UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI MESSINA

FACOLTA’ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE

 

CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DELL’EDUCAZIONE

ANNO ACCADEMICO 2000-2001

 

 

 

LA PREVENZIONE DELLA DEVIANZA:

I SERVIZI NELL’AREA NEBROIDEA

 

©

 

Tesi di Laurea di:

LO SARDO ADELASIA CATENA

 

Relatore:

Ch.mo Prof. FRANCESCO GATTO

 

 

 

 

I N D I C E

 

 

INTRODUZIONE                                                                   4

CAPITOLO PRIMO: PROCESSO DI IDENTITÀ                10

§         La famiglia                                                                  20

§         Il Gruppo                                                                   29

§         La scuola                                                                    34

§         I Mass-Media                                                              41

 

CAPITOLO SECONDO: LA DEVIANZA                            47

§         Disagio – Disadattamento – Devianza                         60

§         Fattori di rischio e nuove devianze                               77

 

CAPITOLO TERZO: LA PREVENZIONE                            102

§         Le politiche per l’Infanzia e l’adolescenza                     125

§         “Disposizioni per la promozione dei diritti e opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”Legge 28 agosto 1997, n. 285     

                                                                                         145

 

 

§         Attuazione della L. 285/97 in Sicilia

e nell’area nebroidea                                         161     

§         Piani di intervento L. 285/97

Triennio 97/99 - Area nebroidea -                    166

§         Il PON                                                             188

§         Gli Istituti di Prevenzione                                   198

 

§         Il Consultorio Familiare                                      202

§         Conclusioni                                                        206

APPENDICE NORMATIVA                                                   210

BIBLIOGRAFIA                                                                      212

 

INTRODUZIONE

 

Il presente lavoro, nel quale si affronta una tematica attuale, complessa e molto dibattuta, nasce allo scopo di evidenziare, il particolare interesse delle diverse istituzioni verso il fenomeno “prevenzione” e i limiti e le  “mancanze” che si possono riscontrare nell’affrontare tale fenomeno  nell’area nebroidea.

 

Partendo dal “processo di identità”, ho voluto delineare e definire quale sia l’incidenza familiare, del gruppo, della scuola, dei mass-media nel corso della costruzione dell’Io.

Sin dalla nascita l’individuo coglie l’importanza della relazionalità, vissuta prima coi genitori poi con i diversi contesti. Questi diversi contesti, assumono un’importanza considerevole, in quanto un ambiente disturbato porta quasi sempre al disagio, al disadattamento ed infine alla devianza.

Assume un ruolo molto significativo quella “relazionalità positiva” che non è accontentare nei suoi bisogni e preservare l’individuo in crescita dalle esperienze negative ma è, invece, favorire la costruzione del Sé, esserne terreno fertile in cui si possano coltivare e fortificare le proprie abilità, e preservarlo, anche, da quello stato di solitudine che può portarlo alla ricerca “di un qualcos’altro” che lo faccia sentire “importante”.

Finché il bambino non acquisisce autonomia si affida completamente all’adulto. Fin quando non raggiungerà la sicurezza e la fiducia in se stesso, sarà paragonato sempre ad una giovane pianta che rischia di spezzarsi alla furia del vento.

Nel testo redatto a seguito della Conferenza Nazionale sull’Infanzia e sull’Adolescenza del 19-21 novembre ’98 leggiamo: “i profondi cambiamenti all’interno delle famiglie, l’esposizione indiscriminata e precoce ai mass-media, la disattenzione del mondo del lavoro verso i bisogni della famiglia rischiano di far scomparire l’infanzia, di appiattirne la durata, costringendo i bambini o ad entrare troppo presto in una preadolescenza difficile e turbolenta, oppure a prolungarla oltre ogni limite, ritardando l’ingresso nel mondo dell’adulto”.

Devianti non si nasce, si diventa.

Perché? Per una predisposizione genetica? Molti lo pensano ma secondo me non è così.

Devianti si diventa perché l’adulto spesso non è capace di vedere il mondo con gli occhi del bambino, ma solo secondo il suo punto di vista e secondo le proprie esigenze. E’ vero, in questi ultimi anni possiamo registrare una considerevole attenzione verso il pianeta infanzia, e tra le molte leggi che sono entrate in vigore ha sicuramente avuto una notevole valenza la legge 285/97 e la sua attuazione nell’area nebroidea è stata anche oggetto di studio in questo lavoro.

Gli Enti Locali, nell’attuazione della legge 285/97 si sono mobilitati, in parte perché, vista la suddivisione in ambiti territoriali, non si sono potuti tirare indietro, ma anche perché i fondi erano già stati destinati per la detta attuazione. Molti Comuni capofila si sono lamentati di alcuni amministratori che si sono dimostrati insensibili all’importanza delle finalità della legge.

Molte “lamentele” sono pervenute dagli assistenti sociali comunali che, pur impegnandosi al fine di poter individuare i diversi disagi, hanno difficoltà per intervenire e quindi devono lottare, oltre che contro i disagi presenti sul territorio, anche con il disinteresse degli amministratori che non sono disposti ad investire  per l’infanzia e quindi per un domani migliore.

Le politiche sociali che dovrebbero promuovere il diritto a stare bene devono far si che il minore possa sviluppare e conservare le proprie capacità fisiche, svolgere una soddisfacente vita relazionale, riconoscere e coltivare le risorse personali, affrontare positivamente le responsabilità quotidiane.

Questo “diritto a stare bene” deve essere offerto e garantito.

E’ in questo “diritto a stare bene” che trova fondamento il diritto alle prestazioni e ai servizi sociali, che devono essere offerti secondo gli standard e con le modalità previste dalla legge.

Quindi, queste politiche sociali, quali politiche universalistiche dovrebbero accompagnare gli individui e le famiglie lungo tutto l’arco della vita, sostenerne le fragilità, rispondendo ai bisogni che sorgono nei diversi momenti dell’esistenza, favorendo la creazione di legami sociali e comunitari al fine di arricchire la qualità delle relazioni umane.

 

CAPITOLO PRIMO:

PROCESSO DI IDENTITÀ

 

La vita dell’uomo e di tutti gli esseri viventi è un processo continuo quindi trasformazione e cambiamento.

In questo processo metabletico,   l’uomo deve rela-zionarsi a se stesso e quindi alla propria identità ed all’ambiente circostante.

Si parla qui di vero e proprio adattamento che “in sociologia designa il processo attraverso cui una collettività, mediante rapporti dinamici di scambio con il suo ambiente sociale e/o naturale, mira a garantirsi le condizioni di sopravvivenza e riproduzione”.1

L’istinto di auto - conservazione è proprio di tutti gli animali, ma nell’uomo oltre all’auto - conservazione fisica si aggiunge quella della propria identità, della propria personalità, nonché della propria “ storia di vita”.

Ciascun individuo, nella propria unicità, originalità, irripetibilità2  lascia la propria impronta al mondo.

La formazione dell’identità è un processo che dura tutta la vita.

Dalla nascita alla morte l’uomo affronta situazioni sempre diverse, incidenti il proprio ordine fisiologico, psicologico e sociale.

Nel Rapporto 1997 sulla condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia3, vengono definiti i percorsi di costruzione dell’identità.

In questo rapporto l’abbandonare il grembo materno non è l’unico atto di nascita, in quanto tale processo, è continuo.

L’uomo nasce, aggiungerei, ogni qualvolta nelle dinamiche relazionali si identifica come un “ Io ” personale e poi sociale e ogni qualvolta si riconosce un essere “ agente” capace di adeguare se stesso alla realtà e, viceversa,  adattare la realtà a  sé .

Nella costruzione dell’identità, notevole importanza assume la “ realtà”, che in questo caso è la madre, la famiglia, il gruppo, la scuola, la società, i mass media, la quale incide positivamente ma anche negativamente sull’individuo.

Un ambiente disturbato interrompe la formazione di un’identità aperta, responsabile, inducendo, nei casi limite ma non poco comuni, l’individuo ad intraprendere le vie per un futuro deviante.

Sin dalla nascita l’individuo interagisce col mondo esterno e con esso cresce.

Questa crescita non è solo crescita del singolo individuo, in quanto è crescita reciproca.

La madre cresce col figlio e tra i due vi è un vero e proprio “scambio e una possibilità di trasformazione reciproca”4.

Anche se con la nascita il bambino “ sperimenta la funzione di contenimento empatico svolta dalla madre”5 separandosi da essa, secondo Winnicott,  è la madre la causa dei disturbi di un bambino.

Una madre non deve essere iperprotettiva e vigile al punto di evitare qualunque stimolo nocivo al bambino, ma deve essere capace di mediare tra questi e l’ambiente presentandogli un mondo sia di cose positive che negative, indirizzandolo alla scelta consapevole del bene ed alla capacità di saper discernere il vero dal falso.

Allo stesso tempo il genitore deve far si che non “ si brucino le tappe”.

Spesso ci ritroviamo bambini adultizzati  che vivono in contesti non idonei alla loro eta’ e che saranno adulti infantilizzati i quali vedono “la vita e le relazioni sociali solo come gioco”.[1]

La famiglia, unità fondamentale della società e ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli[2], ha il compito di mantenere, aiutare a crescere ed educare i propri figli secondo le loro capacità e aspirazioni.[3]   

La famiglia quale prima agenzia educativa deve preparare il figlio a varcare la porta di casa fiduciosamente, e pronto alla relazione con l’altro.

Lo sviluppo sociale ha due diverse funzioni: la prima riguarda l’acquisizione della propria identità, quindi la differenziazione dall’altro, la seconda riguarda l’integrazione dell’individuo nella realtà sociale.

Le due funzioni non sono, in realtà, opposte ma si completano a vicenda.

Le condizioni di “ Egoità” ed “Alterità” si identificano così con il rapporto intersoggettivo. “ Si tratta del soggetto che esce, per cosi dire, dal suo isolamento e va incontro all’avventura del vivere”.[4]

Punto di forza dell’intersoggettività è la comprensione linguistica. Intanto con la comparsa del linguaggio e la sua acquisizione, l’individuo si identifica come relazione tra Sé e l’Altro.

Così si intensifica l’esigenza di comunicazione che nell’infanzia ma maggiormente nell’adolescenza è rafforzata dall’Altro generalizzato (persone diverse dai genitori e dai fratelli).

Acquisendo maggiore autonomia l’individuo sente il bisogno di adeguarsi al gruppo che assume anch’esso non irrilevante importanza nella plasmazione dell’identità.

Bisogna distinguere, per Cooley, i gruppi primari dai gruppi secondari. I primi sono caratterizzati da interazioni faccia a faccia e quindi da relazioni di tipo affettivo. A questo gruppo fanno parte la famiglia, il gruppo di gioco dei bambini, il vicinato o gruppo di comunità degli adulti.[5]

Differentemente nel gruppo secondario, composto da un numero elevato di membri, non esiste l’interazione faccia a faccia ma le relazioni hanno carattere strumentale. Di questo gruppo fanno parte le organizzazioni industriali, amministrative.

Quindi con l’interazione faccia a faccia l’individuo acquisisce la consapevolezza del “Noi”, del “gruppo” che influisce sulla sua formazione.

Notevole importanza assume il contesto socio-culturale di appartenenza.

Un contesto culturalmente ed economicamente povero non ha molto da offrire all’individuo. E’ in questi contesti (ma non solo) che c’è il maggiore rischio della formazione di individui disagiati, disadattati, e, se non recuperati in tempo, devianti.

Ma a volte è nei contesti economicamente agiati che si delineano, per diversi fattori, problematiche relative alla formazione di una identità responsabile.

E’ la scuola una delle agenzie che, in seguito alla ridefinizione e, direi, crisi della famiglia e del gruppo di riferimento, ha “dovuto coprire funzioni di orientamento e socializzazione primaria”.[6]

Il suo compito principale è la trasmissione della cultura e l’educazione delle nuove generazioni.

Dall’osservazione delle dinamiche educative e culturali svolte dalla e nella scuola, è possibile cogliere eventuali manifestazioni di alcuni problemi nel ragazzo.

La famiglia, quale prima agenzia di socializzazione e la scuola quale seconda agenzia di socializzazione, concorrono nella formazione dei tratti della personalità, degli atteggiamenti, emozioni, preferenze, abilità e, quindi, al raggiungimento della stabilità del Sé.

 

LA FAMIGLIA

 

“ La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse”.[7]

In questo ultimo quarantennio si è assistito all’imporsi di una famiglia monogamica e nucleare cioè composta da genitori e figli e quindi ad un delinearsi di nuove dinamiche relazionali.

All’interno della famiglia la persona raggiunge la consapevolezza della relazione. La famiglia, in questi ultimi anni, è cambiata come  istituzione.

In realtà non possiamo più parlare di famiglia, ma di “famiglie” per definire una molteplicità di modi di vivere insieme.

E’ in questa realtà che possiamo inserire il problema della crisi della famiglia. Crisi maggiormente messa in evidenza sia da fattori demografici (calo e ritardo dei matrimoni, aumento di divorzi, aumento di convi-venze, aumento di famiglie ricostituite, calo delle nascite, ecc.), da fattori socio-economici (industria-lizzazione, urbanizzazione, conseguente ingresso delle donne nel mondo del lavoro), che da fattori di natura culturale (declino di valori religiosi tradizionali, nuovi modi di vita).

La costituzione di una nuova famiglia una volta era tracciata da un percorso di stadi, dal “ darsi un appuntamento”, al “ fidanzamento”, al “ matrimonio” ma oggi si evidenzia un cambiamento della sequenza di forme familiari.

Di conseguenza “ se cambiano le modalità interattive all’interno del sistema si modifica anche il comportamento individuale”. [8]

Per il bambino la famiglia, all’inizio, è il suo mondo, il suo microcosmo. Solo in seguito sarà considerata come una struttura calata nella realtà.

Quindi la famiglia è il punto di partenza dell’uomo e da questa considerazione se ne deduce l’incidenza sulla sua formazione.

“Il disagio di un singolo individuo può essere considerato come espressione della disfunzionalità dell’intero sistema familiare sia nelle sue relazioni interne che nelle relazioni con l’ambiente esterno”.[9]

Questo significa sia che un ambiente disorganizzato, disomogeneo, a volte anche malato può incidere negativamente sulla formazione del soggetto, sia che, al contrario, ad un comportamento umano deviante coincide una trasformazione della struttura relazionale familiare.

La famiglia di una volta era una struttura organizzata, nella quale i ruoli familiari erano ben definiti. Il rapporto genitori-figli era basato su una comunicazione di tipo lineare, quasi domanda-risposta. Il padre dava ordini, il figlio doveva solo obbedire.

Anche se, apparentemente, potrebbe sembrare che tra i due ruoli ci fosse più dialogo, in realtà questo non avveniva.

Oggi, invece, nella famiglia, in molti casi con una struttura vacillante, si ha una comunicazione più di tipo circolare, quindi più disponibilità all’ascolto, ma, in molti casi, è incapace di mettersi in ascolto del minore, di riconoscersi nel suo universo, di incoraggiarlo al dialogo.

La capacità di comunicare, che sottintende a un certo grado di empatia, è di cruciale importanza, è l’elemento chiave per la costruzione di una famiglia forte capace di dare conferme, equilibrio, sostegno ai propri membri ed in particolare ai minori e di mediare tra questi ultimi e le diverse realtà esterne.

Se in biologia si parla di omeostasi, cioè “equilibrio dinamico” per cui un organismo, alla variazione delle condizioni ambientali è in grado di mantenere uno stato apparentemente invariato, nel contesto familiare si può parlare di “omeostasi familiare” cioè di organizzazione della famiglia come “sistema dinamico strutturato in modo stabile”.[10]

Certamente essere genitori oggi, non è facile.

“Quando due giovani si apprestano a mettere su famiglia”, leggiamo nel Rapporto 1997 sulla condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia, “dovrebbero essere aiutati a riflettere su questo aspetto inalienabile del rapporto di coppia, a considerare che non tutto si può cancellare […], ma si è genitori per sempre”.16

I bambini sono un bene raro e prezioso e prima di metterli al mondo un genitore dovrebbe essere cosciente e razionale, valutando bene la possibilità di poter loro garantire benessere.

Un figlio, leggiamo ancora nel Rapporto “si configura come un frammento di Io lanciato nello spazio e nel tempo”.

La famiglia,al di là delle sue funzioni riproduttive, ha compiti educativi fondamentali che vengono vissuti  in modo diverso dal padre e dalla madre.

Se una volta il ruolo paterno era importante più sul piano normativo, ora viene ad assumere maggiore incidenza anche sulle cure “fisiche” del figlio.

Alla funzione di un padre rigido di una volta, si sostituisce la figura di un padre, che spesso fa anche da mamma, che attraverso l’accudimento stabilisce contatti corporei, accompagnando il figlio nello sviluppo psico-motorio ma anche affettivo, rela-zionale, della personalità.

Il tipo di ruolo genitoriale e lo stile della vita familiare, sono determinati dalla natura della relazione coniugale ma anche dalle esperienze infantili dei genitori stessi.

Famiglie multiproblematiche allevano famiglie multiproblematiche.

Molti sono i fattori che incidono sul delinearsi di famiglie multiproblematiche: condizioni economiche difficili, condizioni sociali svantaggiate, relazioni coniugali interrotte, presenza periferica del padre, assenza o incompetenza della madre.17

Questi fattori possono motivare (non però giustificare) comportamenti devianti nei ragazzi.

E’, però, anche ipotizzabile la non incidenza socio-culturale dei ragazzi devianti.

Lo svantaggio socio-economico e socio-culturale non è l’unico fattore di rischio, altrimenti non sarebbe giustificabile l’appartenenza di ragazzi devianti a famiglie bene.

Per Aldo Geranzani, rettore del Collegio San Carlo di Milano, dietro al bullismo, l’aggressività verso chi risulta più debole, il bisogno di trasgressione ci sta un “cocktail” di povertà comunicative familiari prima, gruppali poi.18 Ed ancora si sofferma sulla “logica dell’avere”, ma alcune cose non si possono comprare.

I genitori devono avvicinarsi ai bisogni dei figli, devono “varcare la porta della loro stanza”, devono aprirsi al dialogo.

Occorre, anche, intervenire sulla famiglia mediante l’organizzazione di interventi sistematici di educazione familiare che veda al lavoro le diverse istituzioni quali ASL, Scuola, Enti locali e le Associazioni di Volontariato.

 

 

IL GRUPPO

 

Oltre la famiglia, il gruppo è un’altra istituzione di socializzazione primaria. Il gruppo ha, anche, il compito di trasmettere norme, valori alle nuove generazioni.

In primo luogo, il gruppo è un insieme di individui i quali hanno relazioni stabili, face to face, la cui aggregazione è basata su interessi comuni.

Vi è nell’uomo una certa predisposizione ad interagire.

La prima interazione avviene con la madre ed in seguito con la famiglia, e già intorno ai sei anni il bambino sente l’esigenza, che è rafforzata dalla scolarizzazione, di vivere nella comunità come sog-getto sociale.

Possiamo parlare di “cultura dei coetanei” come insieme di abilità, routine, interessi ed obiettivi comuni prodotti e condivisi dai bambini nelle interazioni con i coetanei.

I bambini cercano, attraverso la costruzione di una rete di compagni-amici, di costruirsi modalità di governo della propria vita quotidiana. Sin dalla scuola materna, i bambini sono partecipi alla vita sociale, mettendo, anche, in discussione ciò che dice l’adulto, controllando, allo stesso tempo, le loro paure.

E’ importante per loro essere accettati a far parte di un gruppo.

Nella scuola elementare si avverte il primo segnale di differenziazione sociale: la separazione fra i sessi, maggiormente vissuta nell’età adolescenziale.

Forte è, anche, in questa età l’atteggiamento di accettazione, comprensione e aiuto reciproco, messi in moto dall’uso dello stesso linguaggio.

E’ in questa età che si cercano più risposte dall’ambiente.

L’adolescente, che vive i cambiamenti fisici e pulsionali, avverte il bisogno di relazionarsi, confrontarsi con i coetanei, di cercare in loro appoggio per poter soddisfare le aspettative degli adulti.

Ogni gruppo ha delle regole e delle norme che devono essere conosciute e rispettate da ogni membro. Il far parte ad un determinato gruppo significa accettarne la sua identità e le sue norme.

Quando in un gruppo si inseriscono nuovi membri bisogna risistemarne i ruoli e gli status; alcune regole vengono riconfermate, altre vengono abolite o sostituite.19

Bisogna fare una distinzione tra i gruppi informali e i gruppi formali. I primi, sono aggregazioni spontanee di adolescenti appartenenti allo stesso ambiente che condividono il loro tempo libero. L’appartenenza a questi gruppi è caratterizzata dalla somiglianza (linguaggio, look, condizione scolastica, ecc.).

