CAPITOLO III
Percezione e adattamento
« Le cose non sono come sembrano », è un'osservazione attribuita ad un
antico filosofo il cui nome è stato da lungo tempo dimenticato. Anche questa
massima, come tante altre, potrebbe essere ad un tempo vera o falsa. Questo
dipenderà dal senso specifico che le si vuol dare o dal modo in cui il termine è
applicato. Dovremmo costruire una « cornice di riferimento » entro cui valutare
la « verità » e la « falsità ». Soltanto allora, questa o qualsiasi altra
affermazione potrà essere degna di considerazione.
Si può dimostrare che alcune cose sono differenti da quelle che
sembrano, ma, non appena l'osservatore si rende conto di questo, altera la
sua percezione per conformarla alla nuova cognizione e, quindi, per lui almeno,
l'entità in esame sarà quella che sembra essere.
Se si stabilisce una cornice di riferimento che limiti la considerazione
della frase alla percezione di uno specifico individuo, la « verità » o la «
falsità » di tale frase sarà in stretta relazione con le cognizioni
dell'individuo stesso. A questo punto, logicamente, sorge il problema della «
compiutezza ». In altre parole, la frase si deve ritenere esatta se l'individuo
prescelto non è a conoscenza dei fattori basici che contribuiscono alla sua
percezione?
Possiamo affermare che la frase è esatta se è possibile dimostrare che una
cosa è differente da come sembra? O, in caso contrario, possiamo affermare che
la frase è falsa?
I corvi sono « neri » se se ne può trovare uno bianco? Uno dei tanti modi per
rispondere potrebbe essere: « La maggior parte dei corvi è nera, ma ve ne sono
di bianchi ». Questo, naturalmente, è un compromesso di natura pratica. Gli
aspetti teorici o filosofici della questione possono essere discussi ad
infinitum con pochissime probabilità di giungere ad una conclusione pratica.
Quella del compromesso sembra essere la via migliore da seguire se dovremo
trarre un'utilità pratica dall'esame delle percezioni.
Nel precedente capitolo sono stati descritti numerosi esperimenti a riprova
dell'alterabilità delle percezioni. Se le nuove percezioni, quando ne siano
state sviluppate, siano o meno le « vere », non è così importante come rendersi
conto del loro possibile sviluppo. Sicuramente, da un punto di vista teorico,
questo è un compromesso, ma noi siamo molto più interessati agli aspetti pratici
della situazione. Se le nostre percezioni « negative », come quelle che
provocano risposte di dolore e di ansia, potranno essere alterate in modo da
diminuire la frequenza e/o l'intensità di quelle risposte, la nostra mèta potrà
dirsi raggiunta e, la « verità » o la « falsità » delle percezioni alterate, ci
interesserà molto poco.
Le percezioni possono essere alterate nei modi più diversi, ma consideriamo
prima brevemente la maniera in cui si formano.
Quando vediamo qualcuno camminare verso di noi, ci sembrerà ovvio che la
nostra percezione sia dovuta al movimento dell'immagine attraverso la retina
dell'occhio. Tuttavia, dopo un'ulteriore considerazione, riscontreremo che le
immagini si muovono attraverso la retina anche quando siamo noi che ci
muoviamo e l'oggetto osservato è immobile.
Il movimento dell'immagine retinica non costituisce una prova sufficiente su
cui basare la conclusione che un oggetto è in movimento e che noi siamo fermi o
che noi ci muoviamo e l'oggetto è immobile, oppure che sia noi che l'oggetto ci
muoviamo e altri oggetti sono immobili.
Evidentemente devono esservi altri fattori, ma una discussione in questa sede
su ciascuno di essi, anche se compendiosa, sarebbe un'enorme impresa di nessun
valore pratico per noi.
Tuttavia, un accenno a come agiscono nel loro insieme, ci aiuterà a
comprendere meglio le discussioni che seguono.
Tutti gli organi sensoriali, se stimolati, indirizzano l'informazione al
cervello che in qualche modo la « interpreta ». Il modo in cui il cervello
interpreta quest'informazione è a sua volta subordinato ad altri fattori. Il
tipo, la frequenza e l'intensità degli stimoli che influiscono sugli organi
sensoriali accrescono ancora il numero di tali fattori. La loro somma totale, in
un dato momento, potrebbe essere considerata (in forma elementare) come lo
schema-stimolo che provoca la percezione di quel particolare momento.
Sembrerebbe quindi logico, che la modificazione di uno qualsiasi di questi
fattori altererà lo schema-stimolo e che, quando questo si verifica, anche la
percezione subisce una modificazione.
