Capitolo III Storia personale.
Mi èstatospessodomandatocom'iosia giunto all'attuale mia
occupazione, ed anche a rischio d'interrompere lo svolgimento della mia
trattazione, voglio esporre la serie di eventi che mi condussero ad essa. Sarà
più facile, incidentalmente, rendere ancor più chiari alcuni punti già toccati ed
altri ancora da sviluppare.
assai facile il senno di poi ; ma da gran tempo
sono giunto alla conclusione che il potere ipnotico da me posseduto è in gran
parte ereditario. Mia madre, credo, ne fosse in possesso, per quanto non si
curasse di usarlo se non nell'esercizio del suo fascino personale che ai suoi
giorni la rese famosa. Suo fratello, mio zio, figlio di Judge Brodie di
Edimburgo, attaché della Legazione Inglese a Costantinopoli, possedeva senza
dubbio il potere ipnotico in grado elevato ; sebbene non ne facesse esercizio
com io faccio al presente a scopo terapeutico sopra gli uomini. Si limitava ad
animali, ad
uccelli, e mi ricordo bambino incantato a
guardarlo giocare con essi. Li guardava quietamente ed essi arruffavano le
penne, buttandosi a pancia all'aria, colle gambe stecchite, restando come morti
finché egli non dicesse di alzarsi. Era, com'egli diceva, un giochetto di
società, e gliel'ho visto fare tante volte per spasso degli amici. Ma non fu
che assai più tardi che mi balenò il pieno significato di esso.
Tornando indietro col pensiero mi tornano alla
memoria tanti episodi che allora riguardavo come giochetti, ma che ora capisco
ebbero un'immensa portata nella mia vita. Uno si riferisce a dei porri che
avevo nelle mani, tredici per essere precisi, i quali malgrado tutte le
bruciature con caustici, od altri trattamenti ordinati dal medico, non volevano
andarsene. Un bel giorno la mia vecchia nutrice perse la pazienza coi dottori e
le loro cure. « Portami un metro di filo » mi disse. Ne trovai un po' nel
cestino da lavoro di mia madre. « Non vorrai mica strapparmeli coi nodi, vero ?
» domandai ; ma non avevo ragione di temere. Prese il filo e con una delle
estremità toccò leggermente ogni porro, contandoli man mano che li toccava, con
fare di vecchia strega. Poi con misteriosa deliberazione, guardando fisso ogni
porro, quasi volesse gettare su di loro un incantesimo, fece tredici nodi nel
filo, uno per porro. Io cominciavo a sentirmi impaurito. Infine ella si mise il
cotone annodato in bocca.
« Ma vuoi soffocare ! » gridai allora del lutto
eccitato.
« No » replicò con tutta calma. « No, ora metto
questo filo sottoterra; quando sarà marcito l'ultimo porro sarà sparito senza
lasciare nessun segno e mai più ti torneranno. »
Colla dovuta cerimonia ella sotterrò il filo nel
giardino mentr'io la guardava impaurito. Non feci altre cure per i miei porri,
ma dopo dieci giorni tutti erano scomparsi ; non lasciarono alcun segno e mai
più tornarono. Per la mia giovine mente incolta tutto ciò era magìa ; oggi so
che era solo un'applicazione della suggestione, e la suggestione (o ipnotismo,
come volete chiamarlo) non è magìa. £ una verità scientifica accettata.
Non mi scuso di non aver subito tratto
l'insegnamento dovuto. Quanti di noi son capaci di apprendere alla prima le
lezioni della Natura ? La conoscenza è il risultato dell'analisi e della
comparazione. £ potevo io, semplice bimbo, riavvicinare questi due fenomeni per
analizzarli e trarne il loro insegnamento ? A quel tempo, mezzo secolo fa, la
suggestione era praticamente sconosciuta, per quanto non fosse affatto nuova,
come ho già accennato.
Era necessario un fatto ancor più stupefacente per
svegliare in me la scintilla della conoscenza. Fortunatamente esso mi capitò
presto.