I gruppi formali, invece, sono regolati da obiettivi dichiarati. I membri di questi gruppi sono accomunati da attività di carattere sportivo, religioso, socio-educativo, culturale.

Un gruppo può esercitare un’influenza positiva o negativa.

In ogni gruppo, l’individuo riveste un ruolo che più è centrato, più lo aiuta nelle relazioni con le altre istituzioni sociali.

All’interno del gruppo un individuo può sia essere accettato che rifiutato e questo determina, anche, l’accettazione di sé.

Il gruppo è il contesto in cui l’adolescente può esprimersi in modo libero e spontaneo, consapevole di essere, nella maggior parte dei casi, accettato, in quanto il suo esprimersi non si allontana di molto dalle aspettative del gruppo di appartenenza.

Solitamente, all’interno di un gruppo vi è un forte sentimento del “Noi”, che è più solido nei gruppi devianti.

In questi ultimi anni, la cronaca è ricca di casi di baby-gang, veri e propri gruppi-branco che picchiano, rapinano, minacciano.

Il ragazzo ha bisogno di trasgredire, e nel gruppo trova l’appoggio per farlo.

Il problema, allora, della famiglia, della scuola, degli educatori è di riuscire a dare un limite a questa trasgressione, non allontanandolo dal gruppo, ma costruendo un cammino preventivo con il gruppo.

 

LA SCUOLA

 

La scuola, come istituzione sociale, è coinvolta nei processi di sviluppo psicologico, sociale, motorio dell’individuo, che accompagna dalla prima infanzia alla maturità.

Essa è un’istituzione formale, quindi retta da regole e codici (obbligatorietà scolastica, regolata da leggi e decreti), il cui scopo, come la famiglia, è la socializzazione primaria.

Quindi come istituzione primaria deve adeguarsi ai tempi ed alle esigenze degli individui che giornalmente accoglie.

Sicuramente il compito della scuola è difficile, particolarmente oggi che deve, in molti casi, ricoprire le funzioni di famiglie ormai perdute.

Anche se, a volte, la scuola “è limitata a registrarne gli effetti negativi sul rendimento scolastico”20, essa è un’istituzione di supporto, supplendo alle possibili difficoltà mediante forme di dialogo.

La scuola, oltre ad essere agenzia educativa di apprendimento, ha, anche, funzione di socializzazione e di selezione. All’interno di essa l’individuo cresce e si arricchisce, vive le dinamiche relazionali, si identifica come un “Io” partecipe di un gruppo di coetanei.

Già durante gli anni della scuola materna i bambini costruiscono una rete di compagni-amici che li inserisce ad una vita sociale più ampia. Con la crescita, e il raggiungimento dell’età adolescenziale questa rete di compagni-amici si rafforza, anche se non sono da escludere casi in cui si snoda.

Con la scuola e nella scuola l’adolescente co-partecipa, assume ruoli, raggiunge status, cresce in un contesto-scuola che a sua volta si adatta ad un macrosistema quale la società.

Come avverte Luigi Rossi, ad esempio, il sistema scolastico italiano soffre di uno scandaloso e preoccupante ritardo nei confronti della società attuale. Abbiamo due aspetti di crisi della scuola, continua Rossi; un primo aspetto vede una scuola “in arretrato” rispetto ad una società come processo dinamico di produzione e riproduzione; mentre un secondo aspetto denota la crisi di una scuola “separata” dalla società.21

Questa crisi è in parte giustificabile dal difficile processo storico della scuola italiana, dal tasso di analfabetismo che superava, nell’anno dell’Unità d’Italia, l’80% ad una scuola che dopo la Riforma Gentile (1924), che prevede l’obbligatorietà scolastica, si trasforma in una scuola di massa.

Questa crisi è stata gravata dalla diversa stratificazione sociale. Si è sempre avvertita in Italia la differenza tra un Nord industrializzato e ricco ed un Sud arretrato, privo di mezzi. Differenza che si rafforza in un’epoca che non guarda più alla nazionalità ma all’europeismo, epoca in cui si avverte un’apertura politica, economica, sociale, senza “vincoli”.

La scuola, in questo senso, diventa un’azienda educativa il cui scopo è quello di mediare tra il ragazzo ed il contesto sociale.

In questi ultimi anni, la scuola è molto cambiata. Se prima l’individuo era trattato come uno dei tanti, ora andiamo incontro ad una vera e propria individua-lizzazione.

E’ da pochi anni che si parla di una scuola dell’autonomia, in quanto, viste le differenze socio-culturali e socio-economiche dei diversi territori della Nazione, si è pensato di decentrare/accentrare la scuola stessa dando maggiore autonomia decisionale ai dirigenti scolastici, (organizzandola preferibilmente in “Istituti comprensivi”, non più sotto il controllo del Provveditore, figura che non esiste più. Tali Istituti comprendono una fascia d’età degli alunni che va dai 3 ai 14 anni).

Si tratta di definire una “buona scuola” che è, per F.Carugati e P.Selleri, “il risultato di un lavoro di costruzione quotidiana fra tutti gli attori che, a vario titolo, ne fanno parte”.22 Tutto questo in un clima di collaborazione e di rispetto reciproco.

Non possiamo considerare, però, la scuola come un mondo a sé, che vive al suo interno le relazioni tra i propri attori, ma vederla in un contesto più ampio e quindi in una relazione dinamica e longitudinale con le agenzie extrascolastiche e le risorse culturali del territorio.

La scuola, vista nella sua relazione con il macrocosmo, è essa stessa una monade, una microrealtà, o meglio un ecosistema, alla quale è riconosciuto il suo compito nei confronti delle giovani generazioni, di alfabetizzazione primaria e secondaria, di sviluppo delle competenze, di formazione socio-affettiva.

“La scuola rappresenta, malgrado tutto, il laboratorio più efficace di socializzazione / informazione / forma-zione, dove studiare, capire i giovani”.23

Oggi la scuola non gode di un buon prestigio ed anche se negli anni si è assunta la responsabilità di rinsaldare la struttura sulla quale poggia la società, è stata considerata responsabile del rischio di disagio giovanile. Invece la scuola, come metaforicamente definisce L. Rossi, è “il ponte che mette in comuni-cazione le due sponde del fiume: la sponda della famiglia e la sponda della società […]. Fino ad ora la scuola ha svolto il compito di salvataggio”.24

Ma in una società che cambia continuamente il suo compito è quello di consolidarsi al suo interno per meglio rispondere alle esigenze delle nuove gene-razioni e garantire loro il raggiungimento delle abilità prefissate (alfabetizzazione, formazione, infor-mazione).

 

I MASS-MEDIA

 

 

Secondo Ferrarotti  “ i mezzi di comunicazione diventano una delle ossature centrali dell’industria culturale ”.25

L’irruzione dei mass-media nella vita quotidiana ha impresso un nuovo modo di intendere il mondo, quello che è chiamato da Marshall McLuhan “Villaggio Globale”.

Differentemente dalla comunicazione interpersonale che sottintende uno scambio interattivo tra diversi partners (comunicante - ricevente), nella comunica-zione di massa i partners fungono o solo da comunicatori, o solo da riceventi.

Ma i mass-media non sono solo mezzi di trasmissione, in quanto danno un servizio corrispondente alle esigenze della massa.

La comunicazione di massa non si riduce, però, ad un servizio individuale, ma è un servizio popolare.

Resta da definire quali siano gli effetti sociali, psicologici dei mass-media.

Le conseguenze sociali della comunicazione persuasoria possono favorire anche la manipolazione delle coscienze, l’apatia. Si è creduto, anche, che i mezzi di comunicazione di massa, secondo Lazarsfeld e Merton, esercitassero sull’uomo una “disfunzione narcotizzante”.

“La costante esposizione a questo flusso di comunicazione può servire a narcotizzare, più che vitalizzare il lettore”.26

E’ importante considerare il contenuto del messaggio. Uno stesso messaggio “ può assumere una influenza diversa sul ricevente in relazione al tipo di canale che viene utilizzato, al tipo di linguaggio, cioè, che ogni canale utilizza in maniera specifica (messaggio uditivo, grafico, iconico)”.27

Così abbiamo messaggi dai contenuti buoni e dai contenuti cattivi. Ma i films e gli spettacoli televisivi hanno maggiore incidenza negativa in particolare sul pubblico giovane.

Negli anni settanta Comstock in una sua ricerca conclude che tra l’esposizione alla violenza e i comportamenti aggressivi esiste una netta relazione che è più incisiva nei bambini più piccoli.

“Una forte esposizione a messaggi televisivi violenti può comprensibilmente desensibilizzare i bambini dalle conseguenze negative della violenza nella vita reale”.28

Dagli anni settanta le cose non sono cambiate. Non possiamo, però, colpevolizzare i mass-media ed in particolare la televisione di aver sottratto all’uomo “un tempo che potrebbe essere impiegato più utilmente ai fini formativi, mettendo in onda programmi di deficiente valore culturale”.29

Molti programmi TV sono cattivi, altri dovrebbero essere migliorati, ma altri ancora sono “culturalmente” interessanti.

“La televisione è uno strumento importante, dal quale il bambino può imparare molto e con il quale può passare periodi di tempo divertenti. Però deve essere usata con prudenza e attenzione”.30

Durante la Conferenza nazionale sull’infanzia e sull’adolescenza del 19-21 novembre 1998, vengono dati alle famiglie dei consigli sul buon uso della televisione. Intanto stare troppo tempo davanti alla televisione fa male, sia perché si assumono posizioni scorrette, si stanca la vista, si diventa pigri fisicamente e psicologicamente, sia perché il tempo passato davanti al televisore potrebbe essere usato per attività (giocare con gli amici, leggere un libro, fare attività con gli adulti) necessarie per “un armonico sviluppo del bambino”.

Si dovrebbe evitare che i bambini vedano la televisione prima di andare a scuola e fino a tardi in quanto renderebbero meno nelle attività scolastiche e avrebbero meno tempo per dedicarsi alla pulizia e all’igiene personale.

Ci sono momenti importanti (il pranzo, la cena, prima di andare a letto) nei quali la famiglia si riunisce, quindi è necessario non tenere la televisione né nella camera dei bambini che potrebbero vedere programmi non adatti alla loro età, né dove si mangia in quanto distoglierebbe il gruppo familiare dal dialogo.

Gli adulti, infine, dovrebbero cogliere l’occasione di vedere la televisione con i bambini per “condividere un’esperienza, per scambiare opinioni […] per spiegare scene […] per aiutare a superare la paura”.31

Quindi se alla scuola spetta il compito di richiamare l’attenzione degli alunni sui programmi televisivi più interessanti, alla famiglia spetta “una utilizzazione delle trasmissioni valida ai fini educativi” nonché un controllo attento e continuo per un buon uso della televisione.  

 

CAPITOLO SECONDO:

LA DEVIANZA

 

“C’era una storia che raccontava di un uomo che si accorse dell’esistenza di alcuni individui che si nutrivano di sangue: vampiri.

Quest’uomo decise che la cosa migliore da fare era di eliminare questi individui, sicuramente pericolosi. […]

Un giorno i vampiri lo catturarono e l’uomo si accorse di essere l’unico non vampiro in una società di vampiri”.32

Da questo racconto si evince che “deviante” è quell’individuo che si scosta dalla norma e quindi sono devianti tutti quei comportamenti che si allontanano dagli standard e da quel sistema di norme giuridiche, sociali, morali, proprie del gruppo di appartenenza.

Per Maria Luisa De Natale “ Non esistono devianze in sé: la devianza esprime una funzione negativa o positiva a seconda dei diversi contenuti che essa esprime”.33

Abbiamo quindi una “ devianza negativa” che fa sgretolare la norma, “ i cui rappresentanti non esprimono la loro sofferenza attraverso la proposta creativa di innovazioni, ma immettendosi nei canali della violenza, contro se stessi e contro gli altri34 e di una “devianza positiva” che modifica positivamente  la norma ed è caratterizzante di menti innovatrici e creative.

A tal riguardo Letterio Smeriglio assume una posizione soppesata in quanto, secondo lui, non si può sostenere che la devianza sia espressione di creatività in quanto quest’ultima “ non assume quei connotati negativi che invece caratterizzano le manifestazioni della devianza”.35

La trasgressione, quale espressione di libertà, originalità, non può essere “accostata” alla devianza.

Per L. Smeriglio la creatività “ rappresenta la più alta espressione della positività produttiva della mente umana, l’esaltazione del potere ideativo della specie”.

La devianza secondo L. Smeriglio da qualunque angolazione la si guardi non ha nulla di positivo.

Marco Dallari con la sua esperienza all’Accademia alle Belle Arti di Bologna, invece, parla di “ arte di deviare” come perfezionamento e valorizzazione della propria diversità.

“ Senza un deviare positivo, identificabile, opportuno con la creatività, non vi sarebbe, o sarebbe molto più lenta e difficile, l’evoluzione culturale del genere umano”.36

Da qui ci muoviamo a considerare quel legame fra sviluppo della personalità e devianza.

Ogni essere umano nel processo della sua crescita auto-costruisce la propria personalità, prende coscienza della propria “ egoità” e si auto-percepisce come persona libera e quindi creativa.

In questo senso creatività intesa come devianza è parte necessaria per la conquista della propria umanità e, quindi, è positività.

Perché questo processo possa realizzarsi si necessita di una relazione tra l’io e l’altro, nella quale l’altro (la famiglia, la scuola, la società) non distrugga o sciupi nessuna delle possibilità che ciascuno porta in sè.37

A questo proposito Danilo Dolci scrive: “Chi impedisce i processi creativi è il vero deviante-deviatore: deforma, mutila, nanizza la psiche delle vittime.

Il dogmatico provoca angoscia, nevrosi, assurdi conflitti […].

Spegne l’impulso ad esplorare, teme il nascere dell’interrogarsi, […] spegne il socializzarsi degli autonomi, tenta bloccare ogni emanciparsi, blocca l’interpretarsi.

[…] Deviante somma è ogni istituzione che mira a vasta massificazione.38

In sintesi, la devianza è data dall’incapacità dell’adulto di mettersi in ascolto, di dialogare, di riconoscere, di comprendere, di incoraggiare, di sostenere i minori nella loro crescita.39

La devianza qundi è un fenomeno complesso spiegabile in termini di funzionalità o disfunzionalità di tre diverse dimensioni connesse: identità, relazioni, controllo.40

Nel linguaggio comune spesso usiamo i termini quali: marginalità, delinquenza, disagio, disadattamento, criminalità, devianza, in maniera indifferenziata.

In quanto “ membro sociale competente” l’individuo fa esperienza di azioni alcune delle quali non rispondono agli standard del contesto sociale di appartenenza.

Prendiamo ora in considerazione “ la definizione di devianza proposta dall’enciclopedia pedagogica”

La devianza è considerata una “ patologia comportamentale caratterizzata da atteggiamenti inefficienti ed impropri”41

Con questa spiegazione in un certo senso, si centra maggiormente il problema sulla inadeguatezza del comportamento.

“ Deviante “ diventa, allora, quel comportamento inadeguato, improprio che si discosta “ più o meno notevolmente dalle aspettative e dalle norme che regolano la vita associata”.42

E’ ora necessario prendere in considerazione il termine aggressività in quanto tratto caratteristico di molti comportamenti impropri.

Intanto, per G. Mastroeni non bisogna confondere i termini aggressività ed impulsività “ considerato che l’impulsività è una caratteristica comportamentale che conduce ad immediatezza esecutiva” quindi ha un legame con la struttura neurologica a differenza dell’aggressività che è una “qualità psichica che può esistere allo stato potenziale”.43

Questa “aggressività patologica” per Regoliosi, può essere caratterizzata sia da reazioni distruttive rivolte contro altri, cose, persone, identificati come “ nemici” e definita quindi “aggressività alloplastica", oppure caratterizzata da autoaggressività  e definita “aggres-sività autoplastica”.

“ 1. Alla prima categoria appartengono le diverse forme di comportamento violento.

[…] In ambito giovanile si possono riscontrare almeno quattro forme di violenza:

-         la violenza strumentale, […] (furto, scippo, rapina);

-         la violenza interpersonale […];

-         la violenza distruttiva e gratuita, […] ( lasciare una traccia del proprio passaggio, ecc.);

-         la violenza ideologica […].

2. Alla seconda categoria appartengono le forme di aperta aggressione contro se stessi (autolesionismo e suicidio) e tutte le manifestazioni di regressione e di fuga dalla realtà, spesso attuata attraverso la manipolazione del proprio corpo (farmaco e tossicodipendenza, alcolismo).

[…] Vi sono tre forme di “condotte suicidarie”:

-         gli equivalenti suicidari […] che per la loro ele-vata rischiosità racchiudono in sé l’intenzione più o meno inconscia di “flirtare con la morte” […];

-          il tentato suicidio […];

-         infine il suicidio […]”.44

Tra suicidio e tossicomania vi sono delle affinità in quanto in ambedue le “devianze” vi sono due tendenze opposte quali l’auto-conservazione e l’autodistruzione.

Oltre all’uso di sostanze stupefacenti, tra i giovani si sta diffondendo l’uso degli alcoolici.

Alcune azioni (omicidi gravi) sono “eccezionali”, raramente presentano ripetività, altre invece (furti, scippi, tossicodipendenza) si ripetono continuamente.

Ogni individuo particolarmente nell’età infantile ed adolescenziale, durante il processo di costruzione del sé è soggetto a notevoli cambiamenti e per inserirsi attivamente nella società deve misurarsi con dinamiche sempre nuove.

Deve, intanto, convivere con i propri cambiamenti somatici, deve accettarli, deve padroneggiare le proprie pulsioni, deve imparare a mantenere rapporti con i coetanei, deve progettare il proprio futuro.

Questo processo, oggi, è diventato difficile in quanto la società non è più capace di dare significato e sicurezza.

Nel processo di identificazione del sé, come scritto in precedenza, l’individuo passa da una “ relazionalità” all’altra, quindi dalla famiglia alla scuola, al gruppo dei pari.

E’ particolarmente nell’età adolescenziale che si sente parlare dei fenomeni quali le baby gang o il bullismo.

Questi due fenomeni in questi ultimi anni si sono diffusi a macchia d’olio.

Come si  legge in un articolo di Aldo Geranzani “il fenomeno delle baby gang non è di così facile lettura: […] Le risposte facili non esistono in campo educativo, sono sempre meno scontate di quanto sembri”. 45

Spesso si è fatto coincidere il fenomeno della devianza con le carenze socio-economiche e socio-culturali.

Ma fenomeni del genere infliggono quelle scuole frequentate dai ragazzi ben cresciuti secondo una “logica dell’avere”, educati, spesso, da famiglie dove il benessere (soldi, ville, confort) si sostituiscono ai valori, dove tutto si compra per sconfiggere “la loro noia mortale”.

 

 

DISAGIO – DISADATTAMENTO – DEVIANZA

 

 

Secondo P. Bertolini – L. Caronia “ Il minore può venire considerato <<a rischio>>, <<irregolare>>, <<disadattato>> o << delinquente>>.

A questi termini, in questi ultimi anni, si aggiunge quello di disagio come “stato soggettivo e/o oggettivo di mancata integrazione nel tessuto sociale”46. Disagio, disadattamento, devianza possono essere considerati “come tappe di un possibile iter che, a partire da situazioni di malessere diffuso, porterebbe a una condizione di aperto conflitto con la società”.47

 

 

 

Il percorso del disagio

 


Crisi adolescenziale                                                 Società complessa

 

 


Disagio evolutivo                                                 Disagio socioculturale

 

 

 

                                 Disagio cronicizzante                       Deprivazioni

 

 

 

    Disadattamento                    Condizionamenti

                                                                                              ambientali

 

 

Svantaggio sociale                Processi

                                                                                     di emarginazione

 

 

 

    Comportamenti aggressivi non adattivi             Fattori- rischio

(autoplastici/alloplestici)                             specifici

 

 

 


Devianza                    Stigma

 

 

 

Fig.1- L. Regoliosi “ La prevenzione del disagio giovanile” La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1994, p.30

 

Il disagio, in generale è una difficoltà ad adattarsi ad un ambiente o a delle situazioni.

“Il disagio evolutivo” si presenta come una condizione tipica del processo di crescita e maggiormente si rinviene nell’età adolescenziale.

