SUICIDIO

Breve excursus storico, rapporto con la morte e sintesi psicodinamica.
Infanzia, adolescenza e vecchiaia

MARCO LODI

Dalla rivista "ATTUALITA' in PSICOLOGIA", vol 6, n 4,1991, EUR editore




Parole chiave

:
Suicidio - tentato suicidio - melanconia
depressione nevrotica - morte - anziani suicidi
adolescenti suicidi - condanna religiosa del suicidio





Premessa e breve excursus storico

Il suicidio ci appare come l'azione più personale che un individuo possa compiere e che viene a configurarsi come una dura sfida al mondo che lo circonda. Ad un certo momento della sua storia l'uomo scoprì che oltre a poter uccidere i suoi simili e gli animali aveva la possibilitÓ di uccidere se stesso: da quel momento l'atteggiamento che egli ebbe nei confronti della morte e della vita non fu più lo stesso.Non si saprà mai quale fu tra gli uomini antichi colui che nella notte dei tempi comprese (ed eseguì) di poter porre fine alla sua vita di propria mano, ne le motivazioni che lo spinsero ad un gesto così definitivo, resta il fatto che il suicidio è presente da sempre nelle società e nella mitologia antica.

Nell'Egitto faraonico veniva "concesso" di suicidarsi al colpevole di alto rango che così sfuggiva ad una morte ignomignosa, la Regina Cleopatra si sottrae alla prigionia presso Ottaviano compiendo un suicidio rituale: facendosi mordere dall'aspide=ureo sacro, tramite divino, divinizza la sua persona ascendendo al Pantheon egiziano.

Nella mitologia nordica Wotan accoglie nel Walhalla soltanto coloro che sono morti violentemente: i guerrieri ed i suicidi, lui stesso suicida: Signore degli Impiccati viene chiamato dalla tradizione dell ' Havannah (pare essersi ucciso in questo modo). Altra tradizione lo vuole suicida (con la sua spada).

Presso i Maya Ixtab, "La Signora della corda" -veniva rappresentata appesa ad un capestro-, era la dea dei suicidi e questi andavano in un paradiso proprio in quanto erano considerati sacri.

La Grecia antica inizialmente pare avere un atteggiamento di ripulsa nei confronti dei suicidi ; i1 cadavere infatti veniva privato della mano destra e sepolta altrove, mentre il corpo veniva tumulato fuori dalle mura della polis; anche la radice semantica del termine suicidio = AUTOKTONIA mantiene un valore emozionale "forte": la morte di se è simile all'assassinio dei parenti.

D'altro canto tutte le dissertazioni antiche relative alla visione suicida sono improntate a profonda pacatezza ed equilibrio: il togliersi la vita è scelta personale anche se grave, ma in nessuna maniera tale gesto doveva essere un'offesa agli dei e l'impulso alla morte propria doveva essere nobile e glorioso: a Mileto il Senato si oppose ad una epidemia di suicidi di fanciulle e adolescenti perché ritenuti immotivati.

Per contro a Massilia se un cittadino riusciva a giustificare la sua scelta di morte gli veniva dato modo di eseguirla a spese dello stato.In tal modo il problema suicidio viene spostato di ottica: non più se farlo bensì come farlo e con la maggiore dignità possibile.

E' questa la concezione del suicidio che viene tramandata ai Romani i quali introdussero da eclettici quali erano, un contenuto emozionale al gesto suicida: uccidersi non è più male, non esiste alcun tabù relativo alla morte volontaria e questa diviene banco di prova del coraggio e della ''virtus" latina: lo seppuku giapponese nasce da una identica matrice ideologica.

La Bibbia nel Vecchio Testamento non da alcuna condanna del suicidio mentre condanna l'omicidio in Caino ed il sacrificio umano (seppur involontario) Jefte e ben quattro suicidi vengono riportati: Saul ed il suo scudiero, Sansone, Abimeloch e Achitofel.I1 Nuovo Testamento riporta il suicidio di Giuda Iscariote ma l'ottica è ambigua o quanto meno si presta ad una interpretazione opposta a quella data dai commentatori posteriori: il Gesto di Giuda viene visto come una catarsi che si esplica nel gesto definitivo alla ricerca di un riscatto al vero gesto, omicida: il tradimento di Cristo; sarà soltanto dopo il IV secolo d.C. che la Chiesa condannerà il suicidio.