Per affrettare la mia convalescenza, dopo una
grave malattia, mio padre mi mandò nelle
lontane foreste del Canada, dove un nostro amico
possedeva un padiglione. Si faceva vita all'aperto, pescando, cacciando e
vagando per i boschi. Un giorno persi il mio amico. Lo chiamai inutilmente ;
sparai anche quattro colpi di fucile uno dietro l'altro, segnale di pericolo da
noi convenuto, come usano fare i ragazzi vogliosi di essere pronti a tutte le
evenienze e di dare il piccante alla vita giornaliera. Ma nessuno rispose»
Assai inquieto, cominciai a perlustrare i boschi ed alla fine, in un piccolo
spiazzo, non più lungi di cento metri da dove ero io, vidi l'amico mio in
piedi, dritto stecchito, che guardava fisso innanzi a sé. Lo chiamai di nuovo,
senza ottenere risposta ; allora gli andai incontro e lo toccai. Non si mosse ;
era addormentato. Sentii un lieve rumore ; mi volsi e, sul terreno, a
circa un metro di distanza, col capo eretto, la lingua forcuta vibrante, vidi
un serpente. Non ho paura dei serpenti e abbrancato il fucile mi precipitai su
di esso e lo uccisi prima che fuggisse. Il quel momento Strickland, il mio
amico, si destò. Mi volsi verso di lui mentre stava sbadigliando e
stiracchiandosi.
« Hai corso un bel rischio » dissi.
« Che rischio ? » domandò incredulo.
« Si ;
il serpente »
« Che serpente ? Non c'è nessun serpente. »
E solo dopo che ebbi estratto il rettile dal
cespuglio (era lungo circa un metro e mezzo) Strickland credette.
La verità era che (ed allora grazie a Dio lo
capii) egli era stato ipnotizzato dal serpente. Ero spesso rimasto perplesso
pensando alle donnole ed agli ermellini che affascinano i conigli e gli
uccelli. Anche in questo caso si trattava della fascinazione di un animale
sopra un altro, e quest'altro era un essere pensante e senziente ; l'uomo, l'animale
superiore a tutti. Strickland era stato ipnotizzato, non v'era alcun dubbio.
Non aveva sentito ne le mie grida, ne le fucilate pur essendo rimasto sempre a
neppur cento metri da me. Nulla sapeva del serpente e non era in grado di darmi
alcun ragguaglio su quanto eragli occorso. Allora tornai colla mente al potere
di mio zio e della mia nutrice riguardo ai porri, e collegai i tre fatti in uno
schema di ragionamento : « uomo sopra animali ; animali su uomo ; uomo sopra
altri uomini ; perchè no ? » Il caso della mia nutrice non era forse una
manifestazione dello stesso potere, colla differenza che non mi addormentai ?
Che cos'era questo potere ? Come si poteva riconoscere ? Ne
ero io in possesso ? Poteva essere coltivato ? Presto dovevo apprenderlo.
Strickland aveva una sorella, una graziosa
ragazzina, tra i 16 ed i 17 anni. E inutile dire che fummo ben presto buoni
amici e che le raccontai con dettagli pittoreschi l'avventura di suo fratello.
Mi par di vederla, seduta nel padiglione, mentre le raccontavo per l'ennesima
volta come rintracciai suo fratello.
« .... lì, » dicevo « era il serpente ; egli pròtendeva il capo agitandolo da destra a sinistra
coi suoi occhietti brillanti e pungenti, movendosi piano piano ; così.... » E
così dicendo la guardavo fissa, movendo pur io il capo lentamente da un lato
all'altro e riproducendo i movimenti del serpente che stavo descrivendo, senza
mai distogliere il mio sguardo dal suo. Un insensibile languore parve prenderla
; il suo respiro era dolce e profondo. Mi accorsi di tutto questo in men che
non si dica e mi balenò un idea : « Dorme ». Spinto da non so quale impulso
pensai di tentare una prova. Dolcemente ma con fermezza comandai : « Dormi,
dormi, dormi. » Ella chiuse dolcemente gli occhi, si adagiò sui cuscini della
poltrona e rimase immobile, eccetto il respiro profondo e regolare. A questo
punto mi sentii invaso dalla paura. Che avevo mai fatto ? Si sarebbe svegliata
? Ero capace di destarla ? E se le fosse capitato qualche malanno ?