Regoliosi, rifacendosi ad altri studiosi, traccia alcune definizioni legate al concetto di devianza:

a)      è l’espressione di una “domanda non patologica

(o non ancora patologica) inerente i problemi psicologici ed affettivi, le difficoltà familiari e di relazione, le difficoltà scolastiche, il più generale malessere esistenziale connesso agli squilibri che il processo di costruzione e di identità produce”;

b)      è la “manifestazione presso le nuove generazioni della difficoltà di assolvere ai compiti evolutivi che vengono loro richiesti dal contesto sociale per il conseguimento della identità personale e per l’acquisizione delle abilità necessarie alla soddisfacente gestione delle relazioni quoti-diane”;

c)      è “ una radicale difficoltà a gestire la complessità e, all’interno di questa, a far fronte alle contrad-dizioni dei processi di socializzazione, di identi-ficazione e di maturazione complessiva verso l’età adulta”.48

Si considera il disagio giovanile come dinamico, quindi un percorso che si esprime in una difficoltà a superare positivamente i compiti evolutivi propri dell’età, relazionati e condizionati dalla società complessa.

“Il mondo giovanile appare attraversato da un profondo disagio a livello globale e personale”.49

Nel Rapporto 1997 del Dipartimento degli Affari Sociali si legge, che “ il disagio giovanile rappresenta un accessorio indefettibile nel percorso di emancipazione e di autonomia dell’adolescente dalla famiglia d’origine; una dogana indispensabile per affrancarsi dalla dipendenza o per contrastare provocatoriamente chi la incarna o la rappresenta”.50

Il disagio è un passaggio da uno stadio di dipendenza ad uno stadio di libertà che spesso si manifesta nei modelli più estremi a causa di un generale malessere, insoddisfazione ed infine stato di difficoltà e di sofferenza in relazione al contesto sociale. Il ragazzo avverte una inadeguatezza ad inserirsi in un determinato contesto sociale determinata sia da fattori interni che dall’incapacità del mondo adulto a riconoscere i suoi bisogni di realizzazione.

Regoliosi, ancora, determina tre livelli di disagio:

-         disagio evolutivo endogeno;

-         disagio socio - culturale esogeno;

-         disagio cronicizzante.51

Il disagio può essere identificato come di tipo relazionale, dinamico, cumulativo, educativo, socio-culturale, e condizioni di margine possono sfociare nel disadattamento.

Il disadattamento è l’esito negativo dell’incontro dell’organismo con il suo ambiente.

“Organismo” è tutta la struttura della persona (bio-logica, psichica, sociale), “ambiente” è il contesto in cui la persona vive (interiore, esteriore, fisico, sociale, esistenziale).

Il termine disadattamento viene, spesso, ad assumere due significati contrastanti in quanto il “disadattato sociale” può essere sia chi soddisfa i propri impulsi in modo egocentrico, sia chi persegue con impegno personale dei valori che non sono riconosciuti dalla società.

Quindi se “adattamento” è il raggiungimento di uno stato di equilibrio, “disadattati” sono tutti quei soggetti che necessitano, per raggiungere lo stato di equilibrio ed integrarsi nella vita sociale, di  interventi socio-educativi e di sostegno.

“E’ ovvio pertanto - si legge nel Rapporto sulla condizione dei minori in Italia 1996 - che le relazioni sociali che un bambino riesce a vivere, e le negoziazioni che queste comportano con gli altri, hanno un’influenza rilevante nel suo processo di sviluppo, che, peraltro appare condizionato da una molteplicità di elementi.

[…] Appare evidente […] la creazione di servizi educativi e sociali in grado di rispondere realmente ai bisogni infantili”.52 Come è facile desumere il concetto di disadattamento è strettamente legato a quello di adattamento che, secondo Piaget, si compone di due processi in stretta interdipendenza tra loro: l’assimilazione (incorporazione dei propri schemi mentali delle offerte dell’ambiente) e l’accomodamento (modificazione del comporta-mento sulla base delle richieste ambientali).

Per Emilio Butturini “disadattamento” non è il termine opposto di “adattamento”.

Il disadattamento è definito come la mancata capacità di inserimento attivo e creativo dei giovani nella società, quindi impossibilità di entrare in accordo con la realtà e di trasformarla.

I ragazzi disadattati sono per P. Bertolini - L. Caronia “Adolescenti o preadolescenti che in risposta a situazioni percepite come dolorose o anche solo critiche, in risposta a condizioni di vita educativamente inadeguate, hanno consolidato atteggiamenti tendenzialmente lesivi di sé o del contesto in cui vivono”.53

Le reazioni di questi soggetti oscillano tra:

-         assunzione di atteggiamenti svalutativi o opposi-tivi (senso permanente di fallimento, ecc.);

-         messa in atto di comportamenti definibili come irregolari (fuga da casa, abbandono della scuola, piccoli furti ecc.).

In conclusione al discorso sul disadattamento bisogna introdurre due concetti ad esso correlati: l’emarginazione e la marginalità.

L’emarginazione è “la conseguenza di una vicenda di disadattamento”, quel processo sociale relazio-nale tendente a spingere gli individui al confine della normalità e della legalità.

Mentre il termine marginalità indica una concreta condizione sociale che può essere sia la causa di una vicenda di disadattamento che l’effetto dell’emar-ginazione.

Un giovane può trovarsi in una condizione di marginalità a causa della propria storia personale o per nascita, che può essere considerata un fattore - rischio di cronicizzazione del disagio e di disadat-tamento.

In condizioni di marginalità l’individuo segue un percorso, a partire dalla perdita dell’autostima, al sentimento di inutilità, al calo degli investimenti sociali e del protagonismo fino ad interiorizzare la marginalità stessa come cultura.

In molti casi il passaggio dal disagio al disadattamento alla devianza è manifesto, in altri, invece, è mascherato anche dalla cultura del contesto sociale in cui si definisce.

“L’immaturità, l’anaffettività, la punitività, la debole strutturazione dell’Io, l’aggressività, sono state considerate cause determinanti del comporta-mento antisociale”.54

In molti casi il comportamento deviante è il risultato delle pressioni anomiche e contraddittorie della società.

Merton spiega che il comportamento deviante degli individui non è dovuto a tendenze biologiche speciali ma alla situazione sociale in cui si trova.55

Questa prospettiva sociologica mertoniana spiega il termine anomia come una incongruenza radicale tra fini collettivi dominanti in una cultura sociale e capacità individuale e consequenziale.

Anche se c’è una certa propensione nei ragazzi a socializzare e riunirsi in gruppo, tra la stessa gruppalità e la devianza non vi è particolare connessione, in primo luogo perché “la maggior parte dei reati giovanili vengono commessi da minori che operano da soli”, ed in secondo luogo perché non “basterebbe frequentare cattive compagnie per diventare delinquenti”.56

Per affrontare il discorso sulla devianza giovanile si deve attribuire particolare attenzione alla relazione tra due diverse condizioni:

-         il rapporto tra i giovani e la società;

-         il rapporto tra i giovani e la maturazione dell’identità.

“Quando si parla di comportamento deviante - per Rosalba Larcan - si fa riferimento a diversi tipi di comportamento […] che si distribuiscono lungo un continuum che va da relativamente basso o medio (es. irritabilità, attacchi di collera) a moderato (es. comportamenti non cooperativi, fare a botte) a grave (es. uso di armi, comportamenti delinquenziali)”.57

Dal risultato di ricerca di Loeber et al., viene realizzata una figura sequenziale di sviluppo del comportamento deviante.

Fig. 2 - Esemplificazione di una sequenza di sviluppo del comportamento deviante   ( R. Larcan , in A. Mangano -   A. Michelin Salomon ( a cura) “La devianza dei minori come problema educativo”, Piero Lacaita, 1996, p.128)

 

Da questi studi è emerso che:

-         i problemi legati al comportamento deviante insorgono durante la fanciullezza e l’adole-scenza;

-         tali problemi si evolvono gradualmente nel tempo, ordinatamente e gerarchicamente;

-         alcune forme potrebbero essere più frequenti in alcuni periodi dello sviluppo e considerati “precursori” di problemi più gravi;

-         particolari condizioni socio-ambientali possono esercitare una funzione favorente sullo sviluppo di tali problemi comportamentali.

Tra il primo e il terzo anno di vita può manifestarsi nel bambino una mancanza di collaborazione alle richieste dei genitori, che potrebbero, con reazioni inadeguate, favorire il passaggio ad una seconda fase.

Il periodo tra i tre e i cinque anni è tra i più critici in quanto il continuo rifiuto alla collaborazione incide negativamente sul rapporto genitore-figlio che diventa prevalentemente di tipo coercitivo.

Questo lo porta a risolvere qualunque situazione problematica in maniera aggressiva e in breve tempo si noterà uno scarso rendimento scolastico che porta ad un rifiuto sia da parte dei compagni che degli insegnanti.

Conseguentemente, intorno ai dodici - quindici anni, il ragazzo avrà una predisposizione ad associarsi con compagni aggressivi e commettere insieme a loro “atti trasgressivi” (furtarelli, marinare la scuola ecc.), ad associarsi a compagni ancora più devianti e commettere “trasgressioni più gravi” (scippi, aggressioni, furti di veicoli ecc.).

In conclusione, i fattori che possono provocare l’insorgere di comportamenti devianti sono molteplici.

Ogni individuo è soggetto a continui condizio-namenti dall’esterno che, incidendo sul comporta-mento, rendono il soggetto tanto vulnerabile da indurlo, nei casi estremi (ma oggi non pochi), a comportamenti disadattivi che, se non vengono “tempestivamente” trattati possono evolversi negativamente e raggiungere, anche, la “delinquenza cronica”

Sembra necessario, allora, riflettere su quanto è de-finito a proposito dei minori da I. Mastropasqua: i minori sono “spie luminose, di quelle che si accendono per emergenza”.  

 

FATTORI DI RISCHIO E NUOVE DEVIANZE

 

Regoliosi suddivise i fattori-rischio in tre categorie:

a)      fattori endogeni (che comprendono disfunzioni di carattere innato);

b)      fattori familiari (che comprendono tutti quegli aspetti inerenti i ruoli genitoriali, le relazioni affettive);

c)      fattori socioculturali (che riguardano il ceto sociale).

A queste tre categorie ne viene introdotta una quarta che introduce “alcune variabili legate alla storia recente del soggetto” (può trattarsi di traumi improvvisi, o di cambiamenti radicali).58

Le profonde trasformazioni che hanno caratterizzato, in questi ultimi anni, la nostra società hanno provocato delle vere e proprie forme di “nuove povertà” che non riguardano “la semplice sussistenza”, ma “incidono pesantemente sulla qualità della vita dei cittadini”.59

Al fine di poter prevenire quei comportamenti “devianti” occorre, principalmente, considerare tutti quei fattori che “possono essere considerati caratteristiche individuali o situazionali che segnalano la situazione di rischio”.60

 

Intanto i fattori sistemico-ecologici, quindi le condizioni socio-economiche e culturali, hanno una forte correlazione con la delinquenza minorile, in particolar modo quando sono carenti e rafforzati da pratiche educative inadeguate e da carenze affettive.

Quando un minore rientra nella categoria dei deviati spesso risulta avere alle spalle una storia scolastica difficile (abbandono scolastico, non completamento della scuola dell’obbligo, ecc).

All’interno della scuola, questi soggetti vengono definiti degli emarginati; ma bisogna guardare ambedue le facce della medaglia.

Questi individui sono emarginati, in alcuni casi, non per loro volontà ma per una carenza ed un insuccesso educativo delle istituzioni formative.

Vi è il pericolo che proprio l’emarginazione, che può anche portare al disagio ed alla devianza, sia rafforzata all’interno del sistema scuola.

Tale emarginazione conduce alla dispersione scolastica, fattore per cui gli individui sono più soggetti ad entrare in quei circuiti pericolosi che li immettono lungo il sentiero della devianza.

 “E’ nostra convinzione - scrive Luigi Rossi61- che il rischio o abbandono scolastico non sia il risultato finale di una sola causa”.

Quindi, ritenere la scuola responsabile di tale esito, senza esplorare ciò che è prima e oltre la scuola, significa semplicemente non diagnosticare efficace-mente le cause di questo malessere.

Bisogna invece porre attenzione sul “prima” della scuola, quindi sulla famiglia e “oltre” la scuola, quindi la società.

Il fenomeno “dispersione scolastica” è molto complesso, richiede un atteggiamento introspettivo.

Tale atteggiamento permette di:

-         individuarne i sintomi più evidenti;

-         analizzare le cause profonde;

-         proporre rimedi di recupero e di prevenzione.

Occorre, anche, identificare quelle variabili che danno vita a manifestazioni di devianza e che possono essere di tipo quantitativo (abbandono, ripetenze, frequenze irregolari, ecc) e di tipo qualitativo (carenze cognitive, mancanza di motivazione, presenza di disagio di origine culturale, familiare e sociale).

Normalmente si tende ad individuare le cause della dispersione in certi comportamenti degli studenti, quali il rifiuto delle cose di scuola, le loro attese deluse, l’insuccesso, la mancata partecipazione degli studenti “alla totalità del processo educativo, con l’appiattimento e l’eccesso di omologazione, propri del nostro sistema formativo caratterizzato da centralismo, rigidità, eterodirezione costante e quotidiana”.62

Per prevenire il disagio e le difficoltà, ai quali gli studenti vanno incontro, occorre il coinvolgimento di una scuola che li aiuti a “fare progressi”, nella conoscenza del proprio modo di apprendere e nella conoscenza di se stessi.

 

Altri fattori correlati ai comportamenti devianti sono rappresentati da alcuni aspetti diversi del funzionamento familiare (dissidi familiari, strategie educative inadeguate, incapacità di esercitare un controllo sul comportamento del bambino, metodi disciplinari coercitivi, ecc.).

Dai lavori del seminario di studio su “Il disagio dei bambini e prospettiva di tutela”63 tra le più inquietanti forme di disagio del bambino si evidenziano:

-         quelle legate alle carenze del gruppo familiare anche non maltrattante ma egualmente distruttiva per il soggetto in formazione;

-         quelle legate alla dissoluzione della famiglia e al pesante coinvolgimento  del ragazzo nella conflittualità della coppia genitoriale.

Solitamente la separazione tra due coniugi non dovrebbe avere implicazioni sui rapporti affettivi che ambedue hanno costruito con i figli ma tale processo, incide particolarmente sulle dinamiche relazionali in quanto ambedue i genitori focalizzano la loro attenzione sul figlio assumendo atteggiamenti iperprotettivi ed iperpermissivi rispondente all’esigenza di sentirlo alleato.

Questo loro atteggiamento molto spesso non è capito dal figlio che si sente disorientato sia dal punto di vista personale che relazionale.

Già precedentemente alla separazione il figlio si è dovuto adeguare “a relazioni familiari caratterizzate da incomprensioni, litigi, silenzi pieni di ansia”, sviluppando “atteggiamenti attivi, se pur disfun-zionali per la sua crescita, come la seduzione, la reticenza, la falsa accondiscendenza”.64

Di notevole importanza è l’età del bambino, in quanto bambini molto piccoli o nella fase adolescenziale, reagiscono in modo più problematico di altri.

 

A questi fattori di rischio oltre ad aggiungersi quelli riguardanti le caratteristiche personali dei genitori e quelle proprie del soggetto, incidono notevolmente quelle:

A)     conseguenti alla triste realtà del maltrattamento, della violenza anche sessuale, della grave trascuratezza;

B)      riguardanti le nuove tipologie di lavoro e sfruttamento minorile, l’immigrazione e la condizione del minore straniero;

C)     riguardanti le condizioni di alcoolismo e tossicodipendenza;

D)     legate alla privazione di un ambiente familiare ed alla conseguente istituzionalizzazione.

 

A) Melita Cavallo, giudice minorile presso il Tribunale per i minorenni di Napoli, ha voluto dare il suo contributo nella stesura del Primo Quaderno del Centro Nazionale di Documentazione ed Analisi per l’Infanzia e l’Adolescenza, nel quale è stato affrontato il tema “Violenze sessuali sulle bambine e sui bambini”.

Ha bene evidenziato che “la famiglia, da luogo (almeno apparentemente) di affettività e di armonia […] è diventata oggi un arcipelago conflittuale”, che, però, negli ultimi anni, incapace di seppellire segreti, si è “lasciata penetrare”.

Con la ridefinizione del ruolo della donna, non più tollerante, soccombente, rassegnata, e quindi più forte, grintosa “l’adulto incompiuto, che nel rapporto ha bisogno assoluto di un oggetto […] può essere portato a spostare la propria libidine su di un’altra persona […] con la quale si possa relazionare con facilità, senza neanche parlare: basta un dito sulla bocca per chiedere ed ottenere il segreto e la complicità”

Questo, è vissuto, dal minore, bisognoso di  attenzione e di affetto, come un “gioco”.

Gli anni ’90 hanno portato un vero e proprio cambiamento, anche, legislativo.

E’ del 1996 la nuova legge sulla violenza sessuale, nella quale si riconoscono gli abusi sessuali come delitto contro la persona e non più contro la morale, si introduce l’ascolto protetto della vittima e si assicura un processo più celere e rispettoso.

E’ certo che la violenza e l’abuso sessuale affonda le sue radici lontano nel tempo; ed affrontare tale fenomeno è risultato “avventurarsi” in un complesso campo di indagini.

Questo è risultato anche difficile in quanto questi atti di “vittimizzazione” non necessariamente coincidono con atti che possono venire definiti come “violenza carnale” o “atti di libidine violenti”.65

Anche se, a volte, non sono presenti segni visibili di abuso, ciò non toglie (anzi!) che ci siano effetti devastanti nell’equilibrio e nella serenità delle giovani vittime, che si manifestano con difficoltà di relazione, disturbi del sonno, calo del rendimento scolastico.

Tav. 1 - Violenze sessuali sui minori di 14 anni. Italia-Anni 1995-1999

 

1995

1996

1997

1998

1999

Violenze sessuali sui minori di 14 anni

205

305

470

586

511

Numeri indice (1995=100)

100

149

229

285

249

 

 

Questo tipo di violenza che spesso si consuma nel silenzio incide particolarmente sull’equilibrio del bambino, sfiduciato e probabilmente, anche, timoroso di non essere creduto.

Nell’ambito della violenza sessuale il numero oscuro della devianza è sicuramente elevato.

Non tutte le vittime sono disposte a denunciare fatti di abuso, violenza, incesto e particolarmente i minori, molto spesso, non sono in grado di percepire l’abuso e sono incapaci e spaventati di rappresentarlo all’esterno.

Sul fenomeno della violenza e dello sfruttamento sessuale nei confronti dei minori si conosce molto poco. Tra gli ultimi dati che ci pervengono abbiamo quelli pertinenti una indagine del Centro Nazionale di Documentazione e Analisi per L’infanzia e l’Adolescenza che ha raccolto dati provenienti dai diversi centri e servizi coordinati dal Cimai.

“La popolazione esaminata si riferisce a minori di cui sia pervenuta comunicazione di avvenuto abuso e violenza sessuale a partire dal primo gennaio 1999 fino al 31 dicembre 1999”

A conclusone dell’indagine ci sono pervenuti i seguenti dati:

- 702 minori

- 61,4% segnalati al nord

- 37% segnalati

- 63% in carico al servizio/centro nell’anno 1999.

                     Tav. 2 - Casi di abuso sessuale segnalati secondo le regioni in cui operano i servizi/centri

 

Regioni

 

Piemonte

Lombardia

Veneto

Friuli Venezia Giulia

Emilia Romagna

Toscana

Lazio

Abruzzo

Campania

Calabria

Sardegna

Totale

Valori assoluti

49

215

30

 

28

109

58

93

14

62

25

19

702

Valori percentuali

 

7,0

30,6

4,3

 

4,0

15,5

8,3

13,2

2,0

8,8

3,6

2,7

                       100,0

 

B) Un altro punto da evidenziare è quello riguardante il lavoro minorile.

Intanto l’ordinamento giuridico del nostro paese ha realizzato “uno statuto sufficientemente esaustivo per la tutela dell’integrità fisica del soggetto in formazione”.

Si è espressamente sancito:

- età minima

- osservanza di condizioni soddisfacenti di lavoro        idonee a garantire la salute e lo sviluppo fisico;

- idoneità fisica e controlli periodici;

- rispetto orario lavorativo (sette ore giornaliere, 35 settimanali per i minori di 15 anni, invece 8 ore giornaliere, 40 settimanali per i minori di 15-18);

- è vietato il lavoro notturno.

Vi sono diverse tipologie lavorative e bisogna tenere presente che vi sono lavori che non sempre sono riconosciuti come tali.

“ […] accanto alle vecchie forme di sfruttamento di minori ne vanno emergendo di nuove, ed in maniera sempre più massiccia”.66

Apparentemente questi lavori sembrano meno dannosi per la salute fisica e quindi più accettate dalla collettività che magari si commuove di fronte ad un ragazzo che, “ in uno scantinato deve cucire le tomaie delle scarpe” e non di fronte ad un ragazzo costretto a stare per ore, sotto i riflettori sui set cinematografici, o per subire gli allenamenti sportivi.

In lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile l’Italia:

- ha istituito presso il Dipartimento per gli Affari Sociali un Tavolo di Coordinamento del Governo e delle parti sociali contro lo sfruttamento del lavoro minorile il quale ha redatto due documenti: a) La Carta di impegni del 16 aprile 1998, b) un documento del 1999 di verifica di quanto attivato sulla base della Carta;

- ha attivato, da parte del Dipartimento per gli affari Sociali e in collaborazione con gli Ispettorati del Lavoro e degli Organi di Giustizia, e del Centro Nazionale di Documentazione e Analisi per l’Infanzia e l’Adolescenza, una linea verde;

- ha emanato il Decreto Legislativo n. 345/99;

- ha eseguito e ratificato la Convenzione OIL n. 182 e la relativa raccomandazione sulla proibizione delle forme peggiori di lavoro minorile, mediante la legge 25 maggio 2000, n. 148.

Particolare attenzione si dovrebbe dare ai minori stranieri, soggetti, spesso, a forme di razzismo nonché a maltrattamenti ed abusi.

Per il minore straniero, il passaggio ad una diversa società, che a volte può essere multiculturale, vuol dire “riuscire a trovare una mediazione tra due mondi, che troppo spesso sono in aperta contrapposizione”.67

Il costante aumento della presenza di minori stranieri, ha trasformato l’Italia in un vero e proprio paese di immigrazione e quindi ha obbligato i servizi del territorio a promuovere interventi, in quanto i minori stranieri sono dei soggetti di per sè portatori di disagio.

Sono necessarie iniziative volte a migliorare la condizione dei minori stranieri regolari (immigrati), dando maggiore attenzione ai profughi ed ai rifugiati per i quali l’esperienza migratoria coincide, spesso, ad uno sradicamento violento dal proprio ambiente.

Questo coincide con una difficoltà ad entrare in contatto con le strutture territoriali e susseguente rischio di scivolare verso situazioni di pesante emarginazione, quindi il rischio che queste possano trasformarsi in devianza.

C) Nel Secondo Rapporto ONU si legge che “nel nostro ordinamento il consumo “per uso personale” di sostanze stupefacenti è stato depenalizzato, per cui nessun ragazzo è sottoposto ad intervento penale”.68

Ancora, si legge che il consumo di sostanze stupefacenti è legato particolarmente a reati quali spaccio o reati contro il patrimonio.

Si avverte particolarmente quel legame tra lavoro nero e droga dove maggiormente sono coinvolti minori extracomunitari.

I tossicodipendenti, molte volte, provengono da strutture familiari difficili.

“ […] Si è desunto che gli elementi più comuni e significativi nei tossicomani sono: la presenza in famiglia di un “ satellite familiare” (nonni, zii); la separazione da uno o da ambedue i genitori; la rivalità fraterna legata a problemi emotivi e psicologici”.69

Ancora Puzzolo continua puntualizzando che una persona integrata nella società non viene attratta dall’esperienza della droga, al contrario, invece, di una personalità non integrata che vive una situazione di conflitto con la realtà socio-culturale, quindi isolata, “sostanzialmente incerta per quanto riguarda la stima e il rispetto di sé”.

In questi ultimi anni i servizi penali della Giustizia Minorile, in collaborazione con i servizi socio-sanitari, hanno svolto programmi di recupero e di sostegno psicologico.

Per quanto riguarda i minori stranieri sono previsti dei “mediatori culturali” che hanno il compito di avviare e sviluppare una relazione di aiuto e sostegno.

Tav. 3- Soggetti in trattamento presso i Ser.T. per classe di età. Italia - Anni 1995-1999 (fonte: Ministero della Sanità)

 

 

1995

1996

1997

1998

1999

<15 anni

89

118

106

109

143

15-19 anni

3.880

4.181

4.530

4.417

4.629

Tutte le età

123.828

129.884

138.218

137.657

134.547

% < 15 anni

0,1

0,1

0,1

0,1

0,1

% 15-19 anni

3,1

3,2

3,3

3,2

3,4

 

D) Il soggetto è stato riconosciuto quale portatore di diritti che devono essere rispettati ed attuati; principale tra questi è il diritto all’educazione.

Dalle difficoltà emerse, particolarmente sulle nuove famiglie, si sottolineano gli effetti negativi sullo sviluppo della personalità delle lunghe permanenze nelle istituzioni assistenziali ed il riconoscimento alla famiglia, quale luogo di realizzazione armoniosa della personalità.

Nel Quaderno Nove del Centro Nazionale di Documentazione ed Analisi per l’Infanzia e l’Adolescenza, si sottolinea che bisogna riconoscere che, se l’affidamento familiare è una soluzione migliore della istituzionalizzazione, sarebbe comunque meglio mantenere il bambino nella sua famiglia sostenendo adeguatamente sia lui che il suo nucleo.

E’ importante che il bambino non venga sradicato dalla sua famiglia in quanto, il trapianto in un’altra può innescare processi di deresponsabilizzazione da parte dei genitori, e notevoli “disagi” nel bambino.

E’ un impegno del legislatore proporre disposizioni legislative di supporto che evitino il ricorso al ricovero del bambino in istituto, ed anche il ricorso, pur sempre traumatico in altre famiglie.

In questo ultimo punto non si può parlare di fattori- rischio, ma è necessario sottolineare che l’’istituzionalizzazione o l’affidamento sono condizioni vissute dal bambino in modo traumatico, quindi che incidono significativamente sulla costruzione del Sé.

 

Tra le nuove devianze che si sono diffuse in questi ultimi anni di particolare rilievo è il fenomeno del bullismo. Questo fenomeno sta ad indicare l’esistenza di uno squilibrio nel rapporto di forza tra due o più persone, dove l’una usa la propria forza per intimorire o danneggiare l’altra.

Il fenomeno del bullismo si è diffuso, soprattutto, a scuola (o meglio c’è sempre stato), ed è proprio all’interno della scuola che deve essere indebolito.

“Ogni ragazzo ha il diritto di vivere bene a scuola, di sentirsi al sicuro tra le pareti scolastiche; la scuola, invece, diventa per alcuni un luogo in cui vengono sperimentati vissuti di paura, accompagnati da una incombente sensazione di pericolo e incertezza, mentre per altri è una palestra in cui dare libera espressione a condotte aggressive che rinforzano uno stile personale autoritario e violento”.70

Da un’indagine condotta in questi ultimi anni risulta che il fenomeno del bullismo coinvolge un numero superiore di ragazzi in Italia (quasi il doppio) rispetto ai coetanei di altri paesi d’Europa.

Questo è un dato molto preoccupante che evidenzia quanto sia incidente il “disagio” vissuto dal bambino che vede in queste “pratiche” la liberazione della propria “forza”, della propria “sicurezza”, della capacità di “essere qualcuno”.

 

CAPITOLO TERZO:

LA PREVENZIONE

 

Affrontare il fenomeno della devianza è un compito assai arduo, in quanto anche se vengono usati due diversi strumenti, quello preventivo e quello repres-sivo, si deve rispondere alle diverse realtà dell’individuo, soggetto a condizionamenti, endogeni ed esogeni, che modificano il suo equilibrio interno.

“ Prevenire il disagio evolutivo significherebbe bloccare il processo di crescita del ragazzo, di cui la crisi adolescenziale è elemento costitutivo ed, in un certo senso, insostituibile motore”.71

Ma il termine prevenzione ha un significato ambiguo, in quanto, pur considerandolo nel suo significato positivo di mediazione tra l’individuo e il “male” quindi nella sua azione di sostegno, essa “richiama l’immagine di interventi legati a situazioni di emergenza”.

Luigi Regoliosi delinea uno schema suddiviso in cinque diversi livelli di prevenzione:

1)       Prevenzione potenziale o Promozione che riguarda tutti quegli interventi che influiscono positivamente sulla qualità della vita giovanile, come, ad esempio, quelle attività di carattere ricreativo-culturale, di socializzazione, di formazione, il cui scopo è di promuovere potenzialità e competenze sociali, relazionali, interpersonali;

2)       Promozione aspecifica dell’adattamento o Prevenzione aspecifica del disadattamento che riguarda “tutti quegli interventi che scaturiscono da progetti mirati allo sviluppo di fattori protettivi e al contenimento di fattori generali di disagio personale e sociale che possono ostacolare il percorso di adattamento del ragazzo” che comprende tutte quelle attività ed i servizi rivolti a prevenire ed alleviare condizioni di deprivazione affettiva, sociale ed anche culturale;

3)       Promozione specifica dell’adattamento o Prevenzione specifica del disadattamento scolastico, lavorativo, sociale, ecc. nel quale inseriamo tutte quelle azioni di sostegno e di orientamento mirato, quindi quei progetti di formazione rivolti ad adulti, genitori, educatori;

4)       Prevenzione specifica primaria dei comportamenti aggressivi autoplastici o alloplastici, che riguarda i progetti di educazione alla salute, che mira a sensibilizzare contro l’abuso di sostanze, la manipolazione del corpo, il fanatismo e prevenire atteggiamenti quali abulia, passività, violenza, asocialità, ecc.;

5)       Prevenzione specifica secondaria delle diverse forme di devianza. Questo livello raccoglie quegli interventi rivolti a soggetti e a contesti familiari coinvolti in una subcultura deviante. In questo caso ci riferiamo a consumatori abituali di sostanze leggere, psicofarmaci, alcoolici, a famiglie multiproblematiche, ad ex detenuti, ecc. Per questi soggetti si prevedono iniziative di sostegno, couseling, risocializzazione, ecc.

Il primo punto da analizzare è “a chi compete” occuparsi della prevenzione.

Intanto, in questi ultimi anni, si è assistito ad una incidente e significativa evoluzione delle politiche in favore dei minori.

Confrontando il Primo Rapporto sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza del 1996 con la Relazione dell’aprile 2001, si è potuto rilevare un incremento di interventi ed azioni attuati, nonché del numero dei Ministeri attivi nel settore infanzia.

Ci sono, ancora molte difficoltà di attuazione dei diritti dei minori, che in genere “si sostanziano nell’impossibilità di applicare in modo ottimale gli strumenti di tutela che la legislazione offre”.72

“Con le leggi Bassanini – si legge, ancora, nella Relazione dell’aprile 2001 – ed i vari Decreti di attuazione, si sta assistendo ad una riforma della Pubblica Amministrazione che implica passaggi di competenze e riorganizzazione di strutture”.

In questo senso ci si basa su due linee direttrici:

-         attuazione del principio di sussidiarietà orizzontale  che implica “una prioritaria analisi delle funzioni espletate dalle Pubbliche Amministrazioni, per una loro riorganizzazione e ridefinizione”

-         attuazione del principio di sussidarietà verticale, che, sulla base dell’individuazione delle funzioni pubbliche, conduce ad un processo di decentramento amministrativo […] mediante l’affidamento diretto a regioni, province e comuni”.

Intanto è bene citare le diverse Amministrazioni Centrali che rivolgono il loro impegno e le diverse iniziative al mondo dei minori, considerato che secondo me la prevenzione è principalmente garanzia e tutela del benessere fisico, psichico, relazionale, economico, culturale del minore.

      Tra le diverse attività della PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI abbiamo quelle svolte da:

-         il Dipartimento per gli Affari Sociali (DAS) il cui ruolo è la promozione, elaborazione e coordinamento delle politiche in favore dei minori;

-         la Commissione per le Adozioni Internazionali che è stata istituita con la legge 31 dicembre 1998, n. 476 che ha ratificato la Convenzione per la tutela dei minori e la Cooperazione in materia di adozione internazionale firmata a l’Aja il 29 maggio 1993. Tale Commissione svolge i seguenti compiti:

a)        collabora direttamente con le autorità centrali degli altri paesi ratificanti o aderenti (attualmente 41), per facilitare il percorso dei procedimenti e rimuovere gli ostacoli che si frappongono ad un loro sollecito svolgimento;

b)        certifica la conformità dell’adozione alle disposizioni della Convenzione e autorizza l’ingresso e la residenza permanente del minore in Italia;

c)        autorizza e controlla l’attività degli enti e degli organismi privati e pubblici che intendono curare lo svolgimento delle procedure di adozione.

-         il Centro Nazionale di Documentazione ed Analisi per l’Infanzia e l’Adolescenza le cui funzioni sono state definite con la legge n. 451 del 1997, Istituzione della Commissione Parlamentare per l’Infanzia e dell’Osservatorio Nazionale per l’Infanzia.

-         il Dipartimento per le pari Opportunità le cui attività a favore dell’infanzia e dell’adolescenza riguardano tre ambiti di intervento:

a)      il mondo della scuola;

b)      il fenomeno della mutilazione genitale femminile;

c)      la problematica relativa al sostegno del rapporto tra detenute e figli minori.

-         il Comitato minori stranieri che opera presso il DAS ed ha funzioni di controllo della modalità di soggiorno dei minori stranieri, di deliberare circa l’ingresso dei bambini stranieri da accogliersi sul territorio nazionale nell’ambito di progetti di solidarietà.

IL MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE ha il compito di assicurare la qualità sull’ordinarietà degli interventi sia scolastici (qualità dei servizi, processo di autonomia, innalzamento dell’obbligo scolastico, riordino dei cicli, pari opportunità, promozione della formazione interculturale, ecc.) che interistituzionali (garantire una politica organica di prevenzione di disagio, di promozione del successo formativo, intervenire sulle situazioni a più alto indice di rischio).

IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA attraverso il Dipartimento della Giustizia Minorile (DGM) si occupa di diverse attività quali:

-         esecuzione delle misure penali irrogate a minori autori di reato;

-         trattamento della devianza penale dei minori che transitano nei servizi della giustizia minorile;

-         promozione e realizzazione di studi e ricerche finalizzati alla conoscenza ed alla messa a punto di modelli di intervento;

-         progettazione, coordinamento e realizzazione di attività di formazione rivolte agli operatori della giustizia minorile.

Le attività dell’Ufficio del Ministero di Grazia e Giustizia sono svolte in Italia in:

-         28 uffici del servizio sociale per minorenni;

-         17 istituti penali per minorenni;

-         25 centri di prima accoglienza;

-         12 comunità ministeriali;

-         17 istituti di semilibertà con servizi diurni per misure cautelari, sostitutive e alternative;

-         3 scuole di formazione del personale per minori:

IL MINISTERO DELL’INTERNO mediante la Direzione Generale dei Servizi Civili- Servizio Affari Assistenziali Speciali si prefigge, come obiettivo, di porre in essere iniziative capaci di ricostruire una “cultura della legalità” e di ridare fiducia alle persone per una società retta da regole.

-         il Dipartimento della Pubblica Sicurezza mediante l’impulso della legge 269/98 ha dato particolare attenzione all’azione di contrastazione dello sfruttamento, della violenza sessuale e del maltrattamento dei minori.

IL MINISTERO DELLA SANITA’ ha delineato diversi progetti:

-         progetto obiettivo materno infantile;

-         interventi preventivi;

-         piano nazionale vaccini;

-         protezione della salute dei bambini contro le minacce dell’inquinamento;

-         programmi di educazione alla salute.

IL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI svolge un’ intensa attività di promozione dei diritti del fanciullo rispondendo ad un preciso impegno che il Governo si è assunto e che è definita nelle convenzioni internazionali e nei piani d’azione nazionale: il protocollo sui fanciulli-soldato, protocollo sulla vendita dei fanciulli e la lotta alla pedo-pornografia, la proibizione delle peggiori forme di lavoro minorile, per citarne alcune.

IL MINISTERO DELL’AMBIENTE assume particolare attenzione allo sviluppo di una migliore qualità della vita nella città mediante il “Progetto Città sostenibili”.

IL MINISTERO DEL LAVORO interviene su due direzioni:

a)            gestione della normativa afferente ai minori;

b)           funzioni di vigilanza, controllo attraverso i settori ispettivi delle Direzioni Provinciali del Lavoro.

IL MINISTERO DELL’INDUSTRIA, DEL COMMERCIO E DELL’ARTIGIANATO mediante la Direzione Generale per il Turismo promuove iniziative riguardanti tre aree:

a)                   il contrasto dello sfruttamento sessuale dei minori;

b)                  la promozione del turismo scolastico nelle aree protette;

c)                   l’attenzione ai disabili.

La Direzione Generale Armonizzazione Tutela Mercato svolge attività volte a garantire la salute e la sicurezza dei consumatori e, quindi, di sorveglianza del mercato in diversi settori merceologici tra cui i prodotti destinati ad essere utilizzati ai fini di gioco dai bambini e da adolescenti.

IL MINISTERO DEI LAVORI PUBBLICI mediante Contratti di quartiere ha la finalità di:

a)      ricercare soluzioni al degrado edilizio ed urbanistico di alcuni quartieri;

b)      offrire opportunità al fine di ridurre, mediante forme di promozione e sostegno di attività economiche, le forme di disagio sociale;

c)      favorire la promozione professionale, adottare misure di recupero dell’evasione scolastica.

MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI coinvolgendo la famiglia e la scuola ha proposto iniziative, svolge attività culturali (visita ai musei, laboratori didattici).

 

Per quanto riguarda l’impegno delle Regioni in questi ultimi anni bisogna dare particolare attenzione alla legge 285/97 (che più avanti verrà meglio definita) nonché a tutte le modificazioni alle leggi regionali riguardanti “Norme in materia di servizi educativi per la prima infanzia”, rilancio dei “Consultori familiari a tutela della salute del neonato, del bambino e dell’adolescente”, a diversi progetti ed infine alle attività di monitoraggio e di valutazione degli interventi realizzati per l’infanzia e l’adolescenza.

 

In questi ultimi anni gli Enti Locali Territoriali ed il Comune in particolare si sono sempre più impegnati verso i cittadini. In questo contesto “i cittadini in crescita”, che non sono solo il futuro, rappresentano una risorsa per il miglioramento del presente.

 

Dopo aver riassunto dal punto di vista amministrativo quali sono i diversi apparati che si occupano del mondo dei minori, riprendendo quanto definito da L. Regoliosi, si puntualizzerà specifica-tamente a chi compete fare prevenzione”.

Intanto distinguiamo gli ambiti dai servizi di prevenzione.

“Gli ambiti di prevenzione sono gli ambienti di vita e di socializzazione primaria e secondaria dei ragazzi: la famiglia, la scuola, la caserma, la fabbrica, […]”

I servizi sono classificabili in tre livelli:

-         servizi di primo livello che svolgono un ruolo di intervento diretto (centri di aggregazione, laboratori, animatori di strada ecc.);

-         servizi di secondo livello che svolgono funzione di consulenza, sensibilizzazione, formazione (centri psichiatrici, consultori, comunità ecc,);

-         servizi di terzo livello che svolgono compiti di programmazione generale e di indirizzo e le strutture che offrono documentazione, formazione (centri studi, osservatori, ecc.).73

Sul piano giuridico-istituzionale gli interventi “preventivi” sono regolati, in questi ultimi anni, dal Nuovo Codice di Procedura Penale (D.P.R. 22 settembre 1988, n. 448) che tra le diverse modificazioni sono da considerare particolarmente quelle riguardanti le misure di sicurezza e le sanzioni.

“Il Nuovo Codice si caratterizza anche per il fatto di porsi come un nuovo modello di comunicazione fra minore e giustizia, un modello che assegna al ragazzo una posizione centrale, da protagonista.74

Questo Nuovo Codice si pone nei confronti del ragazzo con un’ottica diversa: quest’ultimo ha più possibilità  di “proporsi come attivo, autonomo, responsabile”.

Da come è stato facile intuire dal percorso che ho seguito in questo capitolo, quando parliamo di interventi nei confronti delle diverse condizioni del minore, in particolare del minore a rischio, si tende a “mettere in atto politiche di prevenzione generale,

“aspecifica”, mediante iniziative volte alla formazione degli “operatori sociali”.

A tal riguardo l’educatore dell’extrascuola, “attraverso le strutture cui è proposto deve essere professionalmente impegnato a far percepire il valore della vita comunitaria e del lavoro in équipes, per scoprire e riscoprire il gusto della vita in comune e il lavoro degli altri”.74

L’educatore extrascolastico, dovrebbe possedere:

-         competenze tecniche;

-         competenze operative;

-         competenze di processo.

