad angosce, allora non si va lontano dal vero designando l’infanzia di
ogni adulto sano come il suo periodo normale di nevrosi: una nevrosi che poi
solo in determinati individui (rimasti infantili o come tali qualificati) si
prolunga fino all’età adulta; sono questi individui che alla fine, appunto,
verranno definiti nevrotici. Cominciamo con l’esaminare, senza stare a citare
altri esempi del medesimo meccanismo, peraltro semplicistico, un caso tipico di
angoscia infantile: quello del bambino lasciato solo in una stanza o nella
camera da letto all’ora di andare dormire. Questa situazione ricorda
evidentemente al bambino (che è più vicino dell’adulto al trauma originario) lo
stato in cui era nel ventre materno; con la differenza, però, che il bambino è
consapevole di essere ormai diviso dalla madre, il cui ventre appare sostituito
solo ‘simbolicamente’ dalla camera buia o dal letto caldo. Infatti l’angoscia
scompare (come Freud ha acutamente osservato) non appena l’esistenza (la
vicinanza) della persona amata colpisce nuovamente la coscienza del bambino
(contatto, voce, ecc.). In questo semplice esempio il meccanismo che scatena
l’angoscia, e che si ripete quasi immutato nelle fobie (claustrofobia, angoscia
del tunnel, ecc.) diventa chiarissimo: non è altro che una riproduzione
inconscia dell’angoscia della nascita; nello stesso esempio troviamo anche una
base concreta per lo studio della simbolizzazione; infine si esplicita il
significato della separazione dalla madre e la tranquillizzante azione
terapeutica della ricongiunzione, sia pure parziale o simbolica” (Rank, 1988,
pp.32-33).
Le conclusioni di
Rank ben si adattano alla prospettiva del rebirthing in quanto, attraverso
quest’ultimo, in moltissimi casi si riesce a rivivere il trauma della nascita,
o le situazioni infantili successive, favorendo una elaborazione ed
integrazione positiva dell’esperienza, come spiega Grof: “Di solito è molto
facile riconoscere quando chi respira è tornato alla prima infanzia. In una
regressione veramente profonda, tutte le rughe del volto tendono a scomparire e
l’individuo può realmente assumere sembianze e comportamenti di un neonato, con
vari atteggiamenti e gesti infantili, ipersalivazione e movimenti di suzione…La
persona che affronta una memoria traumatica precedentemente repressa non è più
il neonato indifeso e dipendente come nella situazione originaria, ma un
individuo adulto…La regressione all’età infantile permette di provare tutte le
emozioni e le sensazioni fisiche dell’evento traumatico dalla prospettiva del
bambino, ma simultaneamente è possibile analizzare e valutare la memoria nella
situazione terapeutica dal punto di vista di un adulto maturo” (Grof, 2001).
Io stesso sono stato testimone molte volte
di eventi simili, riporto ad esempio il caso di una mia amica che mi raccontò
di come lei aveva sempre avuto ripugnanza per le persone anziane fino a quando,
durante una seduta di rebirthing, le ritornò alla mente un’immagine di quando
era piccola dove suo nonno tentò di avere un rapporto sessuale “orale” con lei.
Questa comprensione, o “insight”, le permise di superare la ripugnanza.
Importanti, nel
rebirthing, sono anche i presupposti della psicologia della gestalt,
come ribadisce Grof: “ La terapia della gestalt ha un’enfasi olistica; è una
tecnica di integrazione personale, fondata sul concetto che, nella natura,
tutto è gestalt, unificata e coerente. Nell’ambito di questi complessi, gli
elementi organici ed inorganici costituiscono schemi continui e in continuo
mutamento di attività coordinata. Nella terapia della gestalt l’accento non è
posto sull’interpretazione dei problemi ma nel risperimentare conflitti e
traumi nel momento presente, inserendo la consapevolezza in tutti processi
fisici ed emotivi, e completando le gestalt non finite nel passato…La terapia
della gestalt impiega spesso un lavoro individuale in un contesto di
gruppo. L’accento è posto sulla
respirazione e sulla piena consapevolezza dei propri processi fisici ed emotivi
in quanto requisiti fondamentali…Sebbene la terapia della gestalt sia stata ideata
per trattare i problemi di natura biografica, gli individui impegnati nel
lavoro gestaltico sistematico fanno talvolta l’esperienza di varie sequenze
perinatali e perfino di fenomeni transpersonali quali i ricordi embrionali,
ancestrali e razziali, l’identificazione con animali, e il confronto con entità
archetipiche.” (Grof, 1997).
