L'IPNOTISMO E GLI STATI AFFINI

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II.

Ci si permetta ora una breve digressione, che cioè, a titolo di semplice curiosità, riguardassimo la fascinazione da un altro punto di vista, che sarà interamente falso, ma che fu creduto vero da scrittori antichissimi, ed è tuttora considerato tale, non solo dal volgo, ma anche da uomini di grande intelligenza. Vogliamo dire della potenza che diedero gli antichi all'occhio per generar malanni, ciò che i francesi chiamano mal occhio e noi altri napoletani con un termine più espressivo jettatura.

Questo argomento farà sorridere molti per la sua stranezza, §192 ma quando saremo giunti alla fine forse parecchi, non diciamo che vi crederanno, ma avranno conosciuto come fin dall’antichità si temeva questo fascino maligno, che partendo dagli occhi andava ad influenzare le persone su cui cadeva.

E’ curioso che un primo esempio di questo creduto influsso malefico lo troviamo nella mitologia. Narra Apollonio che dal concubito di Adone con Venere fu concepito Priapo. Giunone presa da gelosia, perché sterile, e sterili erano ancora le sue campagne, camuffatasi da vecchia, simulando di dar aiuto a Venere nel parto, con la mano venefica le toccò l’utero, e fece che il fanciullo nascesse deforme e col pene di incredibile grandezza. A Priapo fu dato il nome di Fascinus, che fu considerato quale Dio e fra le cose sacre dalle Vestali venerato. Egli era il protettore dei fanciulli e degli Imperatori, i quali ultimi ne portavano il simulacro sospeso sotto il carro di trionfo[105].

Ecco quindi come da questo dio Fascinus, che proteggeva gl’individui dalla malevolenza dello sguardo altrui, nacque la parola fascinazione.

Gli antichi credevano ancora che l’effetto del mal occhio si potesse estendere dall'uomo sull’animale, onde il verso di Virgilio:

Nescio quis teneros oculos mihi fascinat agnos.[106]

Credettero a questa specie di fascino uomini grandi. Plinio[107], fra questi, dice che la natura ha voluto generare nel corpo e negli occhi di alcuni il veleno, acciocché non si trovasse sorta di verun male che nell’uomo non fosse.

Aulo Gellio, arrivato a Brindisi, comprò da un rivenditore alcuni libri antichissimi; e, leggendoli, trovò scritto che in Africa vi erano famiglie di uomini che affascinavano con la voce e con la lingua, e facevano morire leggiadri fanciulli, egregi cavalli ecc. , senza che vi fosse stata alcuna causa nociva. E che vi erano uomini fra gl’Illiri, che uccidevano coloro che essi guardavano a lungo con lo sguardo irato, e che le loro donne, non meno nocive, avessero due pupille in ciascun occhio.[108]

Avicenna, Marsilio Ficino ci dicono che un individuo animato dal desiderio di far male può comunicare una malattia[109]. Né meno convinto ne è Celio Rodigino[110] che fa un capitolo sugli effetti maligni dell’occhio animato da invidia. Si crede, egli dice, che l’occhio dei malefici, con fissi sguardi, con l’avidità di nuocere, fascini i fanciulli deboli.

Filosofi, scienziati, uomini di lettere hanno creduto a questa sorta di fascino. Una mente così elevata, quale quella del Pomponazzo[111], era persuasa di questo fatto e credeva col Ficino che si sprigionassero vapori che l’anima invierebbe ad un’altra persona, per cui vi sono individui affecti tali virtute vel malicia, capaci, cioè di produrre benefici o effetti cattivi.

Agrippa[112], filosofo, ammette alcune passioni veementi dell’anima, capaci di generare malattie di corpo e di spirito, perché nello spirito umano vi è una certa virtù di cambiare, attirare, arrestare gli uomini e le cose, secondo esso desidera.

Pietro Piperno, parlando di questa fascinazione, crede che i fascinatori si ravvisino dalle orbite molto profonde, in cui gli occhi stanno come in due buchi, e così prive di ogni umore che le ossa, a cui le palpebre aderiscono, sono sporgenti. Gli occhi hanno sordidi e squallidi, siccome quelli dell’irco, cilestri e lucidi, terribili. I segni poi del fascino sono la macie che porta alla tabe, con vomito ed inappetenza, l’insonnio e i deliqui con tristezza, moti convulsivi ecc.

Olao Magno, Leonardo Vairo, Kircher credevano a un tetro vapore, che da un'individuo veniva trasmesso all’altro e gli apportava calamità.

Ma vogliamo richiamare l’attenzione del lettore intorno alle pratiche in uso, così che nell’antichità ai nostri giorni, per premunirsi o per liberarsi dal mal occhio.

Dapprima diciamo che i Romani per allontanare il fascino dagli orti solevano appendervi il simulacro osceno di un membro, siccome è ricordato da Orazio Flacco[113], da S. Agostino[114] e dal Turnebo[115].

Ma facevano anche di più: allorché una giovane andava a marito, per allontanare il fascino da lei, la mettevano a sedere sopra un ingente fascino, cioè su di un membro di Priapo.

Era un gingillo questo, che i Romani tenevano appeso ed effigiato dappertutto, come  lo dimostrano le insegne di alcune case e mille oggetti, che furono estratti dalle rovine di Pompei; ed è perciò che oggigiorno coloro i quali temono d’esser stati malignamente fascinati, portano rapidamente la mano a quell’organo che per pudore si copre.

Questo po’ di storia che abbiamo brevemente cennata ci dà la spiegazione di tale gesto, di cui molti non ne conoscono l’origine né la tradizione.

Né questo solo mezzo usavano gli antichi contro il fascino: bastava sputare per allontanarlo, onde Aristotile: - Ne vero fascino leaderer, ter in gremium meum despui-.

E Tibullo:[116]- Despuit in molles et sibi quisque sinus-.

Plinio, Tibullo, Marziale credevano fosse anche utile distendere il dito medio della mano mentre gli altri stanno in flessione: - Et digitum porrigito medium -[117], per cui anche oggi dal volgo superstizioso vien fatto lo stesso gesto, allorché si crede di essere alla presenza di una persona che abbia un occhi malefico od invidioso.

Heliphas Levi nel suo Traité d’Haute Magie consiglia quel gesto che si dice: far le castagne, cioè chiudere la mano col pollice tra l’indice e il medio, guardando per primo il fascinatore, siccome i pastori, di cui canta Virgilio, praticavano all’apparire del lupo.

Presso gli antichi indiani le influenze malefiche erano allontanate con gl’incantesimi e gli esorcismi. Durante i sacrifizi venivano pronunziate delle formole magiche e si lanciavano imprecazioni contro gli autori dei malefizi. §196 Ai Bramini spettava la cura di recitare queste incantazioni. Inoltre nella superstizione indiana ogni maledizione si reputava fatale, tanto che neppure gli Dei potevano sfuggire agli effetti di essa, né la stessa persona che malediceva aveva facoltà di allontanarne gli effetti: poteva bensì modificarli[118].

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