L’incontro tra educatore e “ragazzo difficile” come definito da P. Bertolini - L. Caronia, “implica un delicato passaggio da una situazione di radicale alterità ad una di mutua conoscenza, di reciproco riconoscimento”.76

L’intervento dell’educatore è un processo di ri-educazione che, partendo dalle comprensioni della visione del mondo e dell’orientamento dell’intenzionalità che possono aver motivato il comportamento irregolare del ragazzo, si completa mediante una profonda trasformazione della visione del mondo.

“L’educazione è un evento sostanzialmente, etico, sociale, duale, che richiede persone preparate, educatori umanamente solidi e professionalmente formati”.77

Quasi sembra poetico parlare di “amore pedagogico” ma è proprio mediante questo che si può comprendere l’alterità e se ne apprezza la differenza.

“L’educatore deve cercare di spogliarsi delle sue convinzioni e del suo modo di pensare, se non vuole sentirsi estraneo ed impotente”.78

Deve assumere uno stile educativo che si forma sull’entropatia ossia su quella tecnica pedagogica volta a cogliere la visione del mondo del ragazzo.

P. Bertolini – L. Caronia tracciano un percorso rieducativo, delineato come segue:

-         consapevolezza;

-         distacco critico;

-         cambiamento stabile e duraturo della visione del mondo.

Questo percorso, le cui strategie rieducative non devono essere necessariamente sequenziali, si muove mediante un “ripensarsi nel presente”, “ripensarsi nel passato”, “autorinnovarsi”, ed infine “pensarsi nel futuro”.79

 

In conclusione notevoli sono stati gli interventi mirati alla prevenzione, ed in questi ultimi anni molti sono stati i provvedimenti legislativi; ma se questo ha dato una svolta ad un nuovo modo di vedere il mondo infantile ed adolescenziale, non sono da sottovalutare le difficoltà economiche, burocratiche, pedagogiche, nonché “operative” che giorno per giorno operatori, educatori, ministeri, province, enti locali devono affrontare.

 

LE POLITICHE PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA

NORMATIVE

 

Sino al 1996, in Italia non vi è mai stata un’azione di pianificazione di interventi integrati e coordinati in favore di bambini e ragazzi, ma piuttosto una serie di iniziative episodiche che hanno affrontato delle emergenze che si presentavano all’opinione pubblica come delle improvvise eruzioni di un mondo sotterraneo la cui esistenza era sottaciuta o del tutto ignorata.

Come si legge nel Secondo Rapporto ONU 97/98 “ ci si accorge dell’infanzia e dell’adolescenza solo quando si presentano problemi ed emergenze”.80

Grazie alla “Globalità” dell’informazione quel mondo “sottotaciuto” non poteva più essere evitato dalle politiche governative e dall’azione del legislatore, che doveva trovare i mezzi nelle finanziarie per farvi fronte. Né si poteva più sottovalutare comportamenti illegittimi o illeciti, anch’essi spesso sottotaciuti, in special modo perpetrati nell’ambiente della famiglia, della scuola o di istituti.

La politica avrebbe dovuto, sempre secondo il Rapporto ONU: promuovere i diritti quotidiani dell’infanzia e dell’adolescenza, garantire l’educazione e l’istruzione, investire sulla loro intelligenza, costruire processi di integrazione sociale e culturale.

Continua il secondo Rapporto ONU evidenziando un aspetto fondamentale sulla condizione sociale di un “prima” e di un “dopo” che da un punto di vista socio-politico rappresenta la novità dei ritmi e dei percorsi delle società occidentali: “Nel nostro paese non è ancora diffusa una cultura civile dell’infanzia e scarsa

è  l’attenzione alla solidarietà intergenerazionale […]

Sull’infanzia ricadono crisi familiari di vario tipo che mettono a rischio la crescita equilibrata di bambini e bambine […] l’obiettivo di fondo deve essere quello di ridurre al massimo i rischi connessi al fatto che le difficoltà della famiglia naturale conducano allo stabilizzarsi, per il bambino/a, di una prospettiva di vita dominata dalla marginalizzazione sociale, relazionale ed affettiva”.81

Di questo ed altro era fatto quel “dopo” e adesso il legislatore, e ancora prima il Ministro della Solidarietà Sociale, attraverso il periodico Rapporto sulla condizione del minore realizzato dal Centro Nazionale di documentazione ed analisi del Dipartimento per gli Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, avrebbe dovuto indicare modalità e piani d’intervento e relativa “spesa”.

Tenuto conto che quel “dopo” consiste nella attualità sociale soggetta a continui cambiamenti, continua il secondo Rapporto ONU: “Succede, talvolta, che gli adulti diventino i principali nemici dell’infanzia” e va da sé che questi adulti non sono solo associazioni criminali ma anche quelli all’interno della famiglia.

Questo è l’aspetto “sanzionatorio” che il legislatore ha dovuto affrontare e cominciare dal far rientrare nella sfera dei reati contro la persona alcune tipologie di reati che erano stati considerati tra quelli contro la morale; rivedere tutto il sistema della carcerazione minorile vero e proprio apprendistato a delinquere, affrontare lo scottante problema dell’abuso sessuale su minori e quant’altro.

All’art. 3 della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia si legge “ in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative, o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente”.

In questo senso significativi segnali di attuazione sono dati mediante l’emanazione di importanti norme come ad esempio la legge 4 maggio 1983, n. 184 “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento di minori” e la legge 19 luglio 1991, n. 216 “Primi interventi in favore di minori soggetti a rischio di coinvolgimento in attività criminose”.

 E’ importante qui riportare l’art. 1 della legge 216/91: “ Al fine di fronteggiare il rischio di coinvolgimento dei minori in attività criminose, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per gli affari sociali, tenuto conto della situazione eccezionale determinatasi nel Paese, sostiene iniziative volte a tutelare e favorire la crescita, la maturazione individuale e la socializzazione della persona di età minore, al fine di evitare le condizioni di disagio”.

Riconoscendo che quella situazione non era “eccezionale” e che, adesso, deve essere affrontata sul territorio diamo una particolare attenzione a quanto recita il 1° comma dell’art. 2: “Ai comuni, alle province, ai loro consorzi, alle comunità montane, nonché ad enti, organizzazioni di volontariato, associazioni e cooperative di solidarietà sociale che operino senza scopo di lucro nelle attività e con le specifiche finalità di cui all’art. 1, comma 1, nel rispetto dell’equilibrato sviluppo della personalità dei minori, sono destinati contributi a carico del fondo di cui all’art. 3”.

Il D.P.R. 13 giugno 2000 – i1 Piano Nazionale d’Azione e di Interventi per la Tutela dei Diritti e dello Sviluppo dei Soggetti in età evolutiva 2000-2001, ha tracciato, per i prossimi due anni, le linee strategiche e le priorità da perseguire nell’ambito delle politiche minorili. Tali linee possono essere sintetizzate nei punti che seguono:

-         sostegno alla famiglia e lotta all’esclusione sociale;

-         sviluppo ed innovazione dei servizi alla persona;

-         interventi in favore degli adolescenti per assicurare loro una cittadinanza attiva e una effettiva partecipazione alla vita civile e sociale;

-         contrasto alla pedofilia e a ogni forma di sfruttamento dei più piccoli;

-         tutela dei bambini e dei ragazzi stranieri e interventi in favore dell’integrazione multietnica e azioni di cooperazione allo sviluppo;

-         consolidamento degli strumenti di tutela, in particolare mediante l’istituzione del difensore civico;

-         miglioramento e riqualificazione dell’ambiente di vita;

-         tutela della salute e del benessere.

La lotta allo sfruttamento del lavoro minorile è stata oggetto di particolare attenzione nell’ambito delle politiche per l’infanzia. L’istituzione presso il Dipartimento per gli Affari sociali di un Tavolo di coordinamento del Governo e delle parti sociali contro lo sfruttamento del lavoro minorile ha prodotto due importanti documenti, La carta di impegni del 16 aprile 1998 e, un anno dopo, un documento di verifica di quanto attivato sulla base della carta di impegni stessa.

L’emanazione del Decreto Legislativo n. 345/99 in attuazione della direttiva CEE sul lavoro dei giovani, con la quale modifica la legge 977/67 sul lavoro minorile, rafforzando la tutela dei minori in questo settore e vietando l’impiego di ragazzi che non abbiano adempiuto all’obbligo scolastico e che comunque abbiano un’età inferiore ai 15 anni. Una delle innovazioni più importanti sta nell’aggravamento delle pene e delle sanzioni in caso di violazione di norme.

Strumento di grande rilievo è la legge 3 agosto 1998 n. 269Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di schiavitù”, il quale ha modificato il codice penale introducendo reati specifici, come la pedopornografia e il turismo sessuale, e prevedendo pene severe.

Sulla base delle disposizioni della legge 269/98 il Ministero dell’Interno ha istituito sezioni specializzate,  all’interno delle squadre mobili e i nuclei di polizia giudiziaria (che hanno assorbito anche le funzioni degli uffici minori), e ha attivato particolari strumenti investigativi oltre che indagini contro la pedofilia su Internet attraverso l’azione del Servizio di polizia postale e delle comunicazioni.

Il DAS, l’Osservatorio Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, il Comitato di Coordinamento per la Tutela dei Minori dallo sfruttamento e dall’abuso sessuale il 6 aprile 2001, in sede congiunta, hanno approvato il “Documento di indirizzo per la formazione in materia d’abuso e maltrattamento dell’infanzia”.

Con detto documento si delineano le linee guida per le attività rivolte ai referenti dell’area sociale.

In riferimento alle necessità segnalate si evidenzia:

-         l’avvio e il sostegno di percorsi di informazione e sensibilizzazione;

-         la necessità di maggiore assistenza psicologica, clinica alle vittime del maltrattamento ed ai suoi familiari;

-         la necessità di attivare percorsi formativi adeguati anche in funzione di una facilitazione dell’accesso ai servizi competenti;

-         la difficoltà di una rilevazione unitaria dei dati sui fenomeni di sfruttamento ed abuso.

Si sostiene, quindi, la necessità di avviare un sistema organico di monitoraggio del fenomeno del maltrattamento e dell’abuso sessuale per poter effettuare un’analisi approfondita delle diverse forme di sfruttamento sessuale, per consentire un’informazione corretta del fenomeno e, quindi, impostare azioni formative aderenti ai bisogni evidenziati.

In riferimento alle azioni formative è necessario progettare e realizzare:

-         percorsi informativi e di sensibilizzazione;

-         percorsi formativi di base multidisciplinari e integrati;

-         percorsi formativi specialistici rivolti a gruppi monoprofessionali che intendano approfondire tematiche specifiche;

-         percorsi formativi di analisi di modelli gestionali e organizzativi rivolti a dirigenti dei servizi territoriali.

La legge 23 dicembre 2000, n. 388 (finanziaria 2001), prevede un ulteriore specifico investimento di 20 miliardi di lire per il finanziamento di interventi anche di carattere sperimentale, per la prevenzione delle violenze ed il recupero psicoterapeutico dei minori vittime e degli adulti abusanti.

Vi è da fare una importante considerazione nel senso che, se è pur vero che, non bisogna sottovalutare la gravità del problema, l’eccessiva amplificazione tramite i media potrebbe innescare una sindrome “dell’untore” che nuocerebbe soprattutto al minore che con l’adulto ha un rapporto diremmo “tattile”. Demonizzare l’adulto “altro” nel contatto col minore priverebbe, quest’ultimo, di un importante veicolo d’apprendimento e creerebbe una frattura devastante sotto il profilo evolutivo.

Il processo di affermazione dei diritti dei minori si delinea solo con la Dichiarazione dei diritti del fanciullo del 1959 in cui vengono affermate alcuni principi fondamentali: il minore viene considerato soggetto di diritto e pertanto si afferma “un diritto non più sui minori ma per i minori”.

Nell’ambito specifico della devianza minorile e della amministrazione della Giustizia, una particolare importanza hanno le “Regole minime per l’amministrazione della giustizia minorile” (regole di Pechino) che costituiscono la fonte alla quale si sono ispirati i più recenti codici minorili. I principi innovativi di tale regola sono stati accolti anche nel “Nuovo Codice di procedura penale minorile” (D.P.R. n. 448 del 1988). I più recenti contributi in materia di prevenzione della delinquenza minorile e di protezione del minore sono quelli del VII congresso ONU del 27 agosto del 1990 in cui è stato disposto, anche, il “Regolamento delle Nazioni Unite per la protezione di minori privati della loro libertà”.

In Italia le leggi istitutive del nuovo processo penale minorile del 1988 è anche il prodotto del contributo rappresentato dal lavoro della Corte Costituzionale che ha più volte ribadito la specificità della condizione minorile, rilevando come essa superi d’importanza quella che è la specificità di ogni sistema penale, e cioè, l’efficacia intimidatrice della sanzione. Già con la sentenza n. 25 del 1964 la Corte Costituzionale evidenziando la “specialità” aveva sottolineato come le diversità della giustizia minorile fossero giustificate in funzione del recupero del minore alla società.

Il tema della carcerazione minorile quale “ultima ratio” è oggetto della sentenza n. 120 del 1977. L’obiettivo era quello di cercare forme alternative di intervento, in un contesto che, seppure giuridico-penale, è comunque non istituzionale. Tale sentenza si esprimeva anche in ordine alla concessione della libertà provvisoria al fine di “non lasciare intentata alcuna possibilità di recupero di soggetti non ancora del tutto maturi dal punto di vista fisico e psichico”.

L’obbligo di tutela del minore da parte dello Stato si trasforma in un interesse - dovere di recupero da attuarsi attraverso l’attività di un Organo specializzato, nel momento in cui l’adolescente commette un reato.

Questa tesi, anch’essa anticipatrice del D.P.R. 448/88, vuole sottoporre l’importanza della specialità del giudice minorile.

Emerge con chiarezza che il processo penale minorile è occasione di rieducazione del minore, prima che di affermazione della pretesa punitiva dello Stato. Secondo la sentenza n. 16 del 1981, il dibattimento deve svolgersi a porte chiuse per evitare che la pubblicità possa turbare l’imputato e rendere difficile il suo successivo inserimento sociale.

Evitare stigmatizzazioni significa vietare ai media la diffusione di immagini e di informazioni sull’identità del minore.

Il principio di “autoselettività” del processo penale tende a garantire il primato delle esperienze educative del minore, attraverso forme di autolimitazioni e perfino di chiusura che il processo impone a se stesso.

Infatti, sulla base delle informazioni raccolte circa la personalità, la famiglia e l’ambiente di vita del ragazzo, oltre che sul reato, il processo può chiudersi con la dichiarazione di “irrilevanza sociale” del reato commesso dal minore, quando l’esperienza giudiziaria rischierebbe di “interrompere i processi educativi in atto”. Oppure, il processo può essere sospeso per dare avvio a un percorso operativo che sostituisce il giudizio processuale; si tratta della “messa alla prova” intesa come programma finalizzato ad approfondire le conoscenze sulla personalità del ragazzo e mettere alla prova le capacità di cambiamento e di recupero.

Il nuovo processo penale minorile richiede la collaborazione dei Servizi ministeriali e di quelli dell’Ente Locale.

Con il D.P.R. 448/88 si da particolare importanza alle caratteristiche personali del soggetto, quindi la sostituzione a sanzioni penali con interventi sociali, di rieducazione e di individualizzazione della pena.

Con il Nuovo Processo si prescrivono nuove misure cautelari (permanenza in casa, collocamento in comunità ecc.) quindi, la “decarcerazione” che ha sollevato molte critiche.

Per tale motivo il diritto all’informazione deve conciliarsi con il rispetto della personalità dell’imputato. Aggiungeremmo, a questo punto, che anche il diritto all’informazione del “ reato commesso da minori” divulgato attraverso i media dovrebbe essere regolamentato secondo le direttive suddette anche al fine di evitare quel devastante fenomeno che è “l’effetto emulativo”.

La struttura organizzativa dell’Istituto Penale Minorile è definita da tre aree funzionali: tecnico-pedagogica, della sicurezza, amministrativo-contabile. Per i minori in custodia cautelare possono essere organizzate attività di pre-orientamento formativo mediante attività scolastiche e professionali.

Per quanto riguarda il problema delle tossicodipendenze diffuse più di quanto riportato dalle statistiche in ambito minorile, oltre al D.P.R. 9 ottobre 90, n. 309 abbiamo la legge 18 febbraio 1999, n. 45 che integra e modifica il precedente decreto.

Anche qui è necessario fare una considerazione sull’iniziativa del Ministro Veronesi in ordine alla legislazione delle cosiddette droghe “leggere” che ha suscitato non poche critiche e rimostranze soprattutto nell’ambito delle comunità di recupero dei tossicodipendenti.

E’ dimostrato che una politica “proibizionista” potrebbe incentivare il fenomeno sia per il consumatore che per le organizzazioni criminose che la forniscono, favoriti anche dalla clandestinità in cui entrambi operano.

Una politica liberista permetterebbe un maggior controllo ma non eliminerebbe il problema a meno che le istituzioni non attuino dei piani preventivi, sul territorio, rappresentando, nei confronti dei minori, “il problema” a mezzo di idonee figure professionali soprattutto come “didattica di scelta”.

 

“DISPOSIZIONI PER LA PROMOZIONE DEI DIRITTI E OPPORTUNITA’ PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA” – LEGGE 28 AGOSTO 1997, N. 285.

Il Parlamento ha approvato, il 28 agosto 1997, il testo di legge che introduce disposizioni per la promozione dei diritti e opportunità per l’infanzia e l’adolescenza.

La legge presenta molti aspetti innovativi: in primo luogo tratta l’area dei minori nei periodi più importanti e destrutturanti della fanciullezza; in secondo luogo si presenta come legge promozionale-preventiva piuttosto che repressivo-punitiva.

E’ una legge di grande rilievo, perché ha suscitato una grande mobilitazione di energie per promuovere diritti di opportunità a favore dell’infanzia e dell’adolescenza per migliorare le condizioni di esistenza di coloro che si affacciano alla vita.

Mette a disposizione notevoli finanziamenti per la promozione di “innovativi” servizi socio-assistenziali-educativi, a seguito di presentazione di progetti.

Metterò di seguito, puntualizzando sui contenuti principali, la legge 285/97 articolo per articolo.

ART.1 - Fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza

L’articolo 1 prevede l’istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri del “Fondo Nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza”.

Il fondo ha come fine la “promozione dei diritti, la qualità della vita, lo sviluppo, la realizzazione individuale e la socializzazione dell’infanzia e dell’adolescenza, privilegiando l’ambiente ad esse più confacente”.

Il fondo è ripartito tra le regioni; il 30% viene assegnato alle 15 città cosiddette riservatarie (nella regione Sicilia, Catania e Palermo).

Il contributo è stato così ripartito: il 50% sulla base dell’ultima rilevazione della popolazione minorile effettuata dall’ISTAT, il rimanente 50% in base ai seguenti criteri:

a)      carenza di strutture per la prima infanzia secondo le indicazioni del Centro di documentazione e analisi per l’infanzia;

b)      numero dei minori presenti in strutture socio-assistenziali (comunità alloggio, case famiglia, istituti);

c)      percentuale di dispersione scolastica nella scuola dell’obbligo;

d)      percentuale delle famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà;

e)      incidenza percentuale del coinvolgimento di minori in attività criminose.

ART. 2 – Ambiti territoriali di intervento

La regione deve gestire i fondi erogati dallo stato ed ha il compito di fissare gli ambiti territoriali.

Per assicurare l’efficacia e l’efficienza degli interventi e la partecipazione di tutti i soggetti coinvolti, deve fissare gli ambiti territoriali di intervento e la ripartizione dei fondi agli enti locali.

Tali ambiti territoriali sono finalizzati anche ad una migliore gestione degli interventi da attuare da parte degli Enti locali, avendo un soggetto istituzionale di riferimento con cui dialogare. (La regione siciliana ha fissato come ambiti territoriali le Province Regionali).

Le province e gli enti locali provvedono all’appro-vazione di piani di intervento territoriali, composti da accordi di programmi stipulati con gli Enti Locali, le ASL, i Centri per la Giustizia Minorile, le Istituzioni scolastiche favorendo la partecipazione di organizzazioni non lucrative di utilità sociale.

I progetti esecutivi con allegato piano economico e copertura finanziaria vengono trasmessi alla regione, la quale valuta il rispetto delle finalità da perseguire previste dalla legge e provvede alla loro approvazione ed all’emanazione della delibera di finanziamento.

Le regioni, inoltre, possono impiegare il 5% del fondo per la realizzazione di programmi di scambio e di formazione.

ART. 3 Finalità dei progetti

L’art. 3 stabilisce le aree di progetto e le finalità che i progetti devono contenere per essere ammessi al finanziamento del Fondo Nazionale per l’infanzia e l’adolescenza.