Ora, noi sappiamo già che molte delle nostre risposte sono autonome — cioè si
ottengono senza l'aiuto dei processi mentali più alti. Sappiamo anche che gran
parte delle nostre risposte sono provocate mediante stimolazione sensoriale che
è indirizzata al cervello per essere « interpretata », e che la natura della
risposta è subordinata al risultato di tale interpretazione. Anche in questo
caso, appare logico che, se l'interpretazione sarà alterata anche la risposta
subirà una modificazione. Questo ci porta a prendere in esame i mezzi pratici
per alterare le nostre percezioni. Esistono prove sostanziali sull'«
adattabilità » del cervello a certi tipi di stimolazione. Ad esempio, sappiamo
che l'immagine retinica è « capovolta », ma il cervello la rovescia affinchè noi
si possa percepire gli oggetti che ci circondano nell'esatta posizione. Non è
insolito che, guardando la televisione, molti spettatori si sdraino o assumano
delle posizioni per cui l'immagine verrà a trovarsi ad una determinata
angolazione rispetto allo schermo. Normalmente, questo non causa alcun problema
per il telespettatore; infatti, egli raramente se ne accorge. Il cervello si è
immediatamente adattato alla situazione e la percezione dell'immagine è «
normale ». Questo non è che un esempio del numero infinito di modi in cui ha
luogo l'adattamento, nel caso specifico di carattere utile. Ne risulterà una
diminuzione della confusione e, nonostante il parere discorde di qualcuno su
questo punto, ne deriveranno risposte più piacevoli.
Esistono, d'altra parte, molti casi in cui il cervello si adatta a stimoli in
maniera tale da provocare delle risposte indesiderabili. Come eccellente esempio
possiamo prendere in considerazione un incidente realmente accaduto. Un mio
amico mi raccontò di aver sofferto il mal di mare ad un punto tale da aver
provato una vera sensazione di nausea, guardando la scena di un film in
cui una nave era in balia del mare in tempesta. Generalmente, tali sensazioni
sono provocate dalla reale stimolazione dei canali semicircolari. In questo caso
non si era verificato nessun movimento effettivo, tuttavia, venne ugualmente
provocata la risposta indesiderabile. Il cervello si stava « adattando » agli
stimoli visivi allo stesso modo in cui era stato condizionato a rispondere al
movimento.
Probabilmente, la formazione dei nostri schemi di adattamento si attua
principalmente attraverso i processi di condizionamento. Il cervello si adatta a
stimoli specifici in modo specifico, ma si adatta anche, come dimostrato
nell'esempio precedente, in modo simile a stimoli simili. Gran
parte di questo condizionamento si effettua attraverso dei tipi di stimolazione
per tentativi ed errori, durante i quali la frequenza in cui si verificano le
risposte « corrette », in rapporto alla frequenza delle risposte « errate »,
tende a stabilizzare la risposta che si verificherà con maggior frequenza, sia
essa corretta o meno.
Un caso analogo si ha quando una sequenza stimolo-risposta viene ripetuta con
grande frequenza. La risposta potrà non essere quella « corretta », ma si
stabilizzerà al punto da essere percepita come « corretta » o come l'unica
possibile.
Può darsi che ci si renda conto del verificarsi di tale condizionamento, nel
qual caso entrano in funzione fattori che coinvolgono l'attenzione: movimento,
contrasto, misura e frequenza, per citarne qualcuno di quelli esterni.
Interesse, ragione determinante, necessità, aspirazioni e capacità mentale
per ciò che riguarda quelli interni.
Tuttavia, le percezioni e gli schemi di adattamento possono essere
condizionati anche senza che ce ne rendiamo conto. Ciò si potrebbe attribuire
alla mancanza di conoscenza o di comprensione del rapporto tra lo stimolo e la
risposta, come nel caso di una persona che ha paura dell'elettricità ed evita
tutti i congegni elettrici perchè una volta le è accaduto di prendere una scossa
cambiando una valvola. Anche se l'incidente è accaduto molti anni prima ed è ora
dimenticato, permane la risposta di fuga verso stimoli di uguale o simile
natura.
Le nostre percezioni potranno essere « vere » o « false », ma in un caso o
nell'altro, contribuiranno grandemente a condizionare il cervello ad adattarsi
in quel dato modo.
Molti « falsi » adattamenti o interpretazioni hanno poca importanza dato che
provocano risposte innocue e talvolta persino benefiche. Un esempio è
l'adattamento che ci permette di percepire la successione di fotogrammi immobili
come in « movimento ». Alcune, tuttavia, possono ostacolare notevolmente il
nostro progresso verso la conoscenza, come quando accettiamo per vere le nostre
percezioni e non riconosciamo la possibilità che possano essere diverse. A
volte, cosa più grave, riconosciamo queste possibilità, ma non ci diamo la pena
di indagare. Ad esempio, la maggior parte di noi conosce bene l'impressione che
dà una bacchetta, in parte immersa nell'acqua, cioè di essere piegata al livello
del liquido. Se non ci siamo mai dati la pena di indagare circa questo fenomeno
potremmo essere stati condizionati a credere che tutti gli oggetti si pieghino
quando vengono parzialmente immersi nell'acqua. Ma una volta chiaramente
compresi i principi della rifrazione, siamo in grado di capire che molte
percezioni che implicano fenomeni ottici sono errate. Alcune possono essere
modificate, altre persistono anche quando sappiamo che sono sbagliate, ma non
l'avremmo mai saputo se avessimo semplicemente accettato tutte le nostre
percezioni come la vera rappresentazione di fatti.