Anche la psicologia
junghiana ben si adatta al rebirthing, specie per quello ad approccio
transpersonale. Durante le sessioni di rebirthing, infatti, a molte persone può
succedere di vedere immagini e simboli che potremmo interpretare come
“archetipici”.
I concetti di
“inconscio collettivo” e “archetipo” sono due pilastri della psicologia di
Jung: “Un certo strato per così dire superficiale dell’inconscio è senza dubbio
personale: noi lo chiamiamo ‘inconscio personale’. Esso poggia però sopra uno stato più profondo che non deriva da
esperienze e acquisizioni personali, e che è innato. Questo stato più profondo
è il cosiddetto ‘inconscio collettivo’. Ho scelto l’espressione ‘collettivo’
perché questo inconscio non è di natura individuale, ma ‘collettiva’ e cioè, al contrario della
psiche personale, ha contenuti e
comportamenti che (cum grano salis) sono gli stessi dappertutto e per tutti gli
individui. In altre parole, è identico per tutti gli uomini e costituisce un
substrato psichico comune di natura soprapersonale presente in ciascuno.
L’esistenza psichica si riconosce soltanto dalla presenza di ‘contenuti capaci
di divenire coscienti’; possiamo perciò parlare di un inconscio solo in quanto
siamo in grado di indicarne i contenuti. I contenuti dell’inconscio personale
sono principalmente i cosiddetti ‘complessi a tonalità affettiva’ che
costituiscono l’intimità personale della vita psichica. I contenuti invece
dell’inconscio collettivo sono i cosiddetti ‘archetipi’…‘Archetipo’ è una
parafrasi esplicativa dell’éidos platonico. Ai nostri fini tale qualificazione
è pertinente e utile poiché significa che, per quanto riguarda i contenuti
dell’inconscio collettivo, ci troviamo davanti a tipi arcaici o ancora meglio primigeni,
cioè immagini comuni presenti fin dai tempi remoti” (Jung, 1998).
Ancora più pregnanti
sono le similitudini tra il lavoro che si svolge nel rebirthing e le
psicoterapie corporee, soprattutto quelle che s’ispirano ai lavori di Reich e
Lowen. Sia in queste ultime, sia nel rebirthing, infatti, molta importanza è
data alla respirazione, ai blocchi energetici muscolari che avvengono nel
corpo, alla espressione dell’emozioni, ad un lavoro sul corpo effettuato
attraverso determinate tecniche di massaggio. Nel rebirthing però, a differenza
delle altre psicoterapie corporee, il respiro è “circolare” (senza pause tra
inspirazione ed espirazione) e mantenuto per molto tempo, da 45 minuti fino, a
volte, anche due ore.
Come riporta Falzoni:
“Diverse correnti psicoterapeutiche integrano il rebirthing alle loro pratiche,
sviluppando ricerche interessanti. In Svizzera, Inghilterra, Spagna e Germania
e recentemente anche nei paesi dell’est stanno sorgendo nuovi centri e vengono
organizzati seminari e corsi didattici. Spesso i risultati ottenuti in terapia
paiono miracolosi. Molti studiosi hanno consapevolezza dell’utilità pratica del
respiro in terapia, senza appartenere ad alcuna specifica scuola di rebirthing.
Oltre le scuole derivate da quell’americana, ci sono in tutto il mondo
professionisti di differente preparazione che utilizzano tecniche respiratorie.
Chi è di cultura psicoanalitica utilizza vantaggi indotti anche da brevi cicli
espiratori allo scopo di favorire la catarsi di istanze inconsce; c’è chi le
applica a sostegno dell’Integrazione Posturale e dello Shiatsu, chi le utilizza
all’interno della pratica della Bioenergetica… Generalmente in queste pratiche
la respirazione è utilizzata per minor durata e con minor intensità di quanto
si faccia per il ‘vero rebirthing’ (Falzoni, 1992) ”.
La maggior durata e intensità del tipo di
respirazione che si effettua nel rebirthing quindi, permette di attivare
determinati processi regressivi e catartici, a volte estremamente intensi, che
non sono possibili con esercizi di respirazione di breve durata.