I progetti devono perseguire le seguenti finalità:

a)        realizzazione di servizi che attuino misure di sostegno alla relazione genitori-figli, contrastando sul nascere la povertà, la violenza e promovendo misure alternative agli istituti educativo-assistenziali. Particolare attenzione deve essere posta nei confronti di minori stranieri per la loro tutela e la loro integrazione sociale;

b)        attuare servizi innovativi e di sperimentazione di servizi socio-educativi rivolti alla prima infanzia, servizi che possano coadiuvare l’opera degli asili nido e venire incontro alle esigenze delle nuove famiglie;

c)        realizzare servizi ricreativi ed educativi per il tempo libero, con carattere di aggregazione dei minori, anche nei periodi di sospensione delle attività didattiche;

d)        promozione dei diritti dell’infanzia e della adolescenza (convegni, manifestazioni ecc,), sviluppo del benessere e della qualità della vita dei minori, con particolare riguardo alla fruibilità dell’ambiente naturale ed urbano.

e)        azioni per il sostegno economico per le famiglie, naturali o affidatarie, con al loro interno un componente portatore di handicap, evitando qualsiasi forma di emarginazione e istituzionalizzazione.

Art. 4 – Servizi di sostegno alla relazione genitore-figli, di contrasto della povertà e della violenza, nonché misure alternative al ricovero dei minori in istituti educativo-assistenziali.

 

L’art. 4 esemplifica i servizi e le azioni da perseguire per raggiungere gli obiettivi fissati dal precedente art. 3 mediante: sostegno alla relazione genitori - figli di contrasto alla povertà e alla violenza, nonché misure alternative al ricovero di minori in istituti educativo-assistenziali.

Le finalità proposte possono essere perseguite in modi diversi:

1)      Erogazione di un minimo vitale a favore dei minori in stato di bisogno inseriti in famiglie, con l’attuazione di interventi domiciliari per effettuare una efficace prevenzione delle situazioni di crisi e rischio psicosociale al fine di aiutare ed accompagnare il minore in famiglia ad integrarsi nel contesto di vita abituale;

2)      Informazione e sostegno alle scelte di maternità e paternità responsabile, facilitando e promuovendo l’accesso ai consultori familiari;

3)      Realizzazione di residenze per le donne agli arresti domiciliari, o madri nubili e in difficoltà, in stato di gravidanza o con figli piccoli;

4)      L’accoglienza temporanea di minori sieropositivi o portatori di handicap, fisico, psichico o sensoriale in piccole comunità educativo-riabilitative. Le famiglie del disabile hanno diritto alla partecipazione e al coinvolgimento nel progetto, essendo una risorsa da sostenere;

5)      Promuovere interventi per la tutela dei diritti dei bambini malati, attraverso il miglioramento dell’ambiente ospedaliero, attuazione della multidisciplinarietà dell’intervento, continuità delle cure tra il ricovero e l’assistenza territoriale, modulazione delle risposte favorendo i soggetti con maggiori difficoltà.

I progetti che riguardano tutti questi servizi devono essere integrati con le azioni prescritte nei piani socio assistenziali regionali.

Art. 5 – Innovazione e sperimentazione di servizi socio-educativi per la prima infanzia:

L’articolo 5 propone due tipi di servizio per il raggiungimento degli obiettivi prefissati dall’art. 3, 1° comma, lettera b):

-         servizi di carattere educativo, ludico-culturali, e di aggregazione sociale dirette a bambini da 0 a 3 anni con la presenza di genitori, familiari o adulti;

-         servizi di carattere educativo, ludico e di assistenza diretti a bambini da 18 a 36 mesi.

Questi servizi che non sono sostitutivi dell’asilo nido, “possono essere anche autoorganizzati dalle famiglie, dalle associazioni e dai gruppi”.

Art. 6 Servizi ricreativi ed educativi per il tempo libero

L’art. 6 cita i servizi ricreativi ed educativi per il tempo libero. Tali servizi devono essere gestiti da operatori educativi con specifica competenza professionale.

Gli adolescenti devono partecipare a livello propositivo, decisionale e gestionale ad esperienze aggregative.

Obiettivo di questi servizi è ribadire la centralità del gioco, soprattutto, di gruppo, che permetta il confronto con i propri coetanei.

La carenza del gioco, infatti, è una delle componenti significative che compongono il quadro dei problemi e delle deprivazioni di soggetti definiti “a rischio”.

Si può promuovere l’apertura di ludoteche, di centri ricreativi, di spazi pubblici per il gioco.

Art. 7 Azioni positive per la promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

 

Il presente articolo prevede:

1) Attuazione di interventi che facilitano l’uso del     tempo e degli spazi urbani e naturali.

2)  Promozione dei diritti dei minori.

3) Partecipazione dei ragazzi alla vita della comunità locale, anche favorendo la nascita di organismi di tipo amministrativo, facendo intervenire in questo ambito anche la scuola.

Art. 8 – Servizi di informazione, promozione, consulenza, monitoraggio e supporto tecnico

Il dipartimento degli Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, per tenere una banca dati di tutti i progetti realizzati in favore dell’infanzia e dell’adolescenza, per favorire la diffusione delle conoscenze e la qualità degli interventi si avvale del “Centro Nazionale di Documentazione e Analisi per l’Infanzia”.

Detto centro, oltre a quanto previsto nella legge 285 svolge - anche convenzionandosi con strutture pubbliche o private - i seguenti compiti:

-         analizza le condizioni dell’infanzia, compresi i minori provenienti da altri Stati;

-         predispone lo schema di relazione biennale che l’Osservatorio deve preparare sulla condizione dell’infanzia in Italia e sull’attuazione dei relativi diritti;

-         formula proposte per la realizzazione di progetti pilota;

-         garantisce raccordo scientifico con il Centro internazionale di studi e ricerche per l’assistenza all’infanzia dell’UNICEF.

ART. 9 Valutazione dell’efficacia della spesa

Le Regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, entro il 30 giugno di ogni anno devono presentare al Ministro per la solidarietà sociale una relazione riguardante lo stato di attuazione, di efficacia, l’impatto sui i minori e sulla società della legge.

I fondi, che, entro due anni dalla data di entrata in vigore della legge, non vengono destinati per la realizzazione degli interventi, saranno ridestinati tra le altre regioni e Province autonome di Trento e Bolzano.

Il Ministro per la Solidarietà sociale, al fine di garantire la tempestiva attuazione degli interventi, provvede alla definizione delle funzioni delle Prefetture le quali sostengono ed assistono i comuni facenti parte gli ambiti territoriali.

Art. 10 Relazione al Parlamento

Il Ministro per la solidarietà sociale, entro il 30 settembre di ciascun anno, trasmette al Parlamento una relazione sullo stato di attuazione a livello nazionale della presente legge.

Art. 11 Conferenza Nazionale sull’infanzia e sulla adolescenza e statistiche ufficiali sull’infanzia

A seguito delle statistiche svolte dall’ISTAT “sulla qualità della vita dell’infanzia e dell’adolescenza nell’ambito della famiglia, della scuola e, in genere, della società”, almeno ogni tre anni, il Ministro per la Solidarietà sociale convoca la Conferenza Nazionale sull’Infanzia e sull’Adolescenza.

Art. 12 Rifinanziamento della legge 19 luglio 1991, n. 216

L’articolo 12 prevede il rifinanziamento della legge 216/91, ma alla data odierna non risulta essere più rifinanziata.

Art. 13 Copertura finanziaria

Prevede la copertura finanziaria per il sostegno di tutti i progetti.

 

ATTUAZIONE DELLA LEGGE 285/97

IN SICILIA E NELL’AREA NEBROIDEA

 

La gestione del Fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza spetta alle Regioni, le quali dopo aver ricevuto dallo Stato il fondo, ripartito secondo i criteri citati nell’art. 1 della legge 285/97, provvede alla gestione e distribuzione agli Enti Locali per l’attuazione dei progetti.

La Regione Sicilia il 2 aprile 1998 ha convocato una conferenza di servizi a livello regionale per rendere note le modalità di attuazione della legge 285/97 in Sicilia e definire le finalità che volevano perseguire.

 Alla Conferenza hanno partecipato oltre ai rappresentanti delle Province Regionali, i rappresentanti dei comuni riservatari di Catania e Palermo e un rappresentante dell’ANCI.

A seguito di tale conferenza, l’Assessore Regionale agli Enti Locali - delegato dal Presidente della Regione ai servizi sociali - con D.A. n. 977 del 30 aprile 1998 ha impartito le direttive per l’attuazione della legge:

a)          ha approvato le prime linee di indirizzo con individuazione degli artt. 4, 5, 6 e 7 della legge 285/97 con particolare attenzione alle priorità di intervento, ai criteri per la ripartizione dei fondi disponibili, alle metodologie di lavoro con riguardo al carattere d’innovazione e sperimentazione dei progetti;

b)         ha individuato le Province Regionali, quali ambiti territoriali di intervento - ad esclusione dei comuni di Catania e Palermo - con compiti di promozione, coordinamento e di supporto nei confronti dei comuni ricompresi in ciascun ambito, con riguardo alla costituzione di forme associative tra i medesimi Enti Locali ecc.;

c)          ha fissato il termine utile per l’approvazione dei piani territoriali d’intervento;

d)         ha disposto il coinvolgimento - con priorità - delle ONLUS, che hanno partecipato alla progettazione delle attività, nella successiva fase di attuazione;

e)          ha fatto obbligo alle città riservatarie di Palermo e di Catania di adeguare i propri piani di intervento alle linee di indirizzo regionali  subordinandone l’attuazione alla preventiva autorizzazione da parte degli uffici regionali;

f)           ha dato facoltà alle province regionali di attendere ai superiori compiti e di compiere l’esame preliminare dei progetti con il supporto di appositi comitati tecnici costituiti dai rappresentanti delle Province, dei Comuni associati, delle ASL, del Provveditorato agli Studi, del Centro Giustizia Minorile, degli organismi pubblici e privati operanti nel settore giovanile.

L’Assessore Regionale agli Enti Locali con Decreto 27 novembre 1998 ha approvato e finanziato il piano territoriale di intervento della Provincia Regionale di Messina in favore dell’infanzia e l’adolescenza per complessive £. 9.494.741.104 per il triennio 1997/1999.

Particolare attenzione vorrei dare alla ripartizione dei fondi per i piani territoriali nell’area nebroidea (argomentazione che verrà più avanti trattata con maggior cura)

 

 

 

TAV. 4 - SCHEDA RIEPILOGATIVA PROGETTI E FINANZIAMENTI

 

COMUNE

PROGETTO

TOTALE FINANZIAMENTO

PATTI

PROGETTO  PROMOZ DIRITTI E OPPORTUNITA'

191.950.669

 

INFANZIA E ADOLESCENZA

 

MONTAGNAREALE

idem

22.558.594

PIRAINO

idem

50.790.606

GIOIOSA MAREA

idem

97.123.527

LIBRIZZI

idem

28.164.472

S.PIERO PATTI

idem

52.073.880

S.SALVATORE F.LIA

Centri riecr, estivo formaz./ scuola genitori

24.247.111

CAPO D'ORLANDO

Progetto "Amico"

180.671.372

CAPRILEONE

idem

64.771.531

NASO

idem

63.961.043

FICARRA

idem

24.584.815

SINAGRA

idem

50.182.740

S.ANGELO DI BROLO

idem - educaz. Legalità- stradale- sport

57.139.432

BROLO

Prog. "Amico" - Lab. Informat./ Giornalino

84.493.416

CASTELL'UMBERTO

Progetto "Amico"

58.827.950

MIRTO

Prog. "Giocare per Crescere"

14.318.628

FRAZZANO'

Centro riecr. estivo formaz./scuola genitori

17.155.338

TORTORICI

Piano integr. Prog. Centro Giochi

139.809.249

UCRIA

Idem c.s.- Prog. Infanzia e adolescenza

21.207.780

LONGI

Idem c.s.- Prog. Imparando nei laboratori

25.057.600

GALATI MAMERTINO

idem c.s. - Prog. Ludoteca centro gioco

36.944.763

FLORESTA

Piano integrato - ?

8.577.669

RACCUIA

Piano integrato - Prog. Arcobaleno

20.667.454

S.AGATA MILITELLO

Patto di collobarazione e coordinamento

180.266.128

S.STEFANO CAM.

idem

68.351.188

CARONIA

idem

55.113.211

ACQUEDOLCI

idem

81.251.462

SAN FRATELLO

idem

70.444.950

ALCARA LI FUSI

idem

37.012.304

MILITELLO ROSM.

idem

18.303.530

S.MARCO D'ALUNZIO

idem

32.959.862

TORRENOVA

idem

52.479.124

S.TEODORO

idem

22.761.216

CESARO'

idem

50.790.606

MISTRETTA

Trait d'union

83.885.549

CAPIZZI

idem

59.233.194

REITANO

idem

14.848.466

CASTEL DI LUCIO

idem

24.314.052

MOTTA D'AFFERMO

idem

13.373.059

PETTINEO

idem

24.044.489

TUSA

idem

39.308.697

 

 

 

PIANI DI INTERVENTO L. 285/97 – TRIENNIO 1997/1999 – AREA NEBROIDEA

 

Il territorio nebroideo si estende tra le province di Messina, Catania, ed Enna. I Nebrodi affiorano lungo la costa tirrenica, tra i Peloritani e le Madonie.

Importante è sottolineare il diffuso processo di progressivo acculturamento del territorio che ha portato, durante i secoli, da una trasformazione dei Nebrodi da paesaggio naturale in paesaggio culturale.

Gli arabi definirono i Nebrodi “un’isola nell’isola”: ricchi boschi suggestivi, ampi verdi pascoli d’alta quota, silenziosi laghi e torrenti fluenti contrastano con l’immagine più comune con una Sicilia arida e arsa dal sole.

Territorio, i Nebrodi, di ricchezza naturale e culturale che necessita, però, di interventi mirati ad uno sfruttamento positivo delle risorse umane, sociali, culturali.

      In questi ultimi anni è proprio mediante la L. 285/97 che i diversi comuni si impegnano a sviluppare, attraverso interventi innovativi, condizioni che consentono di promuovere positivamente i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e di assicurare ai cittadini di minore età, risorsa umana del presente indispensabile per la costruzione di un futuro migliore, quelle opportunità necessarie per un adeguato processo di sviluppo.

 

Per l’attuazione della L. 285/97, gli ambiti territoriali ricadenti nell’area nebroidea sono stati suddivisi come segue:

 

 

TAV. 5 - LEGGE 285/97 - SUDDIVISIONE AMBITI TERRITORIALI DEI NEBRODI

      COMUNI CAPOFILA

 

 

 

 

 

PATTI

CAPO D'ORLANDO

TORTORICI

S.AGATA MILITELLO

MISTRETTA

Montagnareale

Capri Leone

Ucria

S.Stefano di Camastra

Castel di Lucio

Piraino

Naso

Longi

Caronia

Motta d'Affermo

Gioiosa Marea

Brolo

Galati Mamertino

Acquedolci

Pettineo

Librizzi

Ficarra

Floresta

S.Fratello

Tusa

S.Piero Patti

Sinagra

Raccuia

Alcara Li Fusi

Reitano

S.Salvatore di F.

S.Angelo di Brolo

 

Militello Rosmarino

Capizzi

 

Castell'Umberto

 

S.Marco d'Alunzio

 

 

Mirto

 

Torrenova

 

 

Frazzanò

 

S.Teodoro

 

 

 

 

Cesarò

 

 

 

AMBITO TERRITORIALE DI TORTORICI

Vorrei inizialmente evidenziare l’ambito territoriale di Tortorici in quanto nell’area nebroidea è tra le realtà più a rischio.

Il comune di Tortorici costituisce un territorio fertile per l’insorgere di forme di criminalità mafiosa.

Dall’analisi del territorio svoltasi al fine di attuare gli interventi della 285/97 risulta che Tortorici appartiene alla tipologia “area rurale a declino demografico” con alto tasso di disoccupazione, e con attività prevalentemente agricola.

Gli abitanti di Tortorici hanno una collocazione fortemente decentrata (si parla di 64 frazioni) e in alcune frazioni o quartieri particolari del centro urbano (casette Romanò) si evidenziano:

-         nuclei a basso reddito;

-         basso livello di scolarità;

-         abbandono scolastico;

-         forma di disagio “sommerso”.

Questi elementi, ai quali si aggiunge la dislocazione dei plessi scolastici, non agevola la creazione di interventi e strategie unitarie in tutto il territorio, ma accompagna silenziosamente quel viaggio verso la devianza e l’emarginazione minorile.

Tra i piani di intervento previsti per il paese capofila è inserita la:

-         “LUDOTECA CENTRO - GIOCO” la cui realizzazione è stata affidata “all’Associazione socio-culturale “Il Dado Magico””.

-         Il Centro gioco è un servizio che unisce la possibilità di gioco e quella dell’incontro, assume una nuova “tipologia” di servizio con caratteristiche strumentali di apertura alla partecipazione ed alla gestione del suo progetto educativo da parte di genitori, anziani, volontari;

-         IL CENTRO MINORI, il cui scopo è quello di trovare un luogo “alternativo” alla casa del minore nella quale, spesso, non c’è uno spazio proprio del minore, è un ambiente di transito o di accoglienza diurna che interviene nella costruzione di percorsi personali di crescita mediante:

a) ATTIVITÀ SOCIO-EDUCATIVO ED ASSISTENZIALI i cui operatori (pedagogista, educatori) sono supportati dell’assistente sociale comunale e dello psicologo del consultorio familiare;

b) SUPPORTO INDIVIDUALIZZATO (domiciliare e territoriale) che prevede:

-         osservazione educativa mirata alla migliore comprensione del disagio del minore visto nel rapporto genitori-bambino e nella relazione con i coetanei;

-         attività educative e sociali strutturate al domicilio, all’interno del Centro e nelle strutture ricreative ed aggregative del territorio.

c) ATTIVITA’ RICREATIVE, AGGREGATIVE TERRITORIALI E DI “SPORTELLO”. Questo tipo di intervento si potrebbe strutturare come percorso per arrivare all’uso autorganizzato delle agenzie aggregative territoriali.

Lo scopo principale vorrebbe essere quello di proporre modalità di “uso” delle strade differenti da quelle verso cui si orienta il disagio adolescenziale.

Lo spazio dello “sportello” rappresenta il luogo di incontro personale con la figura dell’educatore.

 Comune di UCRIA: ha svolto le seguenti attività:

CENTRO RICREATIVO PER MINORI che svolge le seguenti attività:

a)      giochi organizzati;

b)      attività di animazione e sportive;

c)       formazione artistico-musicale extrascolastica annuale.

-         CENTRO AGGREGATIVO PER ADOLESCENTI  le cui attività previste sono:

a)      formazione artistico musicale extrascolastica;

b)      dibattiti informative su problematiche relative l’età preadolescenziale e adolescenziale preceduti da proiezioni a tema;

c)      sostegno all’eventuale formazione di associazioni di genitori;

d)      consulenza per genitori su temi educativi;

e)      educazione ambientale e di protezione civile;

f)        attività sportive e di tempo libero.

Comune di LONGI: ha  svolto il progetto “Imparando nei laboratori” che si è realizzato mediante:

a)         laboratorio di informatica, attraverso il quale i giovani acquisiranno nozioni di carattere teorico in particolare sono state utilizzate delle metodologie innovative facendo uso di CD volti allo sviluppo della creatività, della curiosità dei minori;

b)         laboratorio di lingua inglese, attraverso il quale i giovani sono stati stimolati ad accogliere la cultura, la lingua e le tradizioni dell’”Altro”;

c)         giornalino dei ragazzi, all’interno del quale sono stati trattati temi di vario genere (famiglia, ambiente ecc).

I laboratori hanno lo scopo di favorire l’incontro tra i giovani e il mondo del computer, della comunicazione della lingua inglese attraverso la carta stampata, perché attraverso iniziative adeguate approfondiscano la conoscenza del settore informatico e di una nuova lingua. I laboratori, sono, un momento di svago ma essenzialmente un momento in cui potranno essere stimolate la creatività e la capacità di entrare in relazione con gli altri, la creatività espressiva ed espositiva di ogni singolo partecipante al progetto.

Comune di GALATI MAMERTINO: ha realizzato la Ludoteca Centro-Gioco.

Comune di FLORESTA: è stato presentato il progetto “Ludoteca Centro-Gioco” ma non è stato realizzato.

