Capitolo IV Primi casi.
Uno dei risultati delle mie conferenze attraverso
l'Inghilterra fu che un certo numero di dottori, che avevano considerato la
questione con mente aperta, ricordavano le mie battaglie e, alla fine, quando
avevano un caso che non rispondeva ad alcun trattamento, ricorrevano a me e mi
mandavano i loro malati. In tal modo mi furono sottoposti diversi casi che nessun
mezzo umano poteva guarire; perchè, come già dissi, io non sono l'Onnipotente.
Non pretendo certo di poter guarire tutte le malattie. Ma sostenevo e sostengo
che in tutti i casi di malattie funzionali, l'ipnosi può essere di utilità,
anche se non si può ottenere la completa guarigione.
Certo i casi passatimi dai medici e da me guariti,
quando invece erano stati giudicati inguaribili, attrassero molto l'attenzione
dei professionisti, sebbene io possa rilevare che simili casi non furono
riportati dalla stampa medica, da parte dei medici interessati, con quella
frequenza che a mio parere la lealtà richiedeva. Perciò in quei giorni mi dovevo
contentare di piccole concessioni, e principiando ad essere conosciuto per la
guarigione di svariati casi, venni a contatto con un certo numero di persone a
cui potevo rendere servigio.
Uno dei casi che molto servì a portare la scienza
ipnotica a conoscenza del pubblico fu quello di Alfred Thomas, che guarii a
Hackney l'8 Ottobre 1905. Thomas era ben conosciuto negli ospedali di Londra,
essendo stato ricoverato in molti di essi. Fu dimesso dallo Spedale di Charing
Cross come incurabile. Soffriva di paralisi al braccio sinistro e la malattia
si era propagata alle gambe che, al tempo in cui lo conobbi, erano più o meno colpite,
e questo da circa nove mesi. La sua guarigione fu istantanea. Lo posi in sonno
profondo e, col solo potere della suggestione, gli resi l'uso delle braccia e
delle gambe. Chiunque dubitasse della verità di quanto dico può verificare i
fatti da se stesso. Ecco perchè ho indicato il nome del paziente. Il caso fu
riferito dalla stampa dell'epoca. Non vi fu nulla di miracoloso in quanto io
feci, sebbene molti lo considerassero come un miracolo. In quei tempi una
simile guarigione era un fenomeno abbastanza nuovo. Oggi è un luogo comune
della mia professione.
In Francia le operazioni chirurgiche si fanno
spesso senza anestetici su pazienti ipnotizzati. Questo non è permesso qui in
Inghilterra. Ma ho ipnotizzato un paziente per l'estrazione
di denti ed il caso è riportato dal Medicai Times
e dalla Hospital Gazette (giornale ufficiale dell'Associazione Medici e
Chirurghi e della Società dei Farmacisti) e quindi la sua autenticità è
garantita. Faccio seguire la citazione non perchè sia un caso saliente, ma perchè
può servire di preparazione ai casi più spettacolosi che debbo ancora riferire.
La lettera scritta dal dentista che eseguì l'estrazione dice : « Signore,
I fatti che seguono possono essere d'interesse per i vostri
lettori. Il 6 Aprile 1907 feci varie estrazioni ad un giovane di 20 anni che
era stato ipnotizzato dal Sig. Alex. Erskine.
Estirpai radici del secondo bicuspide del lato
destro della mascella superiore ; radici del secondo bicuspide del lato
sinistro della mascella superiore e tutto il primo bicuspide del lato sinistro
della mascella superiore sviluppato fuori dell'arco. Usando l'anestetico le
dette estrazioni si sarebbero potute fare solo nel periodo di anestesia totale.
Mediante l'ipnosi invece io lavorai con calma incidendo prima le gengive,
avanti di tentare le radici ; quindi il Sig. Erskine istruì il paziente di
sciacquarsi bene la bocca per toglierne il sangue perchè non avesse ad impedire
la vista delle radici. Il paziente obbediva all'ipnotizzatore
intelligentemente, ed io procedeva alle estrazioni piano e con deliberazione,
sorvegliando sempre il paziente per scoprire ogni riflesso dei muscoli, e
tastandogli il polso che rimase sempre perfettamente regolare. Non percepivo
neppure il minimo batter delle ciglia, cosa che aviene usualmente con molti
anestetici. Non v'era alcuna rigidità ; lo stato del paziente poteva
paragonarsi a quello di un sonno naturale e pacifico. Credo fermamente che
avrei potuto estrarre tutti i suoi denti senza ch'egli sentisse il minimo
dolore o avesse coscienza di ciò che succedeva.