E' la necessità di reagire agli eccessi di coloro che cercano il martirio e agli eccessi dei donatisti che costringeranno S. Agostino e successivamente gli altri Vescovi cristiani a stigmatizzare il suicidio come crimine in sé in quanto contrario al divieto divino di non uccidere: anzi chi si uccide è un duplice assassino in quanto uccisore di sé stesso e negatore del dono di Dio quale è la vita.

Nel 533 d.C. il Sinodo di Orleans decide di negare le esequie ai suicidi sottoposti a giudizio, quello di Praga nel 562 d.C. nega le esequie a tutti i suicidi e nel 693 a Toledo verrà presa la risoluzione di non seppellire più i suicidi in terreno consacrato e di scomunicare chi è vittima di se stesso e chi attenta c fallisce.

E' da tale momento che la morte datasi viene ad assumere quei contorni cupi ed angosciosi che ancor oggi ci turbano ed inquietano.

Il suicidio: definizioni

Nella lingua greca, come abbiamo visto non esiste se non in radice un termine relativo al suicidio ed ha un significato più ampio ed emotivamente molto pregnante; nella lingua latina vengono adoperati vari termini e circonlocuzioni: suicidarsi = sibi mortem (o necem) consiscere, oppure se interimere od ancora se ipsum vita privare (Cicerone) od in Seneca suicidio= mors voluntaria e meditare il suicidio = de consciscenda morte cogitare; nel Medioevo si faceva riferimento all'omicidio di sese (sui) homicida e sarà soltanto nel 1643 che in Germania viene usato per la prima volta il termine Selbslmord da parte dell'abate Darmkarwven deprivando il gesto di ogni istanza etica.Nel 1514 era stato adoperato dal 1 ' abate Murner il termine Sel morden ma è ancora un termine con pregnanza etica molto accentuata in quanto collega la morte da sé data in relazione teologica e quindi stigmatizzante l'autouccisione

Nel 1737 finalmente, l'abate Desfontaines scrivendo uno degli articoli per la Grande Enciclopédie usò il termine suicide: uccisore di se, il termine piacque ed entrò nell'uso corrente.

La definizione di suicidio contenuta nell'espressione "uccisore di se stesso" delimita bene l'accadere degli eventi suicidari in rapporto alla persona, eliminandone ogni riferimento ambiguo relativo sia all'omicidio che all'eventuale accidentalità della morte .

Per quanto concerne invece i moventi ideali o inconsci (od anche consci) del suicidio le difficoltà si presentano perché ogni indirizzo di studio ci offre la sua definizione di suicidio, ponendo l'accento su di uno o su di un altro degli aspetti dell'azione suicida.Dovremo quindi considerare suicidio quanto accade alla fine di un'azione (o di un'omissione) fatta intenzionalmente e che ha per fine inesorabile la morte. Ciò porta ad escludere tutto quanto si presenta sospetto, non chiaro e che può contenere giudizi i quali dovrebbero essere invece relegati al punto di vista etico (il sacrificio di se, il martirio per fede, il comandante che affonda con la nave, ecc.).

Deve quindi venir considerato in particolarmodo il fatto che l'azione sia compiuta da una persona e che abbia come esito finale la morte: davanti a ciò possiamo dire di essere in presenza di un suicidio.

Gli autori anglosassoni preferiscono sintetizzare l'azione suicidaria con l'espressione "Intentional selfkilling" = uccisione intenzionale di se; è questa una definizione che ci proietta definitivamente (e finalmente) al di fuori di ogni dimensione di giudizio etico (implicitamente presente, anche se attenuata rispetto alle precedenti, nel termine suicidio) per collocarci nell'ambito di un avvenimento anomico che contraddice le norme del gruppo di appartenenza.

A parte dovrà venir considerato il suicidio patologico del malato di mente : in questo caso il gesto non si presenta che come una manifestazione esterna della sofferenza psichica interna e non è neppure espressione profonda del se, bensì suicidio soltanto nella consequenzialità dell'azione derivata dall'interno disagio psichico: la morte.

Morte e suicidio

Prima di affrontare la psicodinamica del suicidio, sarà opportuno analizzare il rapporto di questo con la morte.E' infatti l'impatto con il problema "esistenza" a darci modo di soppesare il gesto suicida nel suo più profondo significato.

Il suicidio è un'azione che implica un rapporto profondo se pur conflittuale con la vita ma del quale come sappiamo, è la morte ad esserne il necessario ed ineluttabile arrivo: sarà quindi attraverso la conoscenza di essa che io "potrò afferrare il significato della vita".