Comune di RACCUJA: ha svolto il progetto ARCOBALENO che ha previsto la realizzazione di attività ricreativo-ludiche quali:

a) progetto cineforum, mediante proiezione di film scelti accuratamente da esperti (medici,insegnanti, assistente sociale ecc.) preceduta da una presentazione e seguiti da dibattiti sulle tematiche affrontate;

b) laboratorio di informatica, con lo scopo di avviare i bambini e gli adolescenti all’utilizzo e alla conoscenza del computer consentendo l’acquisizione di conoscenze specifiche; 

d)         corsi di affabulazione svolte mediante attività orientate al rispetto culturale di ogni bambino, alla sensibilità verso le diverse forme di disagio ed ai problemi personali di ogni singolo progetto, movendo anche dalla necessità effettiva che ognuno di loro incontra nel rapporto con l’altro.

 

AMBITO TERRITORIALE  DI CAPO D’ORLANDO

 

Il comune di CAPO D’ORLANDO (comune capofila) e i Comuni di Caprileone, Naso, Brolo, Ficarra, Sinagra, Sant’angelo di Brolo e Castell’Umberto hanno realizzato il “PROGETTO AMICO” prevedendo lo svolgimento delle seguenti attività ludico-didattiche:

a)         sostegno scolastico con segnalazione da parte delle scuole e dei servizi sociali; b) centro ascolto; c) attività ricreative; d) attività sportive; e) attività psicomotorie; f) assistenza domiciliare; g) progetto individualizzato; h) cineforum; i) laboratorio di scalpellino; l) laboratorio di ricamo; m) laboratorio di educazione stradale; n) laboratorio di educazione civica; o) corso di computer.  

Durante l’espletamento del progetto sono state realizzate recite, manifestazioni a tema che hanno coinvolto le famiglie dei ragazzi, disegno libero, canto e ballo, gare sportive e attività psicomotorie.

Attraverso le suindicate attività il progetto ha voluto creare momenti di scambi e di esperienza, motivare l’esperienza ludica come crescita e sviluppo della personalità del minore, rafforzare lo scambio adulto/minore nei contesti familiari, motivare il senso di autostima mediante il raggiungimento dell’autonomia e dell’autoorganizzazione.

Il Comune di MIRTO ha attuato il “Progetto Giocare per Crescere” con la realizzazione di:

a) attività ludico-ricreative preposti ad offrire, sia in attività singole, sia in attività di gruppo, opportunità di carattere ludico, espressivo ed educativo, volte a favorire lo sviluppo della fantasia, della socializzazione, della libera espressione di sè;

b)         proiezione di film dossier per contribuire alla crescita dei minori  “facendo informazione” e dando spunti per la riflessione, al fine di aiutare i minori a compiere scelte consapevoli e per conoscere la realtà che li circonda.

Il Comune di FRAZZANO’ ha realizzato il progetto:

a)      Centro Ricreativo Estivo di Formazione destinato agli alunni della scuola dell’obbligo con la seguente programmazione:

-         Educazione alla persona: basata sui principi della solidarietà;

-         Educazione ambientale: raggiungimento attraverso il potenziamento dei canali espressivi, della capacità di rappresentare in modo personale i contenuti dell’esperienza;

-         Educazione motoria: presa di coscienza del proprio corpo come espressione della personalità e come condizione relazionale comunicativa, espressiva ed operativa, mediante giochi di coordinazione ecc.

b)      Istituzione della Scuola dei Genitori, per potenziare la funzione educativa della famiglia, promuovendo nei genitori l’acquisizione di capacità e atteggiamenti adeguati ai nuovi problemi ai nuovi stili di famiglia ai nuovi stili di vita familiare. Abilitare i genitori ad assumere un ruolo genitoriale e non sostitutivo, di guida “autorevole”, evitando di essere autoritari o permissivi.

c)      Corso di nuoto con istruttore, riservato agli adolescenti.

 

AMBITO TERRITORIALE DI S.AGATA MILITELLO

 

Il Comune di SANT’AGATA MILITELLO (comune capofila) e i comuni di: Santo Stefano di Camastra, Caronia, Acquedolci, San Fratello, Militello Rosmarino, San Marco D’Alunzio, Torrenova, San Teodoro, Cesarò al fine di poter prevenire problematiche quali l’alcoolismo, l’abuso e spaccio di sostanze stupefacenti, gioco d’azzardo, dispersione scolastica, disagio familiare e sociale, povertà, emarginazione e microcriminalità hanno attuato il progetto pilota “ PATTO DI COLLABORAZIONE E COORDINAMENTO”.

Tale progetto ha previsto un programma di interventi su: a) territorio ed ambiente; b) aggregazione e tempo libero; c) famiglia e scuola; d) formazione lavoro.

Il presupposto principale dell’attuazione della legge 285/97 è quello di attuare interventi preventivi favorendo e rafforzando le risorse dei diversi contesti di attuazione. A tal fine, oltre alle attività delineate nel citato progetto pilota, il Comune di ALCARA LI FUSI, ha svolto attività di “Laboratorio artigianale di tessitura e ricamo” riscoprendo antiche tradizioni e valorizzando l’artigianato (uso del telaio, del filet, uso di materie prime per la lavorazione dei “pizzetti”).

IL Comune di S. STEFANO DI CAMASTRA, noto per la lavorazione della ceramica, ha svolto attività di “laboratorio di ceramica” valorizzando le tecniche di lavorazione della ceramica, dell’argilla, delle sue decorazioni, nonché l’utilizzo dei macchinari (torni, forni, ecc.) per consentire un eventuale inserimento nel mondo del lavoro artistico.

Il Comune di ACQUEDOLCI ha svolto attività di “laboratorio di carta pesta” mediante lezioni teoriche ed applicate, per la conoscenza dei materiali e dei relativi meccanismi, coinvolgendo operai specializzati (falegnami, elettricisti, fabbri, meccanici ecc.).

 

AMBITO TERRITORIALE DI MISTRETTA

 

Il Comune di MISTRETTA (comune capofila) e i comuni di Castel di Lucio, Motta d’Affermo, Pettineo, Tusa, Reitano e Capizzi hanno attuato il progetto “TRAIT D’UNION”.

Sono stati attuati i seguenti interventi:

a)           azioni socio-educative: laboratorio di informatica, laboratorio per la realizzazione di un giornalino, laboratorio cineforum, laboratorio per la scoperta dei sentieri antichi di Alesa;

b)          Azioni per il recupero di vecchi mestieri: laboratorio tessile, del legno, della ceramica e della pesca;

c)           Azioni ludiche ricreative: festa-spettacolo conclusiva delle fasi del progetto, mostra, campo scuola Mistretta.

 

AMBITO TERRITORIALE DI PATTI

Il comune di PATTI (comune capofila) e i comuni di Gioiosa Marea, Piraino, Librizzi, San Piero Patti e Montagnareale hanno realizzato il “progetto promozione dei diritti e delle opportunità dell’infanzia e dell’adolescenza”.

Nel progetto sono stati previsti i seguenti interventi:

a)      colonia estiva;

b)      laboratorio di ricamo;

c)      laboratori di : orienteering, educazione alla salute ed alimentare, educazione alla legalità ed ambientale, laboratorio fotografico, attività sportive ed artistiche, scoutismo, giornalino ed informatica;

d)      campo scuola.

Il Comune di S. SALVATORE DI FITALIA ha realizzato due diversi interventi:

a)      centro ricreativo estivo di formazione;

b)      scuola dei genitori.

In conclusione sembra necessario puntualizzare la positività della attuazione della legge 285/97 nell’area nebroidea, in quanto, calandosi nelle diverse realtà sociali, culturali dei diversi comuni, cercando il più possibile di rispondere alle esigenze del territorio, ha dato l’input ad un’opera di prevenzione delle problematiche caratterizzanti il pianeta minorile, mobilitando Enti Locali, operatori del territorio, terzo settore, famiglie, adulti.

Certamente sono state tante le difficoltà affrontate, e tante altre sono quelle da affrontare in particolar modo perché, almeno nel territorio nebroideo, è stata l’unica  (o comunque tra le poche) legge che ha saputo interagire ed integrarsi con l’ambiente, rafforzando ma anche supportando le risorse che ogni singolo individuo porta con sé e che, a volte, vuoi per mancanza di iniziative, vuoi per incapacità da parte delle agenzie educative con i quali interagisce, vuoi per la “cultura” del contesto in cui vive, vengono tenute nascoste, come uno scrigno in fondo al mare.

Di seguito sarà inserita una tavola riportante la popolazione minorile nei diversi ambiti territoriali ricadenti nell’area nebroidea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TAV. 6 - LEGGE 285/97 - DATI PRESENZA NUMERO MINORI

 

 

 

 

 

 

COMUNE

MINORI

COMUNE

MINORI

COMUNE

MINORI

PATTI

282

CAPO D'ORLANDO

2.675

TORTORICI

2.070

Montagnareale

334

Caprileone

959

Ucria

314

Piraino

752

Naso

947

Longi

371

Gioiosa Marea

1.438

Ficarra

364

Galati Mamertino

547

Librizzi

417

Sinagra

743

Floresta

127

S.Piero Patti

771

S.Angelo di Brolo

846

Raccuja

306

S.Salvatore F.lia

359

Castell'Umberto

871

 

 

 

 

Mirto

212

 

 

 

 

Frazzanò

254

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COMUNE

MINORI

COMUNE

MINORI

 

 

S.AGATA M.LLO

2.669

MISTRETTA

1242

 

 

S.Stefano di Cam.

1.012

Reitano

208

 

 

Caronia

816

Castel di Lucio

360

 

 

Acquedolci

1.203

Motta d'Affermo

198

 

 

San Fratello

1.043

Pettineo

356

 

 

Alcara Li Fusi

548

Capizzi

877

 

 

Militello Rosmarino

271

Tusa

582

 

 

S.Marco d'Alunzio

488

 

 

 

 

Torrenova

777

 

 

 

 

S.Teodoro

337

 

 

 

 

Cesarò

752

 

 

 

 

 

 

 

PON

 

Il Programma Operativo Nazionale “La Scuola per lo sviluppo” è un programma integrato. Utilizza due fondi strutturali: Fondo Sociale Europeo e Fondo Europeo di Sviluppo Regionale.

Questi fondi strutturali, sono degli strumenti di cui dispone l’Unione Europea per favorire l’integrazione delle zone considerate in ritardo di sviluppo economico e sociale.

L’Unione Europea ha adottato i regolamenti che disciplinano le azioni a finalità strutturale.

Il Programma Operativo per la scuola propone linee strategiche fra le quali:

a)      prevenzione della dispersione scolastica:

-         interventi specifici e graduati, anche attraverso percorsi aggiuntivi;

-         attività di raccordo con le famiglie;

-         offerta di interventi diretti ai genitori nelle aree di particolare rischio;

b)      recupero scolastico di “drop-out” dell’obbligo scolastico e formativo:

-         promozione di moduli didattici per promuovere l’inclusione sociale e il rientro in formazione;

-         iniziative per il recupero di giovani a rischio di criminalità giovanile.

Per accedere ai relativi finanziamenti gli Istituti Scolastici devono presentare dei progetti, previa puntuale rilevazione dei bisogni ai quali si intende rispondere con proposte mirate.

Per le attività mirate a combattere la dispersione scolastica, si necessita di una preventiva e attenta valutazione dell’andamento del fenomeno non solo all’interno dell’istituto ma anche nelle altre scuole esistenti sul territorio.

Qui di seguito, prenderò in considerazione due diversi progetti di cui uno, presentato dagli Istituti comprensivi di Sant’Agata (Istituto comprensivo “Marconi” e Istituto comprensivo “Cesareo”) e Torrenova  e fra l’altro finanziato, ed un altro, che merita una considerevole attenzione, presentato dall’Istituto comprensivo di Acquedolci, che, però, non è stato finanziato. Sembra spontaneo chiedersi quale significato possa avere quel “però”.Intanto, l’istituto di Acquedolci opera, anche, con i ragazzi che sono affidati dal Tribunale dei minorenni all’Istituto “B.V.Assunta” - Giuseppini del Murialdo, quindi con ragazzi a rischio.

Il notevole disagio di questi ragazzi è vissuto, anche all’interno della scuola, nelle relazioni con i coetanei con gli insegnanti e, principalmente, con la “struttura scuola”.

La scuola, il cui fine, soprattutto per i ragazzi a rischio è quello di dare gli strumenti per poter completare l’obbligo scolastico con successo e di orientare il ragazzo nell’ambito lavorativo, ha bisogno di supporti, anche economici.

Per l’Istituto Comprensivo di Acquedolci, questo supporto è necessario, in quanto pur impegnandosi per raggiungere le mete prefissate, ha bisogno di un “potenziamento” della sua opera, che in un contesto che accomuna ragazzi di diverse zone (Capizzi, Caronia, Tusa ecc.), potrebbe essere, diremmo, “fruttuoso”.

L’Istituto comprensivo Marconi di S.Agata Militello, il cui Dirigente Scolastico è il Prof. Michele Ferraro,  consorziato con l’Istituto Comprensivo Cesareo sempre di S.Agata Militello e l’Istituto Comprensivo di Torrenova hanno attuato il progetto  “LE RADICI E LE ALI”.

Hanno partecipato al progetto n. 45 alunni suddivisi in tre moduli da 15 ciascuno per ogni Istituto Comprensivo consorziato.

Lo scopo di questo progetto era di intervenire contro la marginalità socio-economico-culturale degli alunni, contro i fenomeni di devianza sociale e criminalità e, principalmente contro la dispersione e la demotivazione scolastica, mediante la personalizzazione dei curricoli, favorendo l’autorientamento, qualificando i bisogni educativo-didattici e psicosociali dell’utenza, al fine di accogliere e riconoscere socialmente la persona nella propria integrità, scoprire e valorizzare le attitudini di ciascun alunno attraverso curricoli basati sui processi quali fare-pensare, progettare-eseguire e acquisire competenze, promuovere l’autostima ed il conseguente benessere psico-fisico, nonché orientare gli alunni nel mondo degli adulti.

Presenterò qui di seguito un altro progetto, non finanziato, dell’Istituto comprensivo di Acquedolci, il cui Dirigente Scolastico è la dott.ssa Rosalia Lanza.

Intanto, è bene dare dei dati sulla popolazione dell’Istituto.

Per l’anno scolastico 2000-2001 la scuola elementare ha ospitato 363 allievi di cui 210 maschi e 153 femmine, mentre la scuola media ne ha ospitato 256, di cui 131 maschi e 153 femmine. I docenti dell’Istituto sono 83.

La situazione del contesto è la seguente:

-Allievi di età superiore all’età scolare ………3%

-Allievi portatori di handicap………………….n.30

-Presenza di allievi nomadi……………………..n./

-Presenza di allievi extracomunitari……………n.26

-Pendolarismo degli allievi……………………..%…

-Ricoverati nelle case-famiglia e istit. relig……n.19

Le motivazioni dell’intervento sono i seguenti (volendo citare quanto definito nel progetto presentato): ”L’Istituto Comprensivo di Acquedolci è situato in un contesto socio-economico medio basso dove prevale l’attività agricola, artigianale e di piccola impresa. Le famiglie, in linea di massima, sono sufficientemente alfabetizzate, ma poco sensibili agli aspetti didattico-educativi relativi alla formazione della persona. Sono presenti inoltre alcune situazioni di deprivazione socio-economico-culturale e di violenza psicologica e fisica sui minori. Numerosi sono gli alunni portatori di handicap e provenienti da Comuni viciniori. Infatti ad Acquedolci sono presenti Istituzioni Assistenziali, case famiglia ed istituti regilgiosi che ospitano diversi soggetti bisognosi di interventi di recupero. La realtà scolastica di Acquedolci registra anche una numerosa presenza di alunni extracomunitari i quali vivono il disagio di chi si trova in un ambiente naturale e sociale assai diverso da quello di provenienza con relativa difficoltà di comunicazione ed integrazione”.

Al fine di poter:

-prevenire la dispersione;

-costruire una rete positiva di rapporti:

-acquisire una preparazione di base valida per una educazione permanente;

-sviluppare la coscienza-conoscenza di sé;

-promuovere l’acquisizione di abilità di base;

-usare il territorio come campo dell’esistenza umana e dello svolgersi della vita;

il progetto è stato così articolato:

Per gli alunni, in tre moduli con i seguenti percorsi:

§         espressivo (laboratorio di ceramica e cartapesta);

§         ambientale (laboratorio di giardinaggio);

§         tecnologico (laboratorio multimediale).

Per i genitori, in un modulo con i seguenti percorsi:

§         formativo (incontri con gli esperti);

§         operativo (interventi sul processo).

Per i docenti, in un modulo con i seguenti percorsi:

§         formativo ( incontro con gli esperti);

§         valutativo (azioni di monitoraggio e valutazione).

In conclusione, con la presentazione di questi due diversi progetti vorrei sottolineare l’incidenza e l’importanza del lavoro scolastico, che oltre quello di far acquisire potenzialità di base, dovrebbe aprire la strada per il futuro.

E’ all’interno della scuola che ci si accorge di possibili condizioni di disagio e mediante il decondizionamento, supportata dalle altre agenzie del territorio, essa deve, in molti casi, “rappresentare” le figure parentali, in particolar modo per quei bambini e ragazzi che vivono situazioni di disagio.

 

GLI ISTITUTI DI PREVENZIONE

 

Sembra, quasi azzardato il titolo del paragrafo “Gli istituti di prevenzione” perché, in realtà nell’area nebroidea c’è soltanto un istituto che accoglie ed opera con i ragazzi con disagio familiare e quindi a rischio:

l’Istituto “B.V.Assunta” della Congregazione dei Giuseppini del Murialdo  che ha sede ad Acquedolci.

I ragazzi vengono segnalati ed affidati all’istituto dall’assistente sociale comunale o comunque dal comune, dagli operatori (psicologo, assistente sociale) dell’ASL e dal tribunale per i minorenni. Le spese per il sostentamento di questi ragazzi sono sostenute dal Comune di provenienza.

La maggior parte dei ragazzi ospitati nell’istituto sono stati affidati dal Tribunale per i Minorenni.

Lo scopo principale dell’istituto è di prevenire il disagio giovanile. I più piccoli (0-8 anni) vengono ospitati nelle case-famiglia costituite da famiglie che, in collaborazione con l’istituto, danno al bambino la possibilità di poter vivere un’esperienza familiare basata sulla stabilità e sull’affetto. In mancanza di case-famiglia, i bambini sono inseriti in un gruppo-famiglia. Questo gruppo è affidato ad una giovane donna che svolge il ruolo di madre. Dagli otto anni, se non è possibile ospitarli in case-famiglia, i ragazzi vengono accolti nella Comunità-alloggio presso l’istituto.

Per i ragazzi, che hanno già compiuto i diciotto anni, e che fino a quell’età sono stati ospitati nell’Istituto, si prevede un inserimento nel mondo del lavoro, quindi la possibilità di poter essere indipendenti al fine di poter prevenire, anche, l’aspetto “recidivo” del disagio.

Attualmente l’istituto ospita:

-         15 ragazzi nella comunità alloggio;

-         8 ragazzi ospitati in due case-famiglia ed in gruppo-famiglia;

I ragazzi che hanno raggiunto la maggiore età vivono in tre appartamenti autonomi.

L’Istituto svolge attività di sostegno scolastico personalizzato, attività sportive ricreative, attività di laboratorio.

Questi ragazzi partecipano alle iniziative del contesto in cui vivono, hanno la possibilità di poter uscire anche da soli.

Anche se vivono quello stato di disagio personale e sociale, questo gruppo di ragazzi si è ben inserito nell’ambiente di Acquedolci che li ha sempre accolti con affetto e che ha anche supportato i Padri Giuseppini nella loro opera, vigilando su loro, e comunicando, quando necessario, possibili atteggiamenti preoccupanti.

 

Vorrei innanzi tutto denunciare la mancanza di servizi nell’area nebroidea.

Anche se la scuola, i consultori familiari, gli enti locali mediante l’assistente sociale (quando c’è) e la legge 285/97, si impegnano notevolmente per prevenire il disagio, che se non preso in tempo potrebbe portare alla devianza, in realtà mancano quelle strutture, quegli istituti che dovrebbero operare con il ragazzo deviante e che dovrebbero dar loro la possibilità e gli strumenti per potersi costruire un futuro “degno di essere vissuto”.

 

 

IL CONSULTORIO FAMILARE

 

 

Vorrei fare un cenno sui Consultori Familiari e sull’assistente sociale che opera, anche, in ambito comunale.

Il Ministero della Sanità, al fine di tutelare i minori e le donne, ha previsto l’erogazione di alcuni servizi, tra i quali il Consultorio Familiare, la cui opera, oltre che di garantirne le cure, è quella di prevenzione.

