|
II.
Quanto più c’inoltriamo a ricercare nell’antichità, tanto
maggiormente troviamo pruove luminose della grandezza dei popoli antichi, che
nelle arti e nelle scienze ci hanno preceduti nelle più grandi scoperte, le
quali, dopo tanti secoli di dimenticanza, oggi appaiono nuovamente innanzi al
mondo stupefatto.
Uno dei più antichi popoli civilizzati furono i Chinesi: a quanto
pare la stampa, la bussola, l’elettricità, la polvere da sparo, l’inoculazione
di pus vaccinico ecc. erano da gran tempo conosciute da quelle genti.
Il magnetismo stesso, per quanto lo si sia voluto rendere moderno,
applicandogli varie denominazioni, non era sconosciuto alle società primitive,
che ammettevano, come ripeté in seguito Mesmer, una relazione fra tutti gli
esseri, e l’influenza dei corpi celesti sui terreni per mezzo di leggi
costanti.
In un’opera Chinese, che rimonta a circa dieci secoli fa, è scritto
come la sposa di un ricco mandarino trovavasi agli estremi di vita e non voleva
esser visitata dai medici, perché aveva giurato di non farsi vedere da alcun
uomo, allorché entrò nella casa maritale. Avendo però assicurato un vecchio
letterato che l'avrebbe guarita senza vederla, questi facendo passare un lungo
bambou attraverso una persiana, lo fece scorrere sul corpo dell'inferma fino a
che le comparvero dei dolori nella regione epatica, ove il letterato tenne per
un certo tempo il bastone fisso, soffiandovi dentro.
Ripetendo questa manovra, a capo di sei giorni l'inferma era
guarita, ed al mandarino, che gli domandava se si era servito della magia, il
vecchio rispose: -La mia arte sta nelle leggi più ordinarie della natura, ed
è, perché tale, sempre efficace. Consiste nel conoscere i mezzi di dirigere le
mie forze nel corpo dell’ammalato, per farle concorrere al ristabilimento della
salute."
Anche il Du Potet crede che l'uso degli amuleti, dei talismani, le
verghe che usavano i maghi, i bramini, i druidi, con cui ottenevano effetti
sorprendenti, non erano altro che manifestazioni magnetiche. Lo stesso può
dirsi delle pietre preziose, dietro l'autorità degli antichi.
Osserviamo un po’ il magnetismo presso i diversi popoli.
Racconta Filostrate, nella vita di Apollonio di Tianea, che gli
Indiani, che prima della venuta di Cristo erano innanzi a tutti gli altri
popoli per civiltà, col semplice tatto ottenevano cure meravigliose. Un giovine
che era divenuto zoppo per una ferita prodottagli al ginocchio da un leone,
essendo stato strofinato leggermente colle mani, se ne andò guarito. Secondo lo
stesso scrittore guarirono egualmente un individuo cieco ed un altro colle mani
paralizzate; ed anche dopo Cristo, dice Borrello, esisteva una setta di medici quae
morbos omnes sola curat insufflatione.
Né presso gli Egizi erano sconosciute le pratiche magnetiche; e se
oggi non ci rimane alcun documento scritto che ce ne istruisca, è perché
coll’invasione romana furono bruciati tutti i libri che gli Egizi scrissero
intorno alla medicina
Facendoci però ad interpretare i loro monumenti, che esistono
oggigiorno, troveremo come quei popoli attribuivano grande importanza alla
virtù curativa delle mani. Appendevano mani di bronzo come voto di riconoscenza
agli dèi che li aveva fatti scampare dalla morte, ed a queste mani, che erano
religiosamente conservate dai sacerdoti, e che niuno poteva toccare, era dato
il nome di manus salutares.
Vediamo come era raffigurata la tavola d’Iside, su cui erano
rappresentati i suoi misteri. Essa si compone di tre personaggi: uno di essi è
disteso su di un letto, un altro gli posa la mano sinistra sul petto e la
destra innalzata ed aperta, mentre un terzo personaggio che sta di fronte al
secondo, guardandolo in viso, ha la mano destra al di sopra della testa, colle
tre prime dita distese e le ultime due flesse; il gesto e la posa di
quest’ultima figura sono molto significanti, e sembra che gli faccia una
raccomandazione.
Presso gli Egiziani vi era una medicina occulta ed una ordinaria:
la prima era esercitata solo dai re, dai grandi dello stato, dai sacerdoti, e
le guarigioni, che essi ottenevano coi loro soccorsi segreti, ci vengono
riferite da tutti gli autori antichi.
Quando Cristo percorreva le città, sanando, veniva accusato dai
pagani di aver rubato agli Egizi i segreti della loro scienza occulta, giacché
vi erano uomini sapienti in Egitto, che operavano non minori guarigioni.
Presso gli Ebrei i ministri del culto erano chiamati profeti
, i quali si occupavano di religione e medicina. Quando il sacerdote volea
benedire il popolo, tenea le mani distese innanzi al volto, ed allorché
pronunziava il nome di Dio elevava le tre prime dita, flettendo le ultime due.