Fortunatamente non persi la testa. Mi ricordai di come mio zio faceva a
svegliare gli uccelli, così dolcemente. Allora le parlai ancora quietamente ma
con fermezza :
« Svegliati.... svegliati.... svegliati. » Non
credo di aver mai tanto ringraziato Dio quanto allora quando, con un sospiro,
ella riacquistò la coscienza. Si passò le mani sugli occhi, li aprì e saltò in
piedi. Poi vedendo forse il timore dipinto nel mio viso, disse : « Che è successo ? Tira avanti. » E, come se
nulla fosse avvenuto, finii il racconto. Per molti giorni nulla le dissi
dell'incidente, e quando lo feci ella nulla ricordava. E ci volle del bello e del buono per farle
credere la verità.
In quell'epoca all'incirca cominciò a svilupparsi
in me, senza alcun sforzo da parte mia, un singolare fenomeno che già avevo
notato da vari anni. Mi accorsi di avere un certo potere di lenire il dolore.
Non sapevo che cosa fosse questo potere ; i miei amici spesso se ne servivano a
loro vantaggio ed io mi prestavo di buon grado, senza sforzarmi di capire che
cosa fosse. Il mio metodo era assai semplice. Se un amico aveva il mal di
testa, o di denti, od una nevralgia o simili, gli mettevo la mano destra sul
plesso solare (il punto ove terminano le costole) e la sinistra sulla parte
dolente : dove le mani facevano contatto si sviluppava un forte calore che
risentivo pure alle mie mani. In pochi minuti questo calore si cangiava in un
forte formicolio nella mano sinistra, e contemporaneamente il dolore spariva.
Dapprima queste cure erano accidentali, come era da attendersi in esperimenti
empirici come allora praticavo ; ma ben presto cominciai a lavorare su basi più
scientifiche. Il ragionamento, l'osservazione e l'analisi mi svelarono un certo
numero di fenomeni costanti nei miei esperimenti. Il più importante di essi era
il fatto che per ottenere qualche risultato era necessaria una forte
concentrazione della volontà. Se per un istante rallentavo la mia volontà di
far guarire, non si generava più alcun calore ne sopraggiungeva il formicolio.
Inoltre, se dopo che il calore od il
formicolio si erano manifestati, io rilasciavo la
tensione volitiva, o se per un istante la mia attenzione vagava, attratta da
qualche cosa nella stanza o dai discorsi di qualcuno, entrambe le
manifestazioni scomparivano all'istante. E, anticipando le conclusioni a cui
dovrò giungere più avanti nella discussione, ho constatato al presente che, se io
stesso non credo di potere guarire il malato, sono incapace di farlo. Ecco
un fenomeno del subcosciente che non pretendo di capire.
Un altro strano particolare di queste mie «
guarigioni » è che rimanevo assai esausto dopo che le avevo praticate. Quando
ebbi una maggiore esperienza, appresi che il potere da me posseduto era potere
magnetico che si sprigionava dal mio corpo (probabilmente accumulato nelle
cellule dei gangli che sembra agiscano da accumulatori dell'energia magnetica
del sistema nervoso).
Debbo subito chiarire che l'influenza magnetica e
l'ipnotismo sono due fenomeni del tutto differenti, sebbene pare che qualche
anello di congiunzione vi sia fra di essi. Per quel che oggi conosco su questo
soggetto posso asserire che se metto un paziente in « trance » od in istato di
sonno profondo, e quindi avvicino una mano ad una parte qualsiasi del corpo,
anche senza toccarlo né indurgli alcuna suggestione, il suo corpo in quel
preciso punto si mette in violenta agitazione ; non solo, ma posso trascinarlo
in dietro od in avanti o di fianco a mio
gradimento, col solo movimento della mano.
La scoperta di questo mio potere mi rese piuttosto
inquieto. Ero sempre studente, e lo studio del corpo umano mi affascinava ; ma
qui si trattava di cose extra-terrene, e poi le speculazioni sull'ignoto e
l'invisibile mi attraevano quanto il regno fisico ; tanto che non sapevo
decidermi tra la medicina e la Chiesa. Mio padre era per la medicina. Tutto
considerato preferii la Chiesa. Ma allora che cosa fare di questo potere ?