Ci sono di
conseguenza alcuni casi in cui bisogna aver maturato notevole esperienza prima
di far praticare questa tecnica. Falzoni, ad esempio, suggerisce cautela
riguardo a disturbi molto gravi come quelli psicotici: “…Si vuole tuttavia
sottolineare il fatto che gli interventi psicoterapeutici tesi alla guarigione
delle psicosi possono essere a volte particolarmente difficili e delicati, ed è
bene precisare che non ci sono ricette miracolose d’intervento. Nei casi più gravi
è impossibile ottenere alcuna collaborazione del paziente e il rebirthing non
può quindi essere applicato. D’altra parte uno psichiatra esperto può trovare
nel rebirthing una chiave terapeutica che in certi casi può risultare molto
efficace… Del resto si consiglia vivamente i futuri rebirther di non fare
respirare soggetti diagnosticati psicotici senza prima aver conseguito
l’opportuna preparazione o senza il supporto di uno specialista” (Falzoni,
1996).
Possiamo osservare
quindi che ormai sono numerosi i collegamenti riguardanti la potenzialità di
tecniche respiratorie ed il loro utilizzo in psicologia clinica.
Conclude Grof: “Questa metodica ha un potenziale di risoluzione del dolore emotivo e psicosomatico acuto talmente elevato che provo sempre ad effettuarla prima di prendere in considerazione il ricovero o il trattamento con tranquillanti. Comunque la validità di tale tecnica va oltre il sollievo momentaneo; continuandola con sistematicità, essa diventa un mezzo potente di auto-esplorazione e di terapia. Mentre nella psicoanalisi tradizionale e relative forme di terapia verbale occorrono mesi e talvolta anni per raggiungere le prime fasi dello sviluppo infantile, con questa tecnica i clienti ricordano, e persino rivivono pienamente, eventi della prima vita post natale e anche sequenze della nascita, entro pochi minuti o al massimo in qualche ora” (Grof, 1997).
Il rebirthing sembra quindi utilizzato con successo da questi autori, vantando ormai alle spalle anche una notevole casistica, grazie anche all’utilizzo delle loro competenze attraverso un rigoroso metodo scientifico.
Promettere invece il cambiamento della vita tramite alcune sedute di respiro o seminari di due giorni, come fanno alcuni operatori del settore, mi sembra, per quanto attraente, obiettivamente abbastanza aleatorio e dannoso.
Attraverso però un rigoroso metodo, perfezionando il setting, facendo attenzione alla relazione, effettuando un’efficace analisi della domanda, programmando il necessario numero di sedute a seconda del disturbo, il rebirthing può essere un efficace strumento di miglioramento della vita.
Sono necessari comunque studi ancora più approfonditi, ed in futuro da parte dei più importanti operatori del settore si sta pensando di supplire a ciò. Lo stesso Falzoni assieme alla sua mole di collaboratori sta cercando di rendere sempre più evidenti gli effetti di questa tecnica. Da più parti si sta cercando di organizzare degli studi controllati (oltre i primi già effettuati che ho citato nel terzo capitolo) per poter validare scientificamente una grande mole di dati soggettivi raccolti da molti terapeuti.
In un panorama così vasto come quello odierno stabilire con sicurezza l’efficacia di una tecnica può risultare azzardato, specie quando si ha a che fare con l’uomo e ci si deve rapportare con le innumerevoli differenze soggettive e con i vari casi personali. Il mio lavoro vuole essere un modesto contributo in tale direzione.
CONCLUSIONI
Spero attraverso questo studio di aver suscitato una sufficiente
attenzione riguardo questo strumento oramai già da parecchi anni utilizzato
come forma di psicoterapia. La mia lunga esperienza personale mi ha permesso di
toccare con mano quali siano gli effetti della sua applicazione su numerosi
soggetti. Le testimonianze raccolte ad Asti hanno confermato quanto già
sperimentato nelle mie esperienze. Tuttavia ribadisco che sarebbero necessari
ulteriori studi controllati, effettuati magari in merito a psicopatologie
specifiche.
L’utilizzo di
tecniche molto simili sviluppate in passato in psicologia clinica, come quelle
di Reich e Lowen, e l’utilizzo attuale da parte di professionisti come Grof o
Falzoni, permettono comunque a questa tecnica di essere degna di attenzione.
La sua semplicità consente inoltre di poter essere
utilizzata in molti contesti psicologici da parte di persone con approccio
teorico differente. Nulla vieta infatti di proporre la semplice tecnica di
respirazione all’interno della propria cornice teorica di riferimento, anche se
come abbiamo visto viene ritenuto ottimale l’utilizzo della tecnica attraverso
riferimenti della psicologia transpersonale.