Al risveglio parve accorgersi appena di avere
subito un'operazione, per quanto si fosse abbandonato all'influenza
dell'ipnotizzatore allo scopo di farsi estrarre i denti. Egli testificò di non
aver provato alcun dolore né impressione penosa a causa delle ferite,
essendogli stato suggerito, prima di destarlo, che non avrebbe risentito
nessuno dei soliti effetti
postumi delle estrazioni.
Vostro B. J. BONNELL
Membro della Società Odontoiatrica della Gran
Bretagna ; Membro dell'Associazione Dentaria Inglese ; Membro della Società
Dentaria Americana d'Europa.
Poco dopo dovevo superare una prova di ben
differente calibro. Anche ora, ripensando ad essa, dopo tutti questi anni di
pratica, la considero come uno dei casi più importanti. Ricordo che allora ebbi
la sensazione che la mia carriera era finita prima ancora di essere bene
iniziata, perchè sapevo che, se non avessi ottenuto una qualche guarigione, si
sarebbe sostenuto che la mia teoria aveva fallito di fronte alla prima prova
veramente importante.
Anche questo caso mi fu sottoposto da alcunimedici;maadifferenzadelcaso di Alfred Thomas che fu trattato
privatamente, dovevo ora fronteggiare una prova pubblica, in uno spedale,
preparata dai medici che avevano avuto in cura il malato. Il caso mi fu
comunicato da un dottore, oggi ben noto medico di Londra, che era fra i più
scettici uomini di medicina riguardo alle mie affermazioni sull'ipnotismo. Il paziente trovavasi nell'infermeria
di
Glascow, ed era stato diagnosticato come sofferente
di artrite reumatica. Si trovava all'ospedale, credo, da qualche settimana, e
non aveva ottenuto alcun giovamento delle cure usategli. Era la disperazione
dei dirigenti, ed era considerato come inguaribile senza alcuna speranza. Mi
erano già capitate varie cure di reumatismi, ma cose da poco ; niente certo da
comparare al caso presente. Eppure era il caso di dire :« o vincere o morire »
; per cui mi decisi di andare a Glascow. Mi attendevo qualche cosa fuori
dell'ordinano e così era infatti. Il malato era in uno stato impressionante,
peggio di quanto immaginassi. Nelle giunture si erano formate rilevanti
adesioni gravemente infiammate, gonfie e dure, con dolore intenso, ed il
paziente poteva solo a gran stento far qualche movimento. Egli fu portato nella
sala operatoria e posto sul tavolo. Lo esaminai, circondato dai medici e dalle
infermiere, e mi tornò la fiducia che era svanita appena l'avevo visto. Mentre
mi chinavo su di lui, cercai di sussurrargli la domanda se era disposto a
lasciarmi tentare la guarigione. Ero deciso a rinunciare alla prova se si fosse
dimostrato riluttante, cosa ch'io credo mi augurassi nel mio ìntimo.
« Credo » dissi « che potrò riuscirci ». Egli con
un sorriso acconsentì alla prova.
« Si » dissi girandomi verso gli altri, « accetto
questo caso, ma a condizione di essere lasciato solo col paziente. » La domanda
inattesa sconcerto un poco gli astanti che sollevarono qualche
obiezione ; io restai fermo ; ero tornato del tutto fiducioso e sicuro di me
stesso. Più esaminavo il malato e più si rafforzava tale fiducia. Ripetei che
se non mi lasciavano solo avrei rifiutato di procedere nell'esperimento. Non
dico che oggi adotterei tale attitudine, anzi dirò di no ; ma ricordiamo che in
quei giorni io stavo combattendo per la mia fede ipnotica, per così dire, e
sentivo che tutta quella gente mi era del tutto ostile, slealmente ostile. Non
volevo certo che mi disturbassero con delle domande nei momenti critici del
trattamento. Alla fine cedettero.
