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CAPITOLO VI. La Fascinazione e gli stati analoghi
Post fata resurgo.
I.
La fascinazione,
o captazione di altri, è stata da alcuni scrittori classificata fra gli
stadi intermedi dell’ipnotismo. Noi non siamo di questo avviso. La fascinazione
per noi è uno stato a parte, una forma speciale, uno stato affine all’ipnotismo
per alcuni sintomi psichici e fisici: ma non è uno stato ipnotico perché vi
manca il sonno. Il Morselli lo chiama stato ipnoide.
La
fascinazione è un argomento di grande interesse, e perciò crediamo trattarlo in
un capitolo a parte, preponendovi alcune nozioni storiche, tratte dagli antichi
scrittori che ne hanno parlato.
Tante
idee, tante opinioni, certe teorie che ora sorgono ed impressionano l’umanità,
che le accetta per nuove, il più delle volte non sono che il frutto delle
esperienze degli antichi cadute in oblio, e che oggi adattate ai progressi
scientifici, modellate sulle teorie che sono in voga, appaiono nuove, sol
perché ad esse si è dato un rivestimento più moderno. L’intonaco parrà fresco,
ma l’edifizio così messo a nuovo non cessa di appartenere all’antichità.
Fino
a qualche anno fa, prima che Bremaud ne avesse parlato, chi pronunziava più la
parola fascinazione ?
Si
leggeva del fascino che esercitava il serpente sull’uccello, ma nessuno si
sarebbe ardito di parlare di fascinazione nel senso, cioè, che un individuo
possa esercitare un’azione su di un altro colla fissazione dello sguardo, e
renderlo schiavo dei propri voleri. Bastò l'osservazione di Bremaud sui giovani
della scuola navale di Brest, perché il mondo scientifico si fosse messo a
studiare il fenomeno, ed ammetterlo come fatto reale.
Eppure
quanto è vecchio questo argomento! Rimontiamo nell’antichità, e noi ci perderemo
nei secoli: i primi popoli conoscevano gli effetti della fascinazione.
Aristotile,
Alessandro Afrodisiaco, Plutarco, Plinio, Marsilio Ficino, Simone Maiolo, S.
Tommaso, Egidio, Abulense, Alberto Magno, credettero all’azione fascinante che
un individuo può esercitare su di un altro.
Nella
stessa mitologia troviamo una pruova come gli antichi credessero alla
fascinazione.
Sappiamo
tutti la favola di Medusa, che collo sguardo convertiva gli uomini, che la
miravano, in sasso; onde il verso del poeta:
Venga
Medusa sì il farem di smalto.
Non
ad altro che al fascino, esercitato da un individuo su di un altro, dobbiamo
riferire il fatto di Cimbro, che, inviato ad uccidere Mario nella prigione,
restò paralizzato dallo sguardo e dalla voce del Romano.
In un’epoca
non molto remota troviamo una folla di scrittori che scrissero a lungo sul
fascino, sebbene esageratamente, ed attribuendo alla sua azione effetti strani,
e dotando alcuni esseri di un potere soprannaturale. L’esagerazione e la
superstizione aveva a quei tempi popolato il mondo di maghi e streghe, i quali
operavano cose da sbalordire, e si perde la testa leggendo quei grossi volumi
che parlano di fascino e di magia. E fa davvero stupire come in alcuni tempi
anche la gente dotta si sia così facilmente impressionata di cose tanto strane
ed inverosimili, innanzi a cui ogni individuo di buon senso oggi sorride,
pensando alla buona fede dei nostri padri.
Olao
Magno, Del Rio, Leonardo, Vairo, Tommaso Garzoni da Bagnocavallo, G.B. della
Porta, Pietro Garsi, e cento altri, che vissero fra il cinquecento e il
seicento, parlano tutti di fascinatori e di affascinati.
Diamo
uno sguardo a qualche scrittore.