Come dice Jung “Mi resi conto che un’idea nuova, o
anche un aspetto insolito di una vecchia idea, può essere comunicata solo dai
fatti: questi restano, non possono essere buttati via, e presto o tardi
qualcuno li scoprirà e capirà che cosa ha trovato” (Jung, 1992). Ho cercato
personalmente di attenermi ai fatti in modo rigoroso e scientifico, onesto e
genuino, ben sapendo quanto sia importante l’atteggiamento “pratico” di fronte
a fenomeni nuovi. Sono a conoscenza però anche del fatto di quanto determinate
esperienze possano essere comprese solo se toccate con mano, praticate e
valutate attraverso una critica costruttiva. Il pregiudizio, infatti, se da un
lato evita uno spreco di energie, dall’altro toglie la possibilità di emergere
a ciò che può invece risultare utile.
Mi piacerebbe
concludere ancora con le parole di Jung (1992): “Spesso mi vengono chiesti
chiarimenti circa il mio metodo analitico psicoterapeutico. Non posso
rispondere in modo univoco: la terapia è diversa per ogni caso. Quando un
medico mi dice che segue rigorosamente questo o quel metodo, ho i miei dubbi
sull’efficacia della sua terapia. È stato scritto tanto sulla resistenza che
oppone il malato, da far sembrare quasi che il medico voglia tentare d’imporgli
qualcosa, mentre la cura dovrebbe provenire spontaneamente dal malato stesso.
La psicoterapia e l’analisi variano tanto quanto gli individui umani. Per
quanto è possibile tratto ogni paziente come un caso individuale, perché la
soluzione del problema è sempre individuale: regole generali si possono
stabilire solo cum grano salis! Una verità psicologica è valida solo se
si può anche capovolgere: una soluzione che può essere fuori questione per me,
potrebbe essere proprio quella giusta per qualcun altro”.
RINGRAZIAMENTI
Sento il desiderio di ringraziare i miei relatori, la
Prof.ssa Olga Codispoti e il dott. Paolo Cundo per la disponibilità e la
fiducia accordatami nell’avermi fatto svolgere il presente lavoro.
Ringrazio inoltre il dottor Filippo Falzoni Gallerani
per la disponibilità e l’assistenza nello svolgimento di questo studio.
Ringrazio infine i partecipanti del corso di
“Rebirthing Transpersonale” di Asti che con la loro testimonianza personale
hanno contribuito allo svolgimento di questo compito.
M.C.Ariatta,
N.Sonino, Stress cronico ed effetti sul sistema endocrino, Patron,
Bologna, 1991
R.Assagioli,
Principi e metodi della psicosintesi terapeutica, Astrolabio, Roma 1973
R.Assagioli,
Comprendere la psicosintesi, Astrolabio, Roma 1991
R.Bandler,
J.Grinder, La struttura della magia, Astrolabio, Roma 1981
G.Bateson,
Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976
M.W.Battacchi,
O.Codispoti, La vergogna, Il mulino, Bologna 1992
A.T.Beck,
Principi di terapia cognitiva, Astrolabio, Roma 1984
D.Begg, Rebirthing la terapia del respiro, Armenia, Milano 2000
G.Bonessa,
Intervista rilasciata a Fabrizio Malatesta nel corso didattico 2000-2001
di Rebirthing
G.Camattari, Corso di rebirthing e di bioritmica, De Vecchi, Milano 1996.