Allora parlai al paziente ; gli dissi che tutto
ciò che desideravo da lui era di addormentarsi dietro mio suggerimento, ed al
risveglio sarebbe stato guarito. Dapprima credeva lo volessi anestetizzare e
quando capi che non intendevo fare nulla di simile, stentava a credermi.
Infatti a quei tempi il mio peggior nemico era la semplicità del procedimento.
Dopo tutto quello che egli aveva penato, egli mi disse, era quasi incredibile
ch'io potessi guarirlo con mezzi così infantili. Una volta convintosi che
dicevo il vero egli fu presto addormentato. Ma questa volta non lo lasciai
riposare, bensì lo misi in stato di « trance » che è il più profondo sonno
ch'io conosca. Non si trattava questa volta di ricondurre il subcosciente al
posto che gli compete nella vita umana, poiché le adesioni alle giunture non
erano funzionali, ma bensì organiche e non pretendevo di
poter guarire, come non lo pretendo adesso, le malattie organiche, ammenoché
non siano causate da disordine funzionale. E, secondo me, questo era appunto il
caso, cosicché per ottenere la guarigione io dovevo spezzare queste adesioni.
Infatti anche se avessi ridato al subcosciente la sua giusta funzione, il
paziente sarebbe rimasto storpio finché permanessero le adesioni e non si
sarebbe potuto parlare di guarigione.
Lasciai il mio uomo nello stato di trance per
alcuni minuti prima di andare avanti. Quindi, toltami la giacca, mi misi al
lavoro ; fu un tremendo lavoro. Una per una dovevo rompere le adesioni a viva
forza fìsica. Lavorai varie ore, così almeno mi parve. Egli nella sua trance
fece tutto quel che poteva per aiutarmi. Usai di tutta la mia forza laddove il
suo potere era insufficiente, lavorando e riposando per ricuperare le forze, e
si che ero un uomo robusto a quei tempi ; finché non fui esaurito. Allorché
alla fine ebbi spezzata l'ultima adesione ero madido di sudore e tremante dalla
stanchezza, da non potermi reggere in pedi.
Feci rientrare nell'aula i dottori e gli altri
assistenti i quali fecero muovere le braccia e le gambe del paziente e tutte le
altre giunture che nessuno da tanto tempo era stato capace di far piegare, e
rimasero stupefatti. Allora parlai al malato tuttora in trance.
« Al vostro risveglio » gli dissi « non risentirete alcun dolore, e sarete capace di muovere le
giunture come ogni uomo sano ; riacquisterete la vostra forza e non soffrirete
alcuna conseguenza del trattamento ora applicatovi. » Quindi gli comandai di
muovere le membra vigorosamente, di agitare le mani ed i piedi liberamente, ciò
che egli fece in modo perfetto; poi lo lasciai riposare. Dopo lungo riposo lo
risvegliai suggerendogli ancora una volta quanto già detto circa il suo stato
posteriore al risveglio.
Quando lo destai egli era a letto ed avendogli uno
dei medici dimandato quali movimenti fisici egli fosse capace di fare, egli
rispose movendo le sue membra liberamente come se non fosse mai stato malato.
Ciò che temevo assai erano le conseguenze : lo svilupparsi dell'infiammazione
che mi aveva così ostacolato nella sala operatoria. Ma anche qui agi la
suggestione, avendo insistito nel suggerirgli che doveva diminuire rapidamente
al suo risveglio, ed infatti gradualmente scomparì. Egli ci disse che non
sentiva alcun dolore ne effetto nocivo, ed infatti non fu necessario
prescrivergli che il riposo. Non gli fu somministrata alcuna medicina ma solo dell'acqua
colorata come lenimento
mentale.
Rimase in letto cinque settimane e quindi fu
dimesso come guarito. Trovò presto un'occupazione, mi dissero, in un garage,
come meccanico, e quando ebbi sue notizie più tardi continuava nel suo lavoro
senza alcun ritorno dell'antico malanno.