Nel Rapporto 1997 si è evidenziato che, se è vero che in questi ultimi anni si è reso evidente una molteplicità di nuovi bisogni sociali, a questo mutamento, anche della struttura familiare, corrisponde un più attento interesse da parte del legislatore, al fine di garantirne un processo di crescita, individuale e familiare, ”armonioso”. Sembra “non più rinviabile la scelta di organizzare interventi sistematici di educazione familiare” che dovrebbero inserirsi in una “rete di iniziative” svolte dal consorzio di diverse istituzioni (ASL, scuola, Enti locali, ecc.).

La legge n.34/96 prevede un consultorio familiare ogni 20.000 abitanti.

Per lo svolgimento delle sue funzioni, il Consultorio si avvale, di norma, delle seguenti figure:

-         ginecologo, pediatra, psicologo;

-         ostetrica, assistente sociale, assistente sanitario, infermiere pediatrico ( vigilatrice d’infanzia), infermiere professionale.

Dovrebbe essere previsto, in qualità di consulenti, il sociologo, il legale, il mediatore linguistico-culturale, il neuropsichiatra infantile, l’andrologo e il genetista presenti nella ASL a disposizione dei singoli consultori.

Il Consultorio Familiare deve essere facilmente raggiungibile, dovrebbe essere in sede limitrofa ai servizi socio-assistenziali del territorio,dovrebbe  rispettare l’edilizia sanitaria e le esigenze particolari di bambini e adolescenti, e dell’utenza di ogni età.

Nella Regione Sicilia il Consultorio Familiare viene istituito con la legge n.21 del 24 luglio 1978 ma è del 1986 la legge per il Riordino dei servizi e delle attività socio-assistenziali in Sicilia” ( legge 9 maggio 1986 n.22).

Il consultorio familiare ha sempre svolto un lavoro rilevante, anche se non sempre è stato considerato dalle famiglie come “un’istituzione” di supporto.

Lo psicologo che opera all’interno del consultorio familiare, ha dovuto lottare con l’idea negativa che ha assunto nel tempo. Per un genitore ricorrere all’aiuto dello psicologo era “una vergogna”, come se il figlio portasse metaforicamente la “lettera scarlatta”. E’ da qualche anno, vista anche l’attenzione dei legislatori, che la salute mentale ha riscosso un posto in prima fila; e quel mens sana in corpore sano ha assunto nuovamente importanza.

In questo senso da parte della famiglia si è rilevata un’apertura, dettata, anche, da quei limiti che essa stessa si accorge di avere.

L’assistente sociale comunale assume una posizione importante nei centri in cui opera. Il suo compito è quello di ricercare, individuare, registrare stati di disagio nel territorio in cui opera ed, infine, di intervenire.

Nel territorio nebroideo questa figura in molti Comuni manca. Questo a testimonianza anche del disinteresse degli amministratori verso le problematiche sociali.

 

CONCLUSIONI

 

La ricerca svolta precedentemente alla stesura del presente lavoro è stata di notevole importanza, in quanto mi è stato possibile studiare, anche, la struttura delle diverse istituzioni che si occupano della prevenzione della devianza.

Un notevole contributo mi è stato dato dalla dr.ssa Rosaria Lucia Natoli, assistente sociale presso l’Ufficio Servizi Sociali Minorenni del Tribunale per i Minori di Messina, dagli assistenti sociali comunali, dagli operatori dei diversi consultori familiari, dalla dr.ssa Rosalia Lanza, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Acquedolci, dalla Prof. Elena Franzone dell’Istituto comprensivo Marconi di S.Agata Militello, da Padre Gioacchino Cusimano dell’Istituto “B. V. Assunta” della Congregazione dei Giuseppini del Murialdo di Acquedolci nonché di tutti gli operatori che hanno lavorato al fine di attuare la legge 285/97 nel territorio nebroideo.

Lungo il percorso, ho riscontrato delle difficoltà, in quanto alcuni tra gli operatori dei consultori familiari si sono dimostrati poco disponibili alla collaborazione.

Questo è un dato che vorrei puntualizzare in quanto le istituzioni che si mobilitano alla prevenzione e i suoi operatori dovrebbero “aprirsi” di più, perché è nella collaborazione che molte delle problematiche educative e preventive possono risolversi e vedersi sotto diverse ottiche.

E’ vero, in questi ultimi anni le istituzioni del territorio nebroideo hanno mostrato un meritevole interesse verso il minore, in particolare, verso il minore a rischio.

Le diverse attività svolte, ad esempio, a seguito della legge 285/97, sono state considerevolmente incidenti, intanto perché sono state ben accolte dai minori, ai quali la legge era destinata, e poi perché, mediante la sua attuazione gli amministratori degli Enti Locali (alcuni dei quali spesso si sono dimostrati disinteressati), in particolare nei confronti del pianeta infanzia, sono stati stimolati a mobilitarsi.

La realtà nebroidea risulta diversificata nel suo interno.

Anche se le attività del territorio, sono prevalentemente agricole, in questi ultimi anni si sono registrate diverse modificazioni (in alcuni contesti più incisive, in altri no) e una certa “modernizzazione”.

Il territorio è ricco di antiche tradizioni che vanno preservate dall’avvento del progresso.

E nell’attuazione della legge 285/97 nel territorio nebroideo, queste ricchezze sono state ben accolte, sono state lo strumento mediante il quale prevenire quello stato di disagio che domina la scena che spesso è sottovalutata.

Nel corso del lavoro ho più volte evidenziato che negli ultimi anni il legislatore, i diversi ministeri, hanno trattato con molto riguardo il pianeta infanzia, ma secondo me, si dovrebbe fare in modo che nulla resti sulla carta, ma che si metta in atto quanto previsto, e che si intensifichi l’opera di sensibilizzazione e coscientizzazione, in modo che le diverse istituzioni operino di più e “sprechino” anche una minima parte del loro tempo verso una realtà assai dibattuta, ma,  spesso, messa in secondo piano.

E, visti i limiti e le mancanze pervenute nel corso dello studio nell’ambito nebroideo, non mi resta che lasciare aperta questa tematica, sulla quale tanto si parla ma poco si “fa”.

APPENDICE NORMATIVA

LEGGE 5 aprile 2001, n. 154 “Misure contro la violenza nelle relazioni familiari”

LEGGE 23 dicembre 2000, n. 388 “Finanziaria 2001”

LEGGE 8 novembre 2000, n. 328 “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”

D.P.R. 13 giugno 2000 “Approvazione del piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva per il biennio 2000/2001”

LEGGE 25 maggio 2000, n. 148 “Ratifica ed esecuzione della Convenzione 182 relativa alla proibizione delle forme peggiori di lavoro minorile e all’azione immediata per la loro eliminazione, nonché della Raccomandazione n. 190 sullo stesso argomento, adottate dalla Conferenza dell’OIL durante la sua ottantesima sessione tenutasi a Ginevra il 17.6.1999”

DECRETO MINISTERO DELLA SANITA’ 24 aprile 2000 “Adozione del progetto obiettivo materno-infantile relativo al “piano sanitario nazionale per il triennio 1998/2000”

DECRETO 3 marzo 2000, n. 206 “Regolamento recante norme attuative dell’art. 9, comma 2, della legge 285/97 recante: “disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza””

DECRETO leg.vo 4 agosto 1999, N. 345 “ Attuazione della direttiva 94/33/CE relativa alla protezione dei giovani sul lavoro”

LEGGE 18 febbraio 1999, n. 45 “Disposizioni per il Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga e in materia di personale dei Servizi per le tossicodipendenze”

LEGGE 31 dicembre 1998, n. 476 “Modifica della legge 184/83 e ratifica della Convenzione dell’Aja del 1993”

LEGGE 3 agosto 1998, n. 269 “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù”

LEGGE 23 dicembre 1997, n. 451 “Istituzione della Commissione Parlamentare per l’Infanzia e dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia”

LEGGE 28 agosto 1997, n. 285 “Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”

LEGGE 14 febbraio 1996, n. 66 “Norme contro la violenza sessuale”

D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 “Testo Unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”

LEGGE 19 luglio 1991, n. 216 “Primi interventi in favore dei minori soggetti a rischio di coinvolgimento in attività criminose”

LEGGE 12 luglio 1991, n. 203 “Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon adattamento delle attività amministrative”

LEGGE 27 maggio 1991, n. 176 “Ratifica della Convenzione sui diritti del fanciullo fatta a New York del 20 novembre 1989”

D.P.R.  22 settembre 1988, n. 448 “Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni”

LEGGE 4 maggio 1983, n. 184 “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”

LEGGE Regione Sicilia 9 maggio 1986, n. 22 “Riordino dei servizi e delle attività socio-assistenziali in Sicilia”

LEGGE Regione Sicilia 24 luglio 1978, n. 21Istituzione dei consultori familiari in Sicilia”

DECRETO ASS.TO EE.LL n. 977 del 30 aprile 1998 “Linee guida per l’attuazione della legge 285/97 in Sicilia”

DECRETO ASS.TO EE.LL. del 27 novembre 1998 “Approvazione e finanziamento del piano territoriale di intervento della provincia regionale di Messina in favore dell’infanzia e dell’adolescenza, ai sensi della L. n. 285/97”

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

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Berger P.L. - Berger B., "Sociologia – La dimensione sociale della vita quotidiana”, Il Mulino, Bologna, 1979

 

Bertin G.M., “Società in trasformazione vita educativa”, La Nuova Italia, Firenze, 1969

 

Bertolini P.,Caronia L., “Ragazzi difficili”, La Nuova Italia, Firenze, 1997

 

Bockelmann F. “Teoria della comunicazione di massa”, ERI,1975

 

Carugati F.-Selleri “Psicologia sociale dell’educazione” Il Mulino, Bologna, 1996 

 

Centro Nazionale di documentazione ed Analisi per l’infanzia e l’adolescenza:

§         “Il Calamaio e l’Arcobaleno” Orientamenti per progettare e costruire il piano territoriale della L. 285/97, Istituto degli Innocenti, Firenze, luglio 2000.

§         Quaderno n. 1, Pianeta Infanzia “Questioni e documenti”, Dossier monografico: “Violenze sessuali sulle bambine e sui bambini” Istituto degli Innocenti, Firenze, marzo 1998

§         Quaderno n. 2, “Dossier monografico”, Istituto degli Innocenti, Firenze, maggio 1998

§         Quaderno n. 4, dossier monografico “Figli di famiglie separate e ricostituite”, Istituto degli Innocenti, Firenze, luglio 1998

§         Quaderno n. 5, numero speciale INumeri” dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, Istituto degli Innocenti, Firenze, settembre 1998

§         Quaderno n. 6, Dossier di documenti, Istituto degli Innocenti, Firenze, dicembre 1998

§         Quaderno n. 7, dossier mono-grafico: “Minori e lavoro in Italia: questioni aperte”, Istituto degli Innocenti, Firenze, febbraio 1999

§         Quaderno n. 8, Dossier di documenti, Istituto degli Innocenti, Firenze, aprile 1999

§         Quaderno n. 9, dossier monografico: “I bambini e gli adolescenti fuori dalle famiglie. Indagine sulle strutture residenziali educativo-assistenziale in Italia”, Istituto degli Innocenti, Firenze, ottobre 1999

§         Quaderno n. 10, Numero speciale “Infanzia e adolescenza: raccolta delle leggi regionali aggiornata al 31.12.1999” Istituto degli Innocenti – Firenze

§         Quaderno n. 11, Dossier di documenti,  Istituto degli Innocenti, Firenze, novembre 1999

§         Quaderno n. 12, Dossier monografico “In strada con bambini e ragazzi” Istituto degli Innocenti, Firenze, dicembre 1999

§         Quaderno n. 13, “Indicatori europei dell’Infanzia e dell’adolescenza” Istituto degli Innocenti, Firenze, gennaio 2000

§         Quaderno n. 14, “Quindici città in “gioco” con la legge 285/97”,  Istituto degli Innocenti, Firenze, Febbraio 2000

§         Quaderno n. 15, “Tras–formazioni: Legge 285/97 e percorsi formativi”, Istituto degli Innocenti, Firenze, marzo 2000

§         Quaderno n. 16, “Adozioni internazionali -L’attuazione della nuova disciplina”, Istituto degli Innocenti, Firenze, maggio 2000

§         Quaderno 18, “I progetti del 2000 – lo stato di attuazione della legge 285/97”, Istituto degli Innocenti, Firenze, gennaio 2001

§         Quaderno n. 19, “Le violenze sessuali sui bambini – Lo stato di attuazione della legge 269/98”, Istituto degli Innocenti, Firenze, febbraio 2001

 

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1 Voce “Adattamento”, in Enciclopedia Garzanti di Filosofia, nuova edizione aggiornata ed ampliata, Garzanti Editore  S.p.a., 1993, p. 4.

2 Cfr.  LETTERIO SMERIGLIO, Ricerca psicologica e problematica educativa, Samperi, Messina, anno 1985,  pag. 35.

3 PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, DAS, Rapporto 1997 sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, Roma, 1997, p. 5 .

4 Cfr.PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTTRI, DAS, op. cit. p. 15.

5 Voce Winnicott, in Enciclopedia …, op. cit., p. 1220.

[1] Cfr.PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, op. cit. p. 9.

[2] Cfr.CONVENZIONE SUI DIRITTI DELL’INFANZIA DELL’ONU, NEW YORK 20 NOVEMBRE 1989, ratificata dallo Stato italiano con L. n. 176/91.

[3] Art.147 del Codice Civile.

[4] GIUSEPPE MASTROENI “ Giuseppe Capograssi – Tra filosofia del diritto e sociologia”,  Peloritana Editrice, Messina, 1983, pag. 19.

[5] Cfr. C.H. COOLEY “ L’oganizzazione Sociale”, Comunità Milano, 1977.

[6] Cfr. PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, op. cit., p. 96.

[7] ANNA LAURA ZANATTA,  “ Le nuove famiglie”, Il Mulino, Bologna, 1998, p. 7.

[8] M. MALAGOLI TOGLIATTI - A. COTUGNO, “ Psicodinamica delle relazioni familiari”, Il Mulino, Bologna, 1996, p. 14.

[9] Ibidem, p. 14.

[10] Ibidem, Glossario, p. 216.

16 PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, op. cit., p. 77.

17 MALAGODI TOGLIATTI – ROCCHIETTA TOFANI, “Famiglie Multiproblematiche”, NIS, Roma, 1987.

18 Cfr., ALDO GERANZANI, “Varcare la porta della loro stanza” in famiglia oggi n. 6/7 giugno-luglio 2000, www.sanpaolo.org

19 Cfr. PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, op. cit., p. 108.

20 PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, op. cit., p.96.

21 Cfr. LUIGI ROSSI, “Scuola e società-Elementi per una teoria della dispersione scolastica”, Gangemi Editore, Reggio Calabria, 1997, p.8.

22 F. CARUGATI – P. SELLERI, “Psicologia sociale dell’educazione”, Il Mulino, Bologna, 1996, p. 71.

23 LUIGI ROSSI, op. cit. p. 18.

24 Ibidem, p. 27.

25 Riportato da FANK BOCKELMAN, “Teoria della comunicazione di massa”, ERI, 1975, p. 15.

26 GIANNI STATERA, “Società e comunicazione di massa”, Palombo, Palermo, 1980, p. 124.

27 LETTERIO SMERIGLIO, op. cit. p. 64.

28 GIANNI STETERA, op. cit. p. 135.

29 GIOVANNI MARIA BERTIN, “Società in trasfrormazione e vita educativa”, La Nuova Italia, Firenze, 1969, p. 84.

30 PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, DAS, “In testa ai miei pensieri”, Roma, 1999, p. 128.

31 PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, DAS, op. cit., p. 129.

32 RUGGERO SIGNORETTI, “Devianza minorile: prevenzione e “cura”?”, www.serviziosociale.com

33 MARIA LUISA DE NATALE, “Devianza e pedagogia”, Editrice La Scuola, Brescia, 1998, p. 42.

34 MANGANO ANTONINO (a cura di), “Minori nel circuito penale”, Lacaita, Manduria, 1995, p. 9.

35 ANTONINO MANGANO - A.MICHELIN SALOMON (a cura di), “La devianza dei minori come problema educativo”, Lacaita, Manduria, 1996, p. 176.

36 Ibidem, op. cit., p. 9.

37 Ibidem, op. cit., p. 25.

38 Ibidem, op. cit., p. 84.

39 www.mbservice.it/Grilloparlante

40 Cfr. MARIA LUISA DE NATALE, op. cit., p. 52.

41 Riportato da REGOLIOSI LUIGI, “La prevenzione del disagio giovanile”, NIS, Roma, 1994, p. 26.

42 Ibidem, p.26.

43 GIUSEPPE MASTROENI, “Aggressività e homo sociologicus”, Armando Editore, Roma, 1997,  p.10.

44 LUIGI REGOLIOSI, op. cit., p. 28-29.

45 ALDO GERANZANI, op. cit.

46 Voce “disagio”, Dizionario di Scienze dell’Educazione- Università Pontificia Salesiana, ELLE DI CI – L.A.S. – S.E.I., Torino, 1997, p. 304.

47 LUIGI REGOLIOSI, op. cit., p. 20.

48 L. REGOLIOSI, op. cit., p. 21.

49 A. MANGANO – A. MICHELIN SALOMON, op. cit., p. 259.

50 PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, DAS, “Rapporto 1997 …”, Roma, p. 265.

51 L. REGOLIOSI, op. cit., p. 22.

52 PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, “Diritto di crescere e disagio – Rapporto 1996 sulla condizione dei minori in Italia”, Roma 1996, p. 354.

53 Cfr. P.BERTOLINI - L. CARONIA , “Ragazzi difficili”, La Nuova Italia, Scandicci, 1997, p. 17.

54 P. BERTOLINI – L. CARONIA, op. cit., p. 26.

55 Riportato da TAMAR PITCH, “La Devianza”, La Nuova Italia, Scandicci, 1977, p. 60

56 P. BERTOLINI- L. CARONIA, op. cit.,nota 5, p. 30.

57 A. MANGANO – A. MICHELIN SALOMON, op. cit., p. 127.

58 LUIGI REGOLIOSI, op. cit., p. 36.

59 PRESIDENZA CONSIGLIO DEI MINISTRI – DAS, “Rapporto 1996…”, op. cit.,   p. 353.

60 R. LARCAN, “Analisi del comportamento “deviante” secondo una prospettiva evolutivo-comportamentale”, in A. MANGANO- A. MICHELIN SALOMON, op. cit., p. 114.

61 L. ROSSI, op. cit., pp. 25-26.

62 Presidenza del Consiglio dei Ministri – DAS, “In testa …”, p. 136.

63  Ibidem, p. 103.

64 CENTRO NAZIONALE DI DOCUMENTAZIONE ED ANALISI PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA, “Figli di famiglie separate e ricostituite”, Quaderno 4, Roma, luglio 1998, p.19 e segg..

65 CENTRO NAZIONALE DI DOCUMENTAZIONE ED ANALISI PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA, “Dossier monografico: Violenze sessuali sulle bambine e sui bambini”, Quaderno 1, Roma, marzo 1998, p. 85.

66 CENTRO NAZIONALE DI DOCUMENTAZIONE ED ANALISI PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA, “Dossier monografico: Minori e lavoro in Italia: questioni aperte”, Quaderno 7, Roma, febbraio 1999, p. 46.

67  “www.minori.it”

68  PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI “Secondo rapporto ONU”, Roma, 1998, p. 109.

69 PUZZOLO P., “La devianza giovanile”, Samperi, Messina, 1991. p. 69.

70 DARIO BACCHINI “Bullismo in italia”in Famiglia oggi n. 6-7, giugno-luglio 2000,www.sanpaolo.org

71 LUIGI REGOLIOSI, op. cit., pag.37.

72  CENTRO NAZIONALE DI DOCUMENTAZIONE E ANALISI PER L’INFANZIA E L’ADOLESCENZA, “Relazione sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia”, Roma, Bozza 6 aprile 2001, p. 311.  

73 L. REGOLIOSI, op. cit., p. 52.

74 GAETANO DE LEO, “La devianza minorile”, NIS, Roma, 1992, pp. 135-136.

74 M.L. DE NATALE, op. cit., p. 103 e segg..

76 P. BERTOLINI – L. CARONIA, op. cit., p. 85.

77 M. L. DE NATALE, op. cit., p. 113.

78 P. BERTOLINI – L. CARONIA, op. cit., p. 92.

79 Ibidem, pp. 169-188.

80 MINISTERO AFFARI ESTERI, COMITATO INTERMINISTERIALE PER I DIRITTI UMANI, PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, “Secondo rapporto ONU del Governo Italiano – sulla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del Fanciullo, Roma, 1998, p. 266.

81 Ibidem, op. cit., p. 265