Cominciando
da Plinio, questi nel 7° libro Naturalis Historiae riferisce come
nell'Africa, nella Scizia e nell’Illiria vi fossero state famiglie che
affascinavano gli occhi di coloro che miravano, il che a quei tempi si credeva
provenire o per cattiva complessione o per qualche altra causa più occulta.
Avicenna
scrive che alcune donne hanno il potere di affascinare non solo collo sguardo,
ma anche da lontano col semplice pensiero.
Leonardo
Vairo[96] ha
lasciato detto: - Fascinum est perniciosa quaedam qualitas, intensa
immaginatione, visu, tactu, voce conjunctim vel divisim, coeli quandoque
observatione adhibita, propter odium vel amore inflicta.-.
Prima
di Vairo, Olao Magno[97]
parlando di alcuni istrumenti magici della Botnia, dice dei Finni e dei
Lapponi - né manco di forza od efficacia, si dicono avere, nel far nascere
agli uomini diverse infermità, con le quali facciano venir meno. E per ciò fare
fabbricano alcune magiche et incantate saette di piombo, al modo di un dito, e
quelle avventano poi in qualsivoglia luogo, contra coloro dei quali voglion far
vendetta. Quelli che son percossi subito si sentono nascere in una gamba o in
un braccio una piaga a modo di un cancro, dal dolore della quale in tre dì al
più si muoiono. Ancora sono questi prestigj et incanti, appresso gli Helfingi,
dei quali il primo e più perfetto fu uno detto Vitulfo, il quale, in guisa di
tutti quelli che voleva, accecava, che non potevano pur vedere le case loro,
quando gli erano ben vicine, né manco potevano avere segno alcuno onde le
potessero ritrovare: in modo sapeva costui ben offuscare il lume degli occhi
con un tenebroso orrore.-
Lo
stesso scrittore, parlando sempre delle genti settentrionali, racconta che: -Sunt
Biarmi, idolatrae et Amaxobii, Scitarum more, atque in fascinandis hominibus
instructissimi, quippe qui aut oculorum, aut verborum alicuius alterius rei
maleficio homines ita ligant, ut liberi non sint, nec compotes; saepeque ad
extremam maciem deveniat et tabescendo deperant.-
Un
medico Beneventano, Pietro Piperno[98],
ammetteva tre specie di fascino: il poetico, il fisico, il demoniaco. Il
fascino fisico, secondo lui, è una specie di contagio o di infezione che
deriva da una materia volatile putredinosa, emessa dalle tuniche e dagli angoli
degli occhi, per la forza espulsiva di una immaginazione invida, la quale
eccita gli spiriti §185 ed apre i pori; ed infettando l’aria, che tramezza, va
a depositarsi sull’obbietto.
Gli
antichi non distinguevano soltanto le diverse forme di fascinazione, ma
credevano anche ad una potenza individuale speciale perché questo fenomeno si
potesse operare; e per di più gli antichi persiani ritenevano esservi un
diritto ereditario nei fascinatori, per cui i versi di Catullo:
Nascatur
magus ex Gelli matrisque nefando
Concubitu,
et discat persicum haruspicium.
Nam
magus ex matre et gnato nascatur oportet,
Si
vera est Persarum impia religio:
Natus
ut accepto veneretur carmine divos
Mentum
in flammam pingue liquefaciens.