Comprendere il significato della morte è molto probabilmente afferrare 1' iter profondo di quanto di soffocato è presente in ciascuno di noi, ma è anche comprendere ed affrontare il terrore inconscio che è presente in ciascuno mentre contempliamo l'instaurarsi di un nulla che ci affascina e respinge , di un nulla che è annullamento e rinascita ad un tempo.

Capire la morte è ancora comprendere il grido d'aiuto dell'isterico, del paranoico dell'adolescente disperato e del vecchio emarginato, significa ascoltare le grida di costoro contro la morte perché il loro non è un abbandonarsi all'oblio , bensì il loro gesto è una riaffermazione di vitalità: il suicida non vuole in effetti morire, sogna invece il ricrearsi di "una vita fantasmica che compensi il fallimento di quella reale".

Chi si uccide scambia i suoi fantasmi interni di rivendicazione come se questi fossero "un 'ulteriore possibilità" : cosa che in effetti non ci sarà; il suicidio è un gesto che priva l'uomo "di ogni possibile avvenire". Tutto ciò ci dice che non è una posizione negatrice di una vita fallita quella in cui agisce il suicida, bensì egli fa proprio il desiderio di non-esistenza come momento catartico di rinascita e di riaffermazione del proprio se: potrà trattarsi (come sovente è) di un'idea delirante della morte in cui il corpo viene ucciso ma non lo spirito trasformando in tal modo le fantasie di morte in fantasie di una pace profonda e di una liberazione dalle pene (situazione che troviamo negli adolescenti e negli anziani suicidi.

Non esiste l'equazione suicidio=desiderio di morte, il suicida in realtà rifiuta di vivere quella vita ma desidera viverne una diversa: è a tal punto che il suicidio scompare come azione per divenire persona, il suicida; la morte vagheggiata quindi diviene una scelta, viene agìta.Nel silenzio che segue al gesto suicida rimane così sol tanto lo sgomento per una realtà inattingibile e per un distacco voluto e per ciò più doloroso e lacerante.

Psicodinamica del suicidio (sintesi)

Possiamo stabilire come base all'instaurarsi di una tensione suicidale stati di frustrazione libidica interni collegati a frustrazione subita nella prima infanzia ed a mancanza d'amore. La mancanza d'amore si correla ad un meccanismo depressogeno che innesca dell 'angoscia relativa alla deprivazione e che non sempre viene assorbita e annullata nell'inconscio. Si tratta in ultimo analisi del lutto come privazione reale e totale dell'oggetto d'amore e della malinconia come vissuto ambiguo ed egocentrico con un oggetto d'amore reale ma ritenuto non soddisfacente libidicamente. Quindi l'iter attivo dell'azione suicida prende a muoversi sempre e comunque da una perdita che indirizza l'io del soggetto in modo depressogeno verso un dolore inerrabile e che non può ottenere riparazione.

Nel momento della perdita reale di un oggetto e la fantasmizzazione di una perdita non reale viene a formarsi un accumulo d'angoscia che l'Io non è più in grado di autodeterminare e valutare coerentemente: gli impulsi affettivi rimangono "beanti" come una ferita e non più canalizzabili pulsionalmente ai giusti oggetti (che o non esistono più o sono scotomizzati come tali) e di conseguenza non vi è più alcuna possibilità di reinvestirli come oggetti positivi: l'oggetto d'amore non c'è più (o non è più vissuto come tale) non è più recuperabile e ha come conseguenza che l'Io deve identificarsi con qualcosa che non esiste.

Il meccanismo che viene in tal modo mobilizzato è depressivo-aggressivo: la perdita dell'oggetto viene vissuta con dolore amore ma pure con rabbia facendo sì che le forze aggressive messe in movimento non possano essere scaricate che sull'io del soggetto stesso.

La scarica eteroaggressiva immobilizzata innesca cioè, quale conseguenza, sentimenti autoaggressivi che si correlano ai sensi di colpa che sorgono nel momento della perdita dell'oggetto amato.

Il soggetto avverte impellenti desideri d i riparazione e finisce per baloccarsi con l'idea di autopunizione che viene assumendo i contorni di una catarsi riparatrice e purificatrice: è in tal momento che è possibile nei casi estremi l'autodistruzione reale .

E' evidente che sarà la costituzione psichica del singolo soggetto a marcare o meno il meccanismo suicida. Si tratta, in pratica, di agire quella aggressività generalizzata insista in ogni singolo soggetto e che necessita di un drenaggio esterno, in genere sublimato ma anche portato in pratcis da parte di chi non ha self-control, la quale bloccata tende lentamente ad indirizzarsi verso 1' io del soggetto assumendo una facies distruttiva che può sfociare in una nevrosi, in una psicosi ed in ultima istanza in un moto autodistruttivo.