Ho nominato più su uno stato di sonno da me
chiamato « trance » ; nome che richiede una spiegazione. Pare vi siano diversi
stati di sonno ipnotico. Ma, in linea generale, si possono ricondurre a tre :
il sonno leggero, il sonno profondo (nel quale i soggetti obbediscono ed
eseguiscono gli ordini dell'operatore) ed infine la « trance » o stato
catalettico in cui sopravviene la totale anestesia dei nervi, e cessa ogni
funzione del corpo, ad eccezione degli organi che preservano la
vita.
E essenziale tener presente che non è lo stato di
sonno in sé che causa la guarigione. Ho constatato che se riesco ad ottenere il
completo controllo dei nervi motori del paziente allo stato di veglia mi è
possibile comunicare col suo subcosciente proprio come se egli fosse
addormentato. Vi furono infatti molti che, per una ragione o per l'altra, non
potevano cadere in sonno e che pure guarii da varie malattie. Difatti, in uno
stato perfetto di esistenza, sono quasi certo che non ci sarebbe bisogno alcuno
del sonno nel caso di malattie funzionali. Ma nella maggioranza dei casi, per
ottenere una completa guarigione, ho constatato la necessità di porre il
paziente nello stato di sonno.
Il differente stadio di sonno da adoperare dipende
dall'importanza della cura da fare. Generalmente è sufficiente il secondo grado
nel quale il paziente può conversare coli'operatore ed aiutarlo in tutti i modi
desiderati.
Il primo stadio è poco più di una semi-coscienza ; il secondo è come il primo ma molto più
profondo, e mediante esso l'operatore è in grado di controllare il paziente. Il
terzo è uno stato che nessuno finora può comprendere pienamente, che si usa per
le operazioni più importanti e durante il quale si possono realizzare i più
notevoli fenomeni. Di esso ci si deve servire nelle operazioni chirurgiche, e
di esso feci uso nel caso dell'uomo di Glascow affetto da artrite reumatica, e
solo in pochi altri casi durante la mia carriera. Teoricamente questo stato di
sonno non differisce punto dagli altri, per quanto si riferisce al
funzionamento del subcosciente. Non so se esso metta in giuoco qualche forza
che non sia possibile raggiungere che scendendo, per così dire, nelle
profondità dello spinto. In tutti e tre gli stadii sembrano essere presenti la
stessa tecnica, lo stesso modo di comportarsi nelle circostanze emergenti, le
stesse condizioni. Ma nello stato più profondo si manifestano fenomeni fisici
differenti da quelli dei due stati più leggeri. Il corpo acquista una forza di
rigidità irraggiungibile, per quanto io sappia, con qualsiasi altro mezzo. Gli
occhi si voltano in su come avviene nel sonno naturale, e sopravviene la
completa anestesia dei centri nervosi, sì da poter effettuare operazioni
chirurgiche senza coscienza da parte del
paziente.
Mentre nel primo stadio del sonno ipnotico vi è, o
può esservi, un parziale ricordo di ciò
che succede, nel secondo e
terzo stadio
nessun ricordo rimane al ritorno della coscienza.
Nello stato più profondo si può fare eseguire al soggetto azioni muscolari impossibili
per lui nello stato normale di veglia. Io ho posto un uomo su due seggiole, la
testa sulla spalliera di una ed i piedi su quella dell'altra senza alcun
sostegno nel centro. Mentre allo stato di veglia non avrebbe potuto
sostenervisi neppure un secondo, non solo lo mantenni così sospeso per un tempo
considerevole ma, mentre era in questa posizione, gl'imposi di sopportare sul
suo corpo due uomini ad un tempo i quali gravavano con tutto il loro peso sulla
parte centrale del corpo che non aveva alcun sostegno. Il paziente che, come è
ovvio, sapeva quello che avevo intenzione di fare fin da quando lo addormentai,
era un collaboratore volontario negli esperimenti che allora compievo, e mai
ebbe a soffrire conseguenze dannose a
causa dei medesimi.