Poteva essere sviluppato ? Poteva essere di vantaggio ai miei simili ? In
questo caso non era esso cosa del diavolo ? Ed allora come poteva essere utile
al mondo ? Lessi tutti i libri che potei trovare sull'argomento ma mi furono di
poco aiuto. A quei tempi l'arte sapeva ancora di magia, e quanto lessi mi
convinse che questa facoltà non poteva essere per il bene. Ed allora come
mettere d'accordo il diavolo coll'acqua santa ? Impossibile. L'unica soluzione
era quella di scacciare il diavolo. Fu così che pochi anni dopo, con questa
lodevole intenzione,
entrai in un collegio
teologico.
Per un po' tutto andò bene. Rispettavo feste,
digiuni e vigilie. Ero felice. Eppure, di quando in quando mi assillava il
ricordo dei giorni passati nelle foreste del Canada, quando feci la scoperta
del mio potere magnetico. A poco a poco questo ricordo tornò coll'insistenza di
un messaggio. Il mio potere d'indurre il sonno conteneva forse il dono di
sanare ? Non dovevo usarlo a beneficio dei miei simili ? Ma
però
questo dono non poteva essere opera del diavolo ?
Lottai a lungo da solo per la soluzione di questo problema ; poi ne parlai al
mio confessore, e quando non potei più resistere ne feci parola al direttore
del collegio. Egli era un uomo liberale ed un pensatore (in seguito fu fatto
vescovo). Sentivo che da lui avrei ottenuto la guida e la simpatia che bramavo.
Poco invece fuilconfortocheneebbietornai alla miacella disperato. Coli'animo in
ambascia mi gettai in ginocchio a fianco del letto e pregai perchè ricevessi un
segno della volontà divina. Non so quanto rimasi così. Alzatomi poi, mi volsi a
raccogliere un libro che avevo urtato e fatto cadere dallo scaffale nel
gettarmi in ginocchio. Dal libro era sfuggito un foglietto che giaceva a terra.
Esso recava scritto in calligrafia maschile (non so di chi) quanto segue :
Cristononcercacredenzialinédavoiné da me; Egli cerca ferite da
guarire ».
Dopo sei mesi io ero in America (l'unico paese di
lingua inglese ove lo studio di questa scienza non fosse considerato come un
capriccio) per studiare l'ipnotismo ed il suo potere curativo. Dapprima nel
Collegio Americano di Filadelfia dove seguii l'intiero corso di psicologia ;
poi a Rochester nell'Istituto di Scienze di New York, dove ottenni il diploma
d'ipnosi per la pratica dell'ipnotismo. In seguito, nello stesso Istituto,
seguii l'intiero corso di neurologia dell'Istituto di New York dei Medici e
Chirurgi, che fa parte del corso di medicina
per quanto non seguissi i corsi di medicina e
chirurgia che mi avrebbero abilitato alla professione medica. Dopo di che
tornai in Inghilterra per praticare la nuova arte.
Mi accorsi presto che avevo davanti a me un
compito assai arduo, se volevo il riconoscimento da parte della professione
medica. La concezione popolare dell' ipnotismo era che esso non fosse che
magia. I
corpi
scientifici d'Inghilterra non ne avevano alcuna, dal momento che non potevano
ricondurlo ai fatti noti della « materia medica » ed armonizzarlo con essi. Mi
ci vollero anni di ininterrotta propaganda e di dimostrazione per convincerli
che esisteva un potere benefico che trascendeva ogni loro conoscenza e che,
alleato alla loro scienza, poteva forse rivoluzionare l'arte sanatoria qual'è praticata
oggigiorno.
Uomini di medicina vennero nel mio ambulatorio per
investigare la nuova scienza. Venivano scettici e pochi in quel tempo ne
partirono convinti. Alla fine uno o due, quasi stizziti dalla mia testardaggine,
mi inviarono dei pazienti da loro dimessi come inguaribili. Mi si richiedeva di
guarire gl'inguaribili. Furono quelli giorni assai duri. Allora poi non avevo
l'esperienza di oggi. Quei casi oggi li potrei prendere in cura senza alcun
timore ; mentre allora mi pareva di tentare l'impossibile. Ma dovevo provare e,
detto senza vanteria, ottenni risultati, in quei casi disperati, che più di
tutti meravigliarono me stesso.