F.Capra, Il punto di svolta, Feltrinelli, Milano 1984
G. Carenzi, Il Respiro che guarisce, Tecniche Nuove, Milano 2000
D.Chopra, Guarirsi da dentro, Sperling & Kupfer, Milano 1992
O.Codispoti, C.Clementel (a cura di), Psicologia Clinica, Carocci, Roma 1999
P.Cundo (a cura di), Espressione di sé e comunicazione, Franco Angeli, Milano 1997
C.Darwin, L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, Bollati-Boringhieri, Torino 1962
A.De Luca, Rebirthing la terapia della rinascita, Xenia, Milano 1995
G.Downing, Il corpo e la parola, Astrolabio, Roma 1995
A.Ellis, Ragione ed emozione in psicoterapia, Astrolabio, Roma 1989
M.Erickson, La mia voce ti accompagnerà, Astrolabio, Roma 1983
F.Falzoni Gallerani, Il respiro dell’anima, Armenia, Milano 1992
F.Falzoni Gallerani, Rebirthing Transpersonale, Rusconi, Milano 1996
F.Falzoni Gallerani, intervista
rilasciata a Pietro Largo nel corso didattico 2001-2002 di Rebirthing
F.Favaretti Camposampiero, P.Di Benedetto, M.Cauzer, L’esperienza del corpo, Masson, Milano 1998
S.Ferenczi, Diario clinico, Cortina, Milano 1988
S.Freud, Introduzione alla psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino 1976
D.Goleman, Intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano 1996
G.Groddeck, Il libro dell’Es, Adelphi, Milano 1990
S.Grof, La mente olotropica, RED, Como 1996
S.Grof, Oltre il cervello, Cittadella, Assisi 1997
S. Grof, Psicologia del futuro, RED, Como 2001
C.G.Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Rizzoli, Milano 1992
C.G.Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino 1998
J.Krishnamurti, Che cosa vi farà cambiare, Astrolabio, Roma 1981
F.Leboyer, Per una nascita senza violenza, Bompiani, Milano 2000
J.LeDoux, Il cervello emotivo, Baldini & Castoldi, Milano 1999
P.Legrenzi (a cura di), Manuale di psicologia generale, Il mulino, Bologna 1994
J.Leonard, P.Laut, Rebirthing, Astrolabio, Roma 1988
J.Leonard, Vivation, Amrita, Giaveno (TO) 1999
A.Lowen, L.Lowen, Espansione ed integrazione del corpo in Bioenergetica, Astrolabio, Roma 1979
A.Lowen, La depressione e il corpo, Astrolabio, Roma 1980
A.Lowen, Il piacere, Astrolabio, Roma 1984
A.Lowen, La spiritualità del corpo, Astrolabio, Roma, 1991
A.Lowen, Arrendersi al corpo, Astrolabio, Roma, 1994
A.Lowen, Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, Milano 1999
A.H.Maslow, Verso una psicologia dell’essere, Astrolabio, Roma 1971
J.Murphy, Il potere del subconscio, Mediterranee, Roma 1990
T.Nakamura, Terapia orientale della respirazione, Mediterranee, Roma 1984
F.W.Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Demetra, Bussolengo (VR) 1994
L.Orr, K.Halbig, Il libro del rebirthing, Mediterranee, Roma 1996
R.Paguni, R.Pani, Orientamenti in psicoterapia, Borla, Roma 1997
Pascal, Breviario (a cura di Claudio Marcellino), Rusconi, Milano 1994
F.Perls, L’approccio della Gestalt, Astrolabio, Roma 1977
C.B.Pert, Molecole di emozioni, Corbaccio, Milano 2000
Platone, Breviario (a cura di Claudio Marcellino), Rusconi, Milano 1995
O.Rank, Il trauma della nascita, Sugarco, Varese 1988
W.Reich, La funzione dell’orgasmo, Pratiche, Milano 2000
C.Rogers, La terapia centrata sul cliente, La nuova Italia, Firenze 1997
I.Rolf, Il rolfing e la realtà fisica, Astrolabio, Roma 1996
P.Schilder, Immagine di sé e schema corporeo, Franco Angeli, Milano 1990
M.Screm, La storia del rebirthing, MEB, Padova 1996
V. Slepoj, Capire i sentimenti, Mondadori, Milano 1998
S.M.Stahl, Essential Psychopharmacology,
Cambridge University Press 2000
G.Tenzin, H.Benson, R.Thurman, H.Gardner, D.Goleman, La scienza della mente, Chiara Luce, Pomaia (Pisa), 1993
G.Trombini, F.Baldoni, Psicosomatica, Il Mulino, Bologna, 1999
A.Van Lysebeth, Pranayama la dinamica del respiro, Astrolabio, Roma 1973
P.Watzlawick, J.H.Beavin, Don D.Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma 1971
K.Wilber, Oltre i confini, Cittadella, Assisi 1985
K.Wilber, J.Engler, D.P.Brown, Le trasformazioni della coscienza, Astrolabio Roma 1989
P.Yogananda, Autobiografia di uno Yogi, Astrolabio, Roma 1971
-Appunti del corso didattico di Rebirthing ad approccio transpersonale 2001-2002
-Sito
internet dell’A.R.A.T. (associazione rebirthing ad approccio transpersonale),
www rebirthing-italia.com