I1 suicida sembra essere guidato da tre impulsi: desiderio di morte (ma in realtà come abbiamo visto, desiderio di una vita diversa), desiderio di uccidere e desiderio di essere ucciso.

Sono il desiderio di uccidere ed essere ucciso che impegnano preminentemente il meccanismo suicidale, mentre il desiderio di morte si correla marginalmente agli altri due.I1 desiderio di uccidere lo vediamo agire massicciamente nel suicidio passionale in cui l' idea dell 'assassinio (a volte attuato, a volte no) precede l'idea della propria autodistruzione, la quale in questo caso si configura come un ricatto ed una vendetta, così pure agisce nel suicidio amnesico di alcuni nevropatici (gli epilettici gravi, per esempio): ma in questo caso assume una facies di raptus incoercibile.

I1 desiderio di essere ucciso richiama invece come elemento principale psicodinamico il desiderio di punizione che il soggetto deve subire per riparare alle ferite narcisistiche inferte dalla sua incapacità alI ' ideale dell'io.

Si tratta di meccanismi masochistici in cui agisce un Super-io sadico e crudele che esige una riparazione estrema per ottenere quella soddisfazione ai suoi desideri lidibici frustrati dall'incapacità del soggetto.

Diverso è il comportamento del suicidio malinconico (depresso) e del depresso nevrotico: in essi l'ambivalenza tra odio e amore in cui si tenta inutilmente un compromesso, viene lentamente a fiaccare le difese elevate contro l'aggressività che si fa strada nel soggetto: nel depresso l'oggetto non è necessariamente una persona ad essere perduta , ma anche semplicemente un'astrazione sostitutiva della persona stessa: è l'identificazione proiettiva con l'oggetto vissuto ora minaccioso che caratterizzeranno quelle tensioni interne che scivoleranno lentamente al desiderio di autodistruzione.

Il depresso nevrotico, invece, è estremamente dipendente dal suo oggetto d'amore e di conseguenza esposto ad un carico di frustrazione a volte insopportabile. Anche se i meccanismi che si scatenano sono egualmente depressogeni, il suicidio del depresso nevrotico viene ad assumere un aspetto strettamente relazionale: è in questo caso che possiamo considerare il gesto suicida un ricatto, come affermano gli autori anglosassoni.

Fanciulli - Adolescenti - Anziani

Dopo aver considerato il meccanismo suicidale nella sua psicodinamica, analizziamo ora il suo svolgersi in quelle che si considerano le categorie a più alto rischio: adolescenza e vecchiaia.

Il suicidio del bambino è molto raro, seppur presente, in quanto questi è ancora dipendente dai suoi oggetti d'amore (i genitori) per ottenere la gratificazione e non essendo ancora compiuto il processo di identificazione-separazione definitiva volgere l'ostilità contro se stesso e il distruggere gli oggetti introiettati (i genitori) risulterebbe troppo doloroso e terribile. Tuttavia a volte accade. Esistono alcune teorie relative ai meccanismi suicidogeni del fanciullo, opinabili o meno, raggruppabili in tre situazioni a rischio:

a - il suicidio infantile viene a configurarsi come emotivo-compulsivo, cioè come un meccanismo incoercibile simile alla crisi convulsiva o per dir meglio simile al raptus suicida amnesico degli epilettici gravi; è una forma reattiva infantile a situazioni particolari di stress insopportabile, sulla falsariga del ridere e del piangere. E' assai raro.

b - Altre volte il suicidio infantile è immaginativo: nasce cioè da imitazione ricreata immaginativamente di un atto che può anche essere obbiettivamente diverso; in tale caso è il meccanismo di identificazione proiettiva che scatta.

c - Infine vi è il suicidio relativo alla cattiva elaborazione del "lutto" conseguente la perdila degli oggetti amati: sarà la morte di uno o di entrambi i genitori, sarà un divorzio, sarà una separazione ecc.Per il bambino la perdita è catastrofica e le reazioni al dolore parossistiche: dallo shock all'angoscia, dalla paura alla vergogna ed alla rabbia.I sentimenti di solitudine ed abbandono sono inaccettabili ed il bambino cerca per ogni dove la persona amata ripetendo ossessivamente gli ultimi momenti vissuti assieme (16).