Cristo scacciava il demonio, guariva gli epilettici, i
convulsionarii coll'imposizione delle sue mani.
Il profeta Elia, vedendo il figlio di una vedova di Sarepta in fin
di vita tanto che gli mancava il respiro, lo portò sul letto della camera
dov'egli albergava, - et expandit se atque mensus est super puerum tibus
vicibus.....et reversa est anima pueri intra eum et revixit."[9]
La influenza della mano presso gli ebrei era ancora maggiore,
dappoiché non solo guariva, ma facea cadere in crisi profetiche, ciò che ai
giorni nostri costituirebbe la chiaroveggenza, il dono della seconda vista.
-Dio impose la sua mano ed egli profetizzò".[10]
Nella Caldea i veggenti erano numerosi, e bastava dormire in certi
templi per acquistare il dono della profezia.
In Grecia i medici ed i filosofi ammiravano il sonnambulismo, e se
ne servivano per la cura degli infermi.
Gli oracoli delle sibille e delle pitonesse erano da tutti
rispettati, e Platone dice che la pitonessa non la cede ad alcuno per la
purezza dei suoi costumi e della condotta: -allevata presso poveri contadini,
viene a Delfo per servire d’interprete agli dèi, ed i suoi responsi, benché
sottoposti ad un severo esame, non sono stati tacciati mai di menzogna o di
errore; al contrario la loro esattezza, riconosciuta, ha riempito i templi di
offerenti di tutta la Grecia."
Il tempio di Apollo a Delfo era costruito su di una fessura del
terreno, donde fuoriuscivano esalazioni di vapore solforoso: su quella fessura
si poneva il tripode della pitonessa la quale man mano si agitava, entrava in
estasi, le appariva schiuma sulle labbra e profetizzava.
Al dire di Pausania, il tempio di Ino in Laconiaa era celebre per
gli oracoli, e coloro che ivi si addormentavano, erano illuminati sulle cose
che dovevano loro accadere, e la Dea per mezzo dei sogni, li informava di
quanto desideravano sapere.
Leggiamo in Celio Rodigino:[11]-In
templo Aesculapii, quod in Epidauro est, somnia aegrotos captare solitos,
quibus bonam valetudinem a diis ostensam coniectarent".
Ne si creda che gli antichi ignorassero la spiegazione di questi
fenomeni, ed attribuissero loro una causa sovrannaturale, poiché Aristotile[12]
parlando della sibilla dice essere una donna in preda ad un accesso di
malinconia.
E per la stessa ragione Platone[13] per
aver forse osservato lo stato sonnambolico in cui cadevano queste sibille,
scriveva che gl'ispirati non comprendono nè intendono ciò che essi dicono nei
loro vaticinii.
La virtù medicatrice della mano era riconosciuta pure dai Romani,
ed Apollonio, che visse ai tempi di Cristo, avendo ottenute cure prodigiose
colla semplice applicazione delle mani, passò per un Dio, e come tale ebbe
statue in vita, mentre Cristo non ebbe altari che dopo morto. Vi sono scrittori
di questo tempo che raccontano i miracoli di Apollonio: infatti Filostrate dice
come costui, toccando semplicemente ed abbassandosi su una giovinetta, ch'era
creduta morta, la richiamò in vita.
Ma se a Delfo era celebre la pitonessa, i Romani avevano a Cuma
Campania la non meno celebre sibilla, di cui parla Virgilio[14], la
quale profetizzava senza fallire; e dobbiamo crederlo perché uomini eminenti di
quei tempi e degni di tutta fede lo attestano. Varrone dice che non soffrirebbe
che altri contestasse alla sibilla di aver predette cose utili agli uomini, le
quali si sono avverate sia durante il tempo che essa viveva, sia dopo la morte.
A Roma come in Grecia, i re consultavano le sibille e queste in
molti casi decisero della pace e della guerra. Le loro rivelazioni
sonnamboliche sbalordirono i filosofi, e Plutarco medesimo dice, che nessuno le
potè dichiarare menzognere.
Sotto il regno di Tarcuinio Prisco, o secondo altri di Tarcuinio il
Superbo, si presentò al re una donna, che veniva da parte di una sibilla per
vendergli nove libri. Il re si rifiutò, e colei andò via, ne bruciò tre e si
presentò di nuovo al re, il quale la mandò via per la seconda volta. Ma la
donna non per questo si perdè d’animo, bruciò altri tre libri e con gli ultimi
tre tornò da Tarcuinio, che mosso dalla curiosità li acquistò, pagandoli lo
stesso prezzo che la donna aveva chiesto per tutti e nove. Essi contenevano i Fata
Urbis Romae, di cui parla Plinio. Questi libri erano custoditi nel tempio
di Giove Capitolino, in un sotterraneo, dentro una cassa di pietra, sotto la
cura di appositi uffiziali, detti: -sacerdotes sibyllae-.
|