Il
fenomeno della fascinazione era dagli antichi spiegato ammettendo una sostanza,
un fluido che emanava dal corpo del fascinatore e che andava a cadere
sull’individuo fascinato. Abbiamo detto che Marsilio Ficino credeva ad un
vapore o ad uno spirito, che, lanciato dagli occhi, può fascinare od infettare
una persona che ci sta vicina. Ecco ora come Pomponazzo si esprime:
-
Sonvi degli uomini, egli dice, che hanno proprietà salutari e poderose, le
quali si esaltano mediante la forza dell’immaginazione e del desiderio, sono
spinte al di fuori per evaporazione e producono effetti singolari sui corpi che
le ricevono[99].-
Anche
S. Tommaso non ha trascurato di dire la sua parola. Egli scrive: - Ex apprehensione
fascinatoris, mediante motu cordis, immutari ipsius corpus, eamque immutationem
pervenire ad eiusdem oculum, a quo infici potest aliquid extrinsecum, praecipue
si sit facile immutabile.-
Non
tutti gli scrittori, però, dei tempi andati si accordano §186 nelle istesse
opinioni. Qualcuno di essi ammetteva anche la fascinazione a distanza, altri la
negava interamente, e fra questi vi è Marcello Donato vissuto nel cinquecento,
il quale così ragionava: - Ad haec, vel ex immaginatione forti, agens anima contactu
id perficit, vel non contactu quia in maxima distantia agit, ergo sine
contactu; at quae sine contactu agunt, in infinitum agere possunt, (nam
intervalli natura in naturali actione solum ratione tactus requiritur) ergo
anima nostra in infinitum agere potuerit, et per consequens erit infiniti
vigoris, quod est absurdum.-
Né
gli antichi ammettevano questa fascinazione soltanto fra gli uomini: essi
l'avevano anche studiata sugli animali. Fu attribuito questo potere al
Basilisco ed al Catopleba, animali che si dice esistessero nell’Africa; e da
taluni scrittori vuolsi che il Basilisco fosse il serpente a sonagli. Di questo
animale disse Plinio: -Internecionem omnibus, qui oculos eius videre,
confestm expirantibus.-
Solino,
che visse un secolo dopo, ragionando dello stesso animale, pensa che non
solamente è dato per peste degli uomini e di tutto il resto degli animali, ma
ancora della medesima terra. - Egli secca l’erbe, distugge gli alberi ed
ammorba i venti, in modo che niun uccello vola per l’aria senza nocumento,
essendo ella infetta di quel fiato puzzolente.-.
Né
meno funesto dissero gli antichi essere lo sguardo del Catopleba, cui Ateneo dà
il soprannome di Gorgone.
Dai
tempi remoti fu attribuita anche al lupo la potenza del fascino, anzi i nostri
buoni padri dissero anche questo; che se un individuo vedeva pel primo il lupo,
non resterebbe fascinato; ma visto pel primo dal lupo avrebbe subito il fascino
di quello; al che corrispondono i versi di Virgilio:
-.......Vox
quoque Moerim
Jam
fugit ipsa; lupi Moerim videre priores[100].-
Sul
quale luogo di Virgilio, Servio osserva: - Hoc etiam phisici confirmat. Unde
proverbium hoc natum est: LUPUS IN FABULA, quoties supervenit ille, de quo
loquimur, et nobis sua presentia amputat facultatem loquendi.-
Gli
antichi credettero che anche i galli fossero dotati di alcuni semi o spiriti,
che partendo dai loro occhi andassero a ferire i leoni, producendo loro
incredibili dolori e sofferenze. La qual sentenza Lucrezio esponeva coi
seguenti versi:
|
-
Nimirum, quia sunt gallorum in corpore quedam
Semina,
quae, cum sunt oculis immissa Leonum,
Pupillas interfodiunt, acremque dolorem
Praebent,
ut nequeant contra durere feroces[101].-
|
Oggi,
benché sia da tutti riconosciuta l’esagerazione di alcuni fatti che ci vengono
riferiti dagli antichi, pure togliendo il falso, di cui sono stati rivestiti
alcuni fenomeni di tal genere che si riscontrano negli animali, non si può fare
a meno di riconoscere che qualche fondo di vero ci sia.