Per divulgare la cognizione della nuova scienza,
mi servii tra l'altro, di una serie di conferenze tenute in varie parti del
paese, a membri della professione medica. Io esponevo loro nel modo più chiaro
possibile le mie teorie, e poscia li invitavo a farmi delle domande, e
dimostravo ai presenti i vari punti della lezione. Metodo da me favorito a
questo scopo, era quello di invitare qualcuno degli uditori a venire sul palco
e di impiegarli quali « pazienti » a vantaggio dell'udienza. Così facendo non
si poteva sospettare nessuna secreta intesa, cosa assai importante a quel tempo,
perchè ero spesso accusato di dare delle dimostrazioni teatrali in queste
conferenze.
Forse la più importante delle conferenze di tal
genere fu quella del Padiglione Londinese nel 1905, ascoltata da circa 800
uomini di medicina venuti da tutte le parti d'Inghilterra, compreso molti
specialisti di Harley Street. Alla fine della lezione, secondo il mio costume,
invitai chiunque volesse a venire sul palco per darmi agio di dare una
dimostrazione a tutti gli altri uditori. Tra quelli che salirono sul palco vi
era uno che mi aveva spesso interrotto dimostrandosi uno scettico indurito,
come di più non si poteva sperare. Lo addormentai alla presenza di tutti e gli
suggerii una quantità di dolori in varie parti del corpo. Sia che mi sentissi
autorizzato a serbargli un po' di rancore per il suo persistente interrogatorio
imbarazzante durante la conferenza, sia che vi fossi
spinto da qualche altra causa, fatto si è che feci
di lui un uso piuttosto eccessivo, che mai adottai per altri « pazienti ».
Dapprincipio gli diedi il mal di denti, poi male agli orecchi ed una nevralgia
; infine tutte e tre insieme. Quindi intensificai il dolore, spiegando ai
presenti che cosa stavo facendo. In pochi minuti egli, per il dolore, si
torceva nella poltrona. Ma io mantenni il dolore intenso. Egli urlava, mentre
gli cadevano le lagrime dagli occhi. Dapprima gli uditori risero, poiché lo
avevano beffato quando salì sul palco, profetizzandogli ogni sorta di terrori
quando fossi riuscito ad averlo in mio potere ; cosa che non lo aveva
spaventato affatto. Egli aveva detto : « Se egli sarà capace di farlo, allora
ci crederò ; ma non ci riuscirà e ve lo proverò » Dunque per un po' risero ; ma
non accennando io a toglierlo dalle pene, qualcuno dei più scettici cominciò a
gridarmi di smettere.
« Ma se egli sta benone » dissi loro e tirai
avanti a spiegare quel che stavo facendo, nonché i diversi punti che mi
sforzavo di illustrare. Però, siccome continuava a strillare ed a contorcersi,
anche quelli che si erano convinti divennero inquieti.
« Per carità, basta » gridava qualcuno ; « lo
farete impazzire »
« No » risposi. Ed allora per essere umano commisi
un grosso sbaglio. « Quando lei si sveglierà » dissi « non sentirà alcun dolore
e nulla lei ricorderà di quanto è successo ».
Lasciai che il dottore si asciugasse le lagrime e,
lasciatogli il tempo di ricomporsi, gli dissi di
destarsi.
« Ecco » furono le sue prime parole « che cosa
vi dissi ? »
Scoppiò una
risata generale.
« Che c'è da ridere ? » gridò « Ve lo dicevo io
che era tutta impostura ; non è neppure riuscito ad addormentarmi ; insomma non
ha fatto nulla di quanto aveva promesso di fare ». A queste parole la sala
rintronò dalle risate dell'uditorio che lo beffeggiò senza pietà. Mi
consigliarono di riaddormentarlo e destarlo poi senza l'ordine di non ricordare
più nulla e di non sentire alcun dolore. Ma non volli farlo. Alla fine della
seduta il nostro uomo lasciò il teatro in uno stato d'animo che è più facile
immaginare che descrivere, e mentre se ne andava i presenti applaudivano e
ridevano alle sue spalle.
In un'altra occasione a Newcastle alcuni medici mi
portarono un uomo per fare un esperimento. Era un marinaio che avevano prima
interpellato, perchè lasciasse compiere un'esperienza su di lui.