Debbo insistere sul fatto che questi stati di
sonno sono tutti assolutamente normali, anche il più profondo. Non mi sono
ancora imbattuto in un singolo caso in cui si sia notato di poi il minimo
effetto dannoso. Il primo stadio invero, quello del sonno leggero, ho
riscontrato essere benefico per se stesso in vari casi lievi ; il sonno
profondo invece è utile nei casi di mal di mare anche senza imporre alcuna
suggestione. Ma il valore capitale dello stato di profonda ipnosi sta nel suo
impiego nelle operazioni chirurgiche e nell'epilessia. In quest'ultimo caso è di grandissima utilità. Ho
mantenuto dei pazienti addormentati per un giorno intiero ed anche più
guarendoli da spaventose sofferenze nervose, mentre dormivano placidamente,
sognando tutto quello che suggerivo loro di sognare. Ecco il riposo per gli
stanchi di mente e di corpo.
Uno dei miei primi casi fu quello di Gertie Yates
di Catford. Aveva nove anni quando me lo portò Miss B. Gardener che l'anno
prima avevo salvata da un grave esaurimento nervoso, e che godeva
d'un'importante posizione pubblica in Camberwell. Gertie Yates era nata cieca.
Il padre suo ne fece testimonianza in vari giornali dell'epoca in risposta ad
alcuni tentativi fatti per gettare dei dubbi sul fatto, appena resa pubblica la
notizia della guarigione. Il caso mi apparve disperato. La bimba era stata
dimessa da parecchi ospedali come inguaribile. Era stata accettata alla Scuola
L. C. C. per i ciechi dove apprese il sistema di lettura Braille. Meditai a
lungo su questo caso prima di tentarne alfine la guarigione. Non adottai alcun
metodo eroico anche perchè non ne conoscevo nessuno adatto. Non c'era che da
addormentare la malata e lasciare che ella fecesse il resto. Posi Gertie Yates
in stato di sonno e le suggerii che ci vedeva. Con mia grande meraviglia disse
che era vero ed a stento io stesso potevo crederlo. Davvero che anche oggi
tremo a pensare quale rischio io corsi dubitando dei miei poteri al riguardo,
poiché ho constatato che non basta che il paziente voglia la guarigione e vi si
presti ; ma è necessario che io pure creda in essa. Non capisco perchè la mia
fede sia indispensabile, ammenoché non vi sia un qualche potere telepatico nel
subcosciente mediante il quale la mia fiducia viene trasmessa al paziente. Ma
se così stanno le cose come va che io possa guarire uno che non cade in sonno e
non riesca a guarire altri che desiderino di credere e di essere guariti, e
malgrado che io creda di potervi riuscire ? Queste cose io allora non le
conoscevo avendole poi apprese per esperienza. Gertie Yates durante la trance
mi disse che ci vedeva ed era vero. Quando, dopo poco, la destai, mi provò di
vederci bene come me, descrivendomi le cose contenute nella stanza. Non credo
che io dimenticherò mai quegli istanti del suo risveglio, ne che sia possibile
capire ciò ch'io provai allora, se non passando per un'identica prova. Per un
attimo ella rimase immobile. Quindi si girò nella poltrona guardando attorno
nella stanza ; si voltò verso di me restando muta. Alla fine « £ lei ? » disse,
ed accennando al mio volto « è una faccia codesta ? »
« Si »
risposi.
« Me la lasci toccare ».
Così fece e poi toccò il proprio viso, palpandolo
in ogni parte, come aveva allora fatto col mio.
« Oh, si è vero » disse « è come la mia », e
codesti sono i capelli ? Ma non sono come i miei !
I miei sono lunghi. E codesto cos'è ? » indicando un
quadro, e così fece per tutti gli oggetti della stanza. Il sole e l'erba del
giardino furono una particolare sorgente di maraviglia per lei, e lo specchio
alla parete fu forse la cosa più stupefacente di tutte. Non credo che avrò mai
un ricordo più commovente di quello della ragazzina, nella cui mente albeggiava
il convincimento di essere come tutte le altre bimbe e che il tempo delle
tenebre era passato per sempre. Quando potè pienamente realizzare il suo nuovo
stato, cessò di parlare e scoppiò in pianto dirotto.