Il bambino tollera con molta difficoltà ogni perdita (dal balocco ad una perdita più corposa) tuttavia la grande plasticità mentale gli permette di dimenticare con relativa facilità e di spostarsi da un oggetto d'amore all'altro. Perché allora in alcuni casi il suicidio? Ciò accade quando la perdita diventa intollerabile: vengono messi in opera meccanismi ansiogeni relativi al rapporto con gli oggetti amati (i genitori) i quali non sembrano essere riusciti ad annullare con il loro comportamento l'angoscia del fanciullo collegata alla sua totale dipendenza da essi per l'esistenza: in modo particolare la madre sembra non aver agito come rassicuratore affettivo continuo, bensì il suo comportamento scostante sembra aver mobilizzato dell'ansia collegata ad un bisogno di una presenza che continuamente si nega e si dà senza costanza affettiva (una cattiva holding).

Tornando all'adolescenza, vediamo che oltre la metà dei decessi dovuti a suicidio riguarda la fascia d'età compresa tra i 17 ed i 23 anni. Il suicidio negli adolescenti è molto complesso. Sul piano meramente pratico il tentativo di suicidio od anche l'idea del suicidio rappresenta un'urgenza esistenziale assoluta.

Il suicidio tentato, progettato e spesso eseguito occupa un posto di primo piano nelle difficoltà esistenziali dell'adolescenza e pone in modo deciso il problema della diagnosi e dei limiti tra ,I normale e la patologia del comportamento: lo psicanalista francese Ladame dice che non vi è nessun suicidio adolescenziale che non sia anche psicopatologico. Negli adolescenti al di sotto dei 16 anni, l'incidenza del suicidio è ancora molto bassa, ma vi è un'alta frequenza di minacce e di tentati suicidi.E' infatti necessario all 'adolescente allentare i legami con le figure parentali per poter pensare alla morte, tra i 12 ed i 15 anni ciò non è ancora avvenuto compiutamente; questo distacco avviene sotto l'impulso della intensificata sessualità che si sviluppa fisiologicamente e che ha il potere di resuscitare la lotta edipica per una seconda e definitiva soluzione: il suicidio della pubertà rappresenta una acuta esplosione delle difficoltà edipiche presenti nel problema di castrazione evocato dalla fase transitoria omosessuale dell'adolescenza stessa.

Psicanaliticamente ritroviamo lo stato adolescenziale paragonabile allo stato di lutto o di innamoramento. L' io dell' adolescente deve lottare contro la forza schiacciante dell'oggetto (il genitore introiettato): gli adolescenti possono difendersi dall'amore per le figure parentali trasformandolo in odio (ostilità, dice Anna Freud)

L'ostilità viene trasferita dal genitore al se: non posso in realtà odiare mio padre e mia madre; la tensione emotiva che viene a crearsi porta talvolta alla depressione giungendo all'espressione di desideri suicidali. Lo studio della depressione dell'adolescente prende in considerazione il rivolgersi dell'ostilità verso se stesso ritrovandovi fenomeni orali regressivi, cioè infantili.

Gli adolescenti sono spesso depressi ma sono altrettanto euforici, cioè maniacali : a volte non è un meccanismo depressivo a far scattare la molla suicida, bensì una sorta di identificazione-proiettiva di tipo immaginativo correlato all'imitazione, sulla falsariga dei comportarnenti infantili a facies maniacale: infatti il maniaco non si toglie la vita per morire ma per vivere in una fusione perfetta con 1'ideale dell'io. I1 suicidio dell'adolescente ci appare quindi come un comportamento di onnipotente regressione infantile operato nel tentativo di far fronte ad un conflitto edipico esplosivo che potrebbe implicare la perdita o la distruzione del 1 ' oggetto sadomasochisticamente investito narcisisticamente: la separazione che avviene con i genitori nell'adolescenza e che è provocata dal soggetto stesso nel tentativo di conquistare l'indipendenza sotto l'istanza di trovare la propria identità, può a volte subire una mortificazione narcisistica troppo forte per l'io adolescenziale estremamente inquieto, e sfociare nel suicidio.

Il suicidio, ancora, rassomiglia stranamente al sonno e permette la cessazione delle impetuosità emotive nell ' illusione di una nuova fusione con l'oggetto (la madre). Erikson con il concetto di identità negativa dà un contributo particolare nel chiarire la dinamica del comportamento suicida dell 'adolescente, specialmente nella devianza giovanile. Egli avverte che l'identità negativa è basata in modo perverso su quelle identificazioni dei ruoli che negli stati critici dello sviluppo sono stati presentati all'individuo come indesiderabili o peggio: pericolosi (anche se fin troppo reali).