« Che vorreste ch'io facessi ? » chiesi ; «
prescrivete qualche cosa
fuori dell'usuale ».
« Fategli venire il mal di mare » suggerì qualcuno
; era un'idea originale, trattandosi di un marinaio.
Allora lo addormentai e poi gli suggerii che si
trovava a bordo durante una mareggiata.
Obbedendo alla mia suggestione, il mio uomo
barcollava avanti e indietro come per reggersi in equilibrio e vincere i
movimenti della nave.
« Ora » dissi « ditemi quando volete che soffra il
mal di mare ».
« Adesso » disse qualcuno ; e di colpo l'uomo
cominciò a sentirsi male.
Pare che a Newcastle a quel tempo fossero
specializzati in marinai, poiché un'altra volta durante una mia lezione davanti
ad un'udienza di dottori, mi sottoposero ad una prova che ritenevano certamente
al di là delle mie forze. Si trattava di un giovane marinaio di circa 24 anni,
paralizzato da circa sette anni per l'esplosione di un cannone a bordo d'una
nave. Egli quasi non poteva muovere neppure un muscolo del suocorpo,ecertamentenessunmuscolo delle braccia e delle
gambe. Ne poteva parlare ; era come una massa completamente inerte, più morto
che vivo, incapace di fare la minima cosa da sé, dovendo dipendere dagli altri
per il minimo atto. Era un « caso » ben noto nel nord dell'Inghilterra. I migliori specialisti del
giorno avevano fatto ciò che potevano per lui ; ogni risorsa della scienza e
della medicina era stata usata senza ottenere il minimo segno di miglioramento.
In quel tempo io ero disposto ad accettare qualunque prova che i medici
volessero sottopormi, poiché capivo che solo così facendo avrei potuto
convincerli della giustezza delle mie rivendicazioni. Per la giustizia, bisogna
dire che essi spesso mi avvertivano che
un insuccesso in qualunque caso particolare, non
sarebbe stato considerato come conclusivo contro di me, poiché consideravano
che solo mediante un miracolo avrei potuto ottenere un risultato qualunque in
certi casi da loro propostimi. Infatti in certi casi il successo fu quasi
dannoso alla mia causa quanto uno scacco, poiché i medici consideravano i detti
casi senza speranza e contro la ragione, e non poterono accettare la
testimonianza dei loro stessi occhi, quando ne videro la guarigione,
considerandola come un fatto magico che non poteva essere ripetuto.
Il caso presente del marinaio paralizzato era uno
di quelli. Credo fosse personalmente conosciuto da ogni dottore presente nella
sala, avendo tutti tentato invano di fare qualcosa per lui. Ho già detto che i
casi più spettacolosi sono spesso, dal mio punto di vista, i più semplici. E
questo era uno di essi. Unica questione era di sapere se era possibile o meno
di addormentare il paziente, sebbene ne dubitassi poco. Infatti ho quasi sempre
osservato che gl'individui delle classi lavoratrici e quelli delle classi
professionali superiori sono 1 migliori pazienti. I primi accettano quel che gli dite
senza discutere ; gli altri delle classi professionali, capaci di
concentrazione, sono in grado di aiutarvi. Gli appartenenti alle classi
intermedie invece (troppo intelligenti per accettare ad occhi chiusi ciò che
dite, e non abbastanza per capire la verità dei vostri argomenti ed incapaci di grande concentrazione)
oppongono le maggiori difficoltà.
Questo marinaio, che fu trascinato sul palco nella
poltrona a ruote, era il paziente perfetto.Siaddormentòdopounistante. Coll' aiuto di due dottori presi fra
gli uditori, lo alzai dalla poltrona e lo adagiai bocconi su alcuni
cuscini stesi sul pavimento.
« Ora » dissi, parlandogli secco ed energico, « tu
sei a bordo, lo sono il tuo comandante e mi obbedirà'. » Il mio uomo non
muoveva un muscolo. Qualcuno nell'uditorio rideva. Io continuai :
« Stiamo per entrare in azione.... l'azione è
cominciata.... Fermo ; siamo stati silurati.... coliamo a picco. Guarda fuori !