Tutti
sanno che il rospo ha la potenza d’incantare l’uccello, e sia in alcuni libri
di storia naturale, sia presso il volgo questo fatto non è posto in dubbio. Il
prof. Dal Pozzo[102]descrive
nel seguente modo la scena dell’uccello attratto dal rospo: - Noi vediamo un
usignuolo cantare su di un albero: lontano sul terreno, ma presso l’albero, vi
è l’animale che lo guarda fissamente, sicché alla fine i loro sguardi
s’incontrano. Ecco il poverino cessa il canto, fa uno sforzo di volarsene via e
non può, ché l’animale è là giù e sempre lo sta fissando: intanto poco a poco
da un ramo all’altro sen viene l’uccello, cadendo verso il basso, ed in ultimo,
gettando un lamentevole grido, piomba entro la bocca dell’altro. §188
La
caccia della civetta è esempio analogo: qual giovinetto vi è che non abbia
osservato come gli uccelli restino incantati dal mimico volteggiare di questa,
sicché uno pratico del mesmerismo forse direbbe che quelli sono magnetizzati da
questa, ed attratti ad andarle vicino? Certamente un naturalista vi direbbe ciò
avvenire perché, essendo la civetta un uccello notturno, si è l’apparenza di
una cosa nuova, che, muovendo la curiosità di quelli, li muove ad appressarsi a
vedere: sta bene; ma come è che non ogni specie di uccelli è tratta da tale
curiosità, ma solamente quelle specie che si sogliono volgarmente chiamare
uccelli a becco tenero? E qui pure un naturalista risponde che, siccome un
uccello di becco tenero si nutre d'insetti e vermi, e la biscia p. es., tenendo
aperta la bocca fa vibrare la sua ligua sottile e lunga, così questa è creduta dall’uccello
che sia verme, e perciò esso vola giù dall’albero per beccarlo. Ma chi ha
osservato il fatto ragiona diversamente, ché il lungo indugiare dell’uccello a
scendere, il suo muovere di ramo in ramo, il grido di spavento autorizzano ben
altra congettura-.
E’
curioso poi un fatto registrato da G. Tissandier nel giornale La nature.
Si tratta di lucertole. Una di esse era tenuta da molto tempo in una scatola,
tanto che era divenuta magra ed affamata. Un giorno fu posta in sua compagnia
un’altra lucertola più piccola, la quale dopo un certo tempo, allorché era
guardata dall’altra, cercava di fuggire, finché non potendo resistere alla
fissazione dello sguardo, che la compagna esercitava su di lei, come attratta
da una forza superiore, andò a porre la sua testa nella bocca della prima, che
l’aveva largamente aperta.
Né si
parla soltanto di fascino che gli uomini o gli animali possano esercitare su
quelli della stessa specie; vi è anche il fascino che l’uomo può esercitare sul
bruto. Non parliamo dei Psilli Indiani, che si dice domassero, o meglio
fascinassero i serpenti. Gli egiziani pare avesser §189 avuto anch’essi un tale
potere, per cui Claudio Eliano[103] dice
che quei popoli attiravano gli uccelli dal cielo, incantavano i serpenti e li
facevano uscire dalle tane.
Celio
Rodigino[104]
racconta che Pitagora, il quale era ritenuto un mago, incantò un'aquila,
l’attirò a sé, ed addomesticò; e perciò presso Olimpia era effigiato in atto
che palasse con un’aquila. Lo stesso scrittore disse che vi era un’orsa
ferocissima, di grandezza straordinaria che incuteva spavento; Pitagora la
chiamò presso di sé, l’accarezzava ed alimentava. Indi mandandola via, le
suggerì che non offendesse mai alcun animale, e quella ritornando alle selve
serbò la data fede, così tanto rara fra gli uomini.
Pitagora
avendo scorto un bue presso Taranto, che devastava un favaio, cibandosene e
calpestandolo, insinuò al bifolco che ammonisse il bue di astenersi dalle
messi. Rispose il bifolco, ridendo, di non avere imparato a parlare con i bovi.
Pitagora sussurrò delle parole all'orecchio del bue, il quale obbedientemente
desistette, e mai più guastò i seminati e riceveva il foraggio dalle mani degli
uomini.