A quel tempo la guarigione destò grande scalpore
nella stampa, ma debbo ora ripetere quanto già dissi insistentemente allora e
cioè che questa guarigione non fu niente di notevole, non fu che un'ordinaria
manifestazione dei principii normali dell'ipnosi, come può capire da sé chi ha
seguito puramente i fatti finora esposti in questo libro. Gli occhi della
signorina Yates, o meglio il loro squisito meccanismo, era intatto. Vi era la
retina, ed il nervo ottico ; non mancava che la « volontà » di fare agire
questi due di concerto, di richiamare alla superficie il subcosciente per
interpretare gli oggetti nella retina, trasmettere codesti oggetti dalla retina
al cervello. Notate la parola « volontà » essa è importante. Non v'è
dubbio che la signorina Yates « desiderava » vederci, anzi è certo che «
voleva » vederci facendo del suo meglio per riuscirci. La sua cecità era
dovuta al
fatto di non poter comunicare col suo subcosciente
e « comandargli » di obbedire al suo invito. « Ma » dirà qualcuno, « e
chi è di noi che fa in tal modo ? Noi non sappiamo nulla riguardo al
subcosciente, specialmente nella nostra infanzia ; queste cose si fanno
istintivamente » E vero, ma la Natura è multiforme. Se potessimo conoscere
tutte le sue vie potremmo forse difenderci dalla morte stessa. La mia opinione
è che il meccanismo ottico della Yates era intatto quando la visitai ; intatto
come un impianto elettrico quando l'elettricista l'ha ultimato, non mancando
che da abbassare l'interruttore principale per collegare l'impianto domestico
colla linea esterna. Io non feci che abbassare l'interruttore. Reintegrai il
subcosciente al suo giusto posto nella vita della malata. Può darsi che, anche
a sua insaputa, ella albergasse un dubbio sulla sua capacità di vedere. Ripeto,
la fede a fior di labbra è inefficace e non si può ingannare il subcosciente.
Io riuscii ad immobilizzare la coscienza, e toltala di mezzo il dubbio fu
bandito. Ecco dov'io giunsi. Non trovai alcun impedimento nel mio discorsetto
col subcosciente e la guarigione ne fu il logico risultato.
Un altro caso di cecità illustra ancor meglio
questo punto poiché, sebbene dimostri che l'ipnosi non può fare miracoli, prova
altresì quale meraviglioso potere risiede nel subcosciente per risvegliare
l'azione della Natura, purché vi sia una qualche possibilità in proposito.
Una vedova mi condusse il suo figlioletto che per
un penoso impedimento della favella poteva parlare a stento. Era il suo unico
figlio ed invece di attendersi di avere da lui un aiuto in un prossimo
avvenire, non aveva altra prospettiva che di dover lavorare di più per
sostenerlo. Egli cadde presto in sonno e dopo pochi minuti cosi gli
parlai :
« Tu puoi ora parlare bene come me ; orsù parlami
! » Ed egli parlò. Tenemmo una lunga conversazione ed il suo eloquio era
perfetto. Lo lasciai riposare un poco così addormentato, mentre io parlavo
colla madre per spiegarle che non ero un mago. Ella diceva :
« Lei non ha provato a guarire la sua paralisi. Il
braccio sinistro è paralizzato dalla nascita e sebbene abbiamo tentato un
mucchio di cure all'ospedale, nessuno ha potuto far nulla per lui. » Mi volsi
verso il ragazzo :
« Alza il braccio » gli dissi, ed egli obbedì. «
Ora tieni questo libro » e lo fece. « Ora muovi il braccio ed abbi forza in
esso ; tu lo puoi fare, sai
».
Dopo poco lo svegliai. Parlava bene quanto me e
poteva afferrare un bastome. Oggi il suo braccio è tornato normale e sta
crescendo rapidamente. Ma non posso guarirgli del tutto la mano perchè un
chirurgo nel tentativo di guarirlo, nei primi stadi del male, per un errore
operatorio gli incise uno dei piccoli tendini e due dita restarono per sempre
anchilosate.
Incoraggiata da quanto aveva ottenuto per il
ragazzo, la madre mi chiese se potevo aiutare anche lei. Aveva, pare,
un'affezione agli occhi ed andava perdendo gradualmente la vista. Un occhio era
già completamente perso.
« Vuole lasciarsi addormentare ? » le chiesi.
Acconsenti. Dieci minuti dopo la destai e ci vedeva, sebbene non abbastanza da
poter leggere i caratteri piccoli a stampa. Eppure era contenta. Povera donna !