»
L'uomo emise un gemito ed il sudore gli rigava il
viso. Soffriva d'un'angoscia mentale. Qualcuno dell'uditorio mi sgridò ; io mi
volsi per farlo star zitto. Sapevo che il paziente non era punto in pena, ma
cominciava a vivere l'azione suggeritagli. Aveva voglia di muoversi ma sapeva
di non poterlo fare, non avendogli ancora detto di muoversi. Voltandomi di
nuovo a lui gli dissi :
« Ora stai pronto, la nave affonderà in pochi
minuti.... bisogna buttarsi giù.... non aver paura, mi butterò insieme a te....
andremo insieme.... avrò cura di te.... Ora dunque, pronto.... buttati !....
nuota.... nuota per la tua vita.... nuota.... braccia e gambe.... nuota,
nuota....
Un grande mormorio sorse dalla sala al vedere il
mio uomo obbedire. Quell'uditorio dì provati uomini di medicina scattò in piedi
applaudendo. 11 marinaio cominciò con colpi forti e decisi. Poco importava
ch'egli fosse disteso sui cuscini ; egli spazzava il pavimento colle mani
raschiandone via la pelle nel dimenarsi nell'acqua immaginaria. Le gambe si
muovevano a tempo colle braccia ; i muscoli del suo corpo entrarono in gioco.
Ansava e sbuffava voltando il capo di qua e di là. I cuscini sui quali era stato
adagiato erano stati spazzati via durante i suoi sforzi e pur tirava avanti a «
nuotare ».
Lo voltai sul dorso e gli dissi di galleggiare ;
allora se ne stette quieto, distendendo le braccia all'altezza delle spalle,
muovendo lentamente le mani. Osservai i suoi muscoli. Erano deboli da far
pietà. Neppure il massaggio ne il trattamento elettrico avevano potuto
preservar la loro efficenza. Ma qualcosa era rimasto, non erano scomparsi del
tutto. Alla fine lo misi in riposo. Lo rimettemmo a sedere nella poltrona dove
dormì per un certo tempo ; dopo di che gli parlai dicendogli di dimenticare
tutto quello che aveva fatto, e che non avrebbe patito alcun dolore una volta
svegliato, ed avrebbe riacquistato il pieno uso di tutti i suoi muscoli. Infine
lo destai. Parve piuttosto sorpreso di ritrovarsi nella stessa poltrona nella
stessa posizione in cui era al momento di ad
dormentarsi e, come disse poi, credeva di
essempre paralizzato.
« Alza le braccia » gli dissi. Egli esitava.
« Avanti !, ora puoi farlo, sai ? » Mezzo
convinto provò. Allora gli balenò la verità. Con un grido di gioia gettò le
braccia in fuori : balzò in piedi e vide di poter reggersi di nuovo sulle
gambe. In un attimo si partì dalla poltrona avanzando sul palco, ma sarebbe
caduto se non fossi corso verso di lui a sorreggerlo ; non per debolezza, ma
per la semplice incapacità di stare in equilibrio.
È curioso che un uomo adulto debba di nuovo
imparare a camminare ; eppure bisogna farlo dopo anni di degenza in letto.
Il marinaio fu infine portato via nella sua
poltrona e non lo vidi più. Ma seppi che era guarito e che la guarigione fu
duratura. Ebbi sue notizie due o tre anni dopo quando per caso incontrai uno
dei dottori presenti in quel pomeriggio. Egli non perse più l'uso degli arti.
Un breve corso di esercizi fisici gli aveva rigenerato i muscoli ; gli arti
atrofizzati si svilupparono tornando normali ; riuscì a trovare un'occupazione
e tutto così andò per il meglio.
Fu con questi mezzi che a poco a poco richiamai
l'attenzione della professione medica del paese sulla scienza dell'ipnosi ; ma
lunga era ancora la strada da percorrere prima che l'ipnotismo fosse un metodo
riconosciuto. Era ancora considerato come una fantasia piacevole ;
utile forse in certi casi, se non un giuoco di
società per diletto degli increduli e per svago dei frequentatori dei « music
halls ». Non era considerato un ausilio della medicina e ci vollero parecchie
guarigioni spettacolose di casi abbandonati dai medici professionisti, prima
ch'io potessi fare un qualche serio progresso.
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