Ma
ponendo da banda queste stranezze che vengono riferite di Pitagora, non si può
mettere in dubbio il fascino che l’uomo può esercitare sull’animale.
Alla
fascinazione dobbiamo riferire il dominio che i domatori di fiere esercitano su
queste, e fascino era quello che Rarey esercitava sui cavalli più viziosi,
rendendoli in brevissimo tempo gli animali più docili che vi fossero. Egli
faceva concentrare lo sguardo del cavallo sulla propria persona, pronunziando
con tono monotono delle parole ed eseguendogli delle frizioni sul collo.
Prima
di Rarey, nel 1828, Costantino Balassa, ungherese, §190 adoperava la
fascinazione per ferrare i cavalli senza violenza, ponendosi loro di fronte e
fissandoli intensamente negli occhi. Allora si produceva questo fenomeno: il
cavallo retrocedeva, alzava la testa, e la colonna cervicale si rendeva rigida:
dopo ciò essa restava immobile, e gli si poteva sparare un colpo di fucile in
vicinanza, senza che si fosse menomamente mosso dalla sua posizione.
La
storia dei martiri cristiani ci fornisce a sua volta degli esempi di
fascinazione esercitata dall’uomo sugli animali. Daniele fu gittato due volte
nella fossa dei leoni. La prima volta Re Dario sigillò col suo anello
l’apertura della fossa. La dimane il Re lo trovò vivo, e Daniele gli disse: -Il
mio Dio ha mandato il suo angelo, e questi ha chiuso le bocche ai leoni, e non
mi hanno fatto male.- La seconda volta il Re Ciro lo fece gettare in una fossa
dove erano sette leoni, ai quali per sette giorni non si diede il pasto
giornaliero consueto. Dopo sette giorni lo stesso Re lo trovò a sedere in mezzo
ai leoni.
Sotto
l’impero di Diocleziano e Massimiliano i santi Gennaro, Festo, Desiderio,
Sosio, Proculo, Eutiche ed Acuzio, venendo esposti alle fiere nell’Anfiteatro
Puteolano, avvenne che queste, dimentiche della loro naturale fierezza, si
prostrarono ai piedi di S. Gennaro.
Eppure
non la finiremmo per ora col fascino: ci sarebbero tante altre cose da
riportare dagli antichi, e noi per brevità ne facciamo a meno.
Diciamo
soltanto che essi credevano potersi esercitare la fascinazione non solo con lo
sguardo, ma anche con la voce. Essi attribuivano straordinari effetti ai canti
magici, che i latini chiamavano Incantationes.
Secondo
essi, le incantazioni esercitavano i loro effetti non solo sulle bestie e sugli
elementi, ma anche sull’uomo, di cui alienavano la mente, e quasi la scacciavano
dalla sua sede. (V. Teocrito Eglog. VIII). Gli effetti di queste
incantazioni essi simboleggiavano nelle Sirene, che col canto attiravano il
passeggiero.
Gli
antichi usavano le incantazioni anche per iscacciare i morbi, siccome riferisce
Omero nell’Odissea, parlando, dei figliuoli di Antioco nel curare la ferita di
Ulisse. Ed i Romani proscrissero le incantazioni magiche, ricordate dalle Leggi
delle XII Tavole: -Qui fruges excantasset: qui malum carmen incantasset-.
Vi è
una miriade di autori antichi che si sono occupati di magia, di fascino,
d'incantazioni; c’é da perdere il senno tra quei volumi polverosi, che popolano
le nostre biblioteche, nel leggere le cose più assurde, più strane, dette con
la massima disinvoltura e credenza di questo mondo. In alcuni momenti par di
sognare, nel veder asserire le più grandi stravaganze, senza che lo scrittore
mostri il minimo dubbio. Noi nel secolo XIX li leggiamo con curiosità,
sorridiamo della loro buona fede, ed a stento possiamo ricavarne ciò che vi sia
di vero, spoglio da tutte le esagerazioni e pregiudizi che lo circonda.
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