Essere suicida è una scelta di identità già in se: I ' adolescente come tale cerca di ottenere una gratificazione di autostima come suicida, ma è pure un portare la regressione (infantile) al servizio dell'io sino alle estreme conseguenze . A questo proposito si dirà anche del suicidio dei tossicomani: il presentarsi in loro di uno stato depressivo profondo causato dalle modalità di vita (tossicomaniaca) fa perdere al corpo del giovane tossicomane la sua funzione di esistenza attuando attraverso l'autoerotismo e l'autoaggressione (visualizzate nel "rito" di accesso alla droga) due modi paralleli che si intersecano soltanto nella morte: il suicidio, che sarà diretto o protratto nel tempo sino all'over dose fatale.

Suicidio e vecchiaia

Analogamente a quanto è stato detto sino ad ora, anche per gli anziani i fattori concorrenti a determinare una situazione a rischio sono correlabili a deprivazione ed abbandono ma caratteristicamente raccordabili anche ad altri fattori traumatici accaduti nell'infanzia o nell'adolescenza mai elaborati e nevrotizzati dall'io. Potrà essersi trattato di un evento luttuoso o drammatico come una separazione, un divorzio od un trasferimento di luogo (23, 24) e che apparentemente elaborato dalle capacità plastiche infantili riemerge angoscioso nella vecchiaia innescando l'angoscia di perdita con una conseguente depressione che risulta insostenibile; potrà anche trattarsi di un trasferimento coatto di abitazione o di una collocazione in una "casa di riposo" (si tratta comunque di una perdita, un lutto).

Una cattiva elaborazione degli eventi luttuosi porta, come sappiamo, allo scatenamento di autoaggressività suicidale: il soggetto è troppo dipendente dall'oggetto d'amore per poter vivere senza di questo. Altri fattori predisponenti al suicidio nell 'anziano sono la presenza nella famiglia di una o più persone con handicap fisici o psichici, una grave malattia (23, 24) organica e la solitudine: come si vede si tratta sempre di elementi destrutturanti della personalità e del vissuto dell'individuo e come tali non sintetizzabili nella qualità del residuo di vita dell'anziano e conseguentemente elicitatore di fughe e di ricerca di una pace che ancora una Volta si congrua come un desiderio di una nuova vita, una vita diversa, una vita non più dibattentesi tra solitudine, malattia e angoscia.

Conclusioni

Eravamo partili nella nostra analisi del gesto suicida dalla comparazione tra la vita e la morte ed avevamo riconosciuto nel gesto suicida una riaffermazione di vita.Tutto confluisce come tanti affluenti in un unico fiume: il lutto, la perdita dell 'oggetto amato, l'angoscia di un vivere deprivato, il tormento di un'esistenza offesa. Il suicidio allora, perché? Se definiamo il suicidio relativamente all'autodistruzione del proprio essere, uccidersi è senz'ombra di dubbio una provocazione : è la chance estrema di chi non ha ormai più nulla da perdere. Se invece consideriamo il suicidio come riaffermazione del proprio se, allora ci troviamo davanti al tentativo angoscioso di sopravvivere in modo diverso. Chi si suicida è già "morto dentro" il gesto non è che l'adeguamento alla situazione interiore ; è necessario, insomma, che il suicida desideri profondamente di annullarsi ricercando pariteticamente un affrancamento dall'impotenza del vivere. Hanno quindi un peso decisivo la tenacia dei legami col passato ed il relativo coraggio ad affrontare l'ignoto in questo mondo giacche il suicidio simbolicamente si prospetta come una caduta nell'ignoto e nel nulla cd è evidente ancora come per alcuni suicidi la via simbolica del suicidio debba essere seguita dal simbolismo della rigenerazione: avremo quindi suicidi silenziosi ed imprevedibili, avremo suicidi sotto l'istanza psichica del raptus, avremo suicidi disperati configurantisi come una disperata richiesta d'aiuto urlato ad un mondo indifferente e distratto; un evento esterno, una perdita, un lutto, un'ulteriore frustrazione spezzano l'instabile equilibrio interno oppure l'equilibrio crolla alla fine di una vicenda interiore che fa aprire improvvisamente gli occhi sulla penosità della propria impotenza di vivere. Il suicidio è forse un grido d'aiuto, talvolta una vendetta ma certamente la manifestazione eclatante del bisogno di "una rigenerazione totale".