Quando il mattino di poi si alzò la vista era scomparsa di nuovo dal suo
occhio. Mi recai all'ospedale dov'era degente ed appresi che soffriva di ciò
che si chiama « atrofia bianca » dell'occhio. Ella non aveva retina affatto,
almeno fin dove si poteva scorgere, ed il suo caso quindi era senza speranza.
La meraviglia si era, non che avesse riperduto la vista dopo ventiquattr'ore,
ma che le fosse ritornata per un momento.
Come ho già spiegato, non è possibile guarire
malattie organiche eccetto quando esse siano sensibili ai miglioramenti
funzionali. E ovvio che io non posso rimpiazzare tessuti consunti. Eppure
questo è ciò che tentai di fare nel caso che segue, per quanto non
scientemente, caso che illustra forse più vividamente di qualunque altro
capitatomi il potere immenso del subcosciente e lo sforzo possente che fa la
natura per tornare alla normalità, anche sotto le più difficili condizioni. Si
trattava di una bimba che ora vedo spesso perchè, essendo soggetto
particolarmente buono, mi è servito in parecchi
casi
sensazionali che racconterò più avanti.
Cesarina Catterno era nata cieca ed è per questo
che la conobbi la prima volta. La misi in sonno e la suggestionai nel senso che
al suo risveglio ci vedrebbe perfettamente, e poi la destai. Per un po' rimase
ferma guardando attorno nella stanza senza parlare. Sapevo che la vista le era
tornata ma sentivo che era successo
qualche cosa che non capivo.
« Ci vedi ora ? » le chiesi indicando un
quadro appeso al muro. «E quello ? » indicando successivamente la
finestra, la stufa, uno specchio ed altri oggetti. Li vedeva tutti, ma pure
capivo esservi un qualche cosa che non andava. Presi un libro.
« Oh buffo ! » esclamò mentre l'aprivo. Le
domandai se vedeva la stampa. Rispose di no ; infatti non vi scorgeva nulla.
Questo mi rendeva perplesso e fissai subito un appuntamento col più eminente
oculista del tempo dal quale mi recai insieme alla Catterno. L'oculista esaminò
l'occhio. «Non posso far nulla per lei » disse « non dovrebbe vederci affatto,
e gli occhiali non possono esserle di alcun aiuto. » E non potè credere
all'asserzione della ragazza che diceva di vederci, finché non ne ebbe la prova.
Infatti ella era del tutto mancante della retina. Nell'angolo esterno degli
occhi, si scorgevano con difficoltà due piccole placche. Colla suggestione ero
riuscito in qualche modo a congiungere queste col cervello.
Questo caso è così, fino ad un certo punto,
uguale al precedente,. colla differenza che nel
caso della Catterno era rimasto un pezzetto del tessuto col quale operare. Ma
una parte non può fare le funzioni del tutto. Per una vista perfetta è
necessaria tutta la retina e la Catterno, sebbene potesse vedere le cose poste
ad una certa distanza, non poteva aggiustare la vista sulle parole stampate ;
questo almeno quando la visitai l'ultima volta, poiché ho saputo qualche tempo
dopo che cominciava a farlo. Per molto tempo rimasi in contatto con lei e
spesso mi veniva a trovare, ed un giorno mi disse che imparava a ballare, ma
che trovava diffìcile eseguire alcuni passi. Avendole detto che forse potevo
aiutarla si dichiarò prontissima a farsi addormentare, e sotto l'influenza
della suggestione eseguì i passi perfettamente e con facilità. Da desta poi
ballò a più riprese e fu capace di eseguire i passi difficili con esattezza e
senza esitazione, ed anzi era capace di ballare più artisticamente e
graziosamente di prima. Quando ebbi sue notizie in seguito lavorava in teatro,
guadagnandosi da vivere come ballerina ; occupazione ottenuta unicamente per il
rapido miglioramento ed il progresso raggiunti dopo la sua ultima visita ed il
trattamento ricevuto. E non credo che potrò mai dimenticare la commozione che
provai la prima volta che la vidi in un teatro di Londra mentre il pensiero
correva al giorno in cui ella venne da meperlaprimavolta,ciecaequasiincapace di camminare da sola.
|