Altre « false » percezioni invece, condizionano schemi di adattamento che
sono dannosi e distruttivi sovente coinvolti con le nostre risposte di ansia e
di colpa. Se, ad esempio, abbiamo la percezione che una certa forma di
comportamento sia «peccaminosa » e, allo stesso tempo, ci sentiamo fortemente
spinti ad esprimerla o a sperimentarla, proveremo quasi certamente un senso di
colpa anche se la nostra percezione che quel comportamento sia peccaminoso sarà
errata. Potremo provare indicibile angoscia per circostanze che ci sembrano
pericolose e, tuttavia, queste risposte di ansia potranno essere completamente
infondate o irreali.
Ai bambini viene spesso detto che certe forme di comportamento sono « cattive
», « indecenti », o « dannose », senza spiegarne la ragione. Questo fatto genera
spesso risposte negative, che potranno condizionarsi al punto da ricomparire per
tutta la vita. Considerate il caso di una madre con un eccessivo senso di
protezione nei confronti del figlio che desideri porgli certe limitazioni di
comportamento. Potrà avergli insegnato che è « male » allontanarsi dal cortile,
che è « indecente » mostrare interesse per le funzioni corporali, che è «
peccato » esprimere un forte desiderio e che è « dannoso » bere caffè. Se tale
condizionamento avverrà con una certa intensità cagionerà nel bambino, anche
nella vita futura, sensazioni di ansia e di colpa ogni qualvolta si esporrà a
stimoli simili. Divenuto adulto, potrà provare un senso di colpa se deve
allontanarsi da casa per fare un viaggio, sentirsi a disagio in situazioni che
riguardano l'igiene personale, sentirsi colpevole ogni qualvolta acquisterà un
oggetto di lusso e soffrire di insonnia dopo aver bevuto una tazza di caffè.
Le nostre percezioni sono influenzate dagli insegnamenti ricevuti e dalle
esperienze fatte nel corso della nostra vita. Esse a loro volta, influiscono sul
modo in cui i nostri processi mentali si adattano all'ambiente.
Quando le nostre situazioni ambientali suscitano risposte più negative che
positive, diventiamo insoddisfatti della vita. Questa scontentezza potrà
manifestarsi in forme fisiche o emotive o in entrambe in diversa misura. La
nostra « adattabilità » è scarsa. Dobbiamo cercare dei mezzi per accrescere la
frequenza e l'intensità delle nostre soddisfazioni, le nostre risposte positive.
Esistono tre diversi modi per ottenere questo. Cambiare il nostro ambiente, una
soluzione che può essere o meno possibile o pratica, o essendolo, non costituire
il rimedio idoneo. Tentare di aumentare la nostra adattabilità. Provare ad
alterare le nostre percezioni.
Modificazioni ambientali
L'ambiente, nel senso più vasto, non è limitato agli stimoli esterni. Sono
inclusi anche quelli interni che contribuiscono allo sviluppo delle nostre
necessità, desideri e sensazioni di soddisfazione e di insoddisfazione.
Si possono ottenere modificazioni ambientali cambiando località, ma esse
possono essere realizzate anche in altro modo. Come vi abbiamo già detto,
stimoli simili possono provocare risposte simili. In realtà, molte
volte l'uso di situazioni-stimolo sostitutive è più desiderabile di situazioni
effettive. Una persona che ami viaggiare può ottenere molta soddisfazione dalla
visualizzazione di un viaggio senza subirne gli svantaggi, come la spesa, la
stanchezza, la perdita di tempo, ecc. Inoltre, abbiamo tutti la tendenza a
pensare ai lati migliori del viaggio che stiamo progettando, e generalmente,
nella realtà non sono poi cosi ideali. L'aspettativa è sovente molto superiore
alla realtà. Questo non significa che la pura e semplice visualizzazione sia la
soluzione di tutti i problemi; essa presenta anche degli svantaggi. Perchè la
visualizzazione sia efficace quanto un'esperienza reale dovrà, normalmente,
essere ripetuta molte volte e si potrà avere la sensazione che non sia
abbastanza « concreta » da riuscire del tutto soddisfacente. La sua
artificiosità potrà apparire così evidente da sviluppare un vivo desiderio per
la « cosa reale ».
Quando una persona ricorda gli episodi piacevoli delle trascorse esperienze
generalmente affiorano delle risposte molto soddisfacenti, ma se vi sarà la
tendenza a soffermarsi sugli episodi sgradevoli, le risposte che ne risulteranno
saranno esattamente l'opposto.
Sentiamo spesso parlare di molti casi in cui un miglioramento o una completa
guarigione da sintomi di esaurimento è stata ottenuta da un cambiamento di
località. In molti però lo stesso tentativo non ha dato alcun sollievo o quasi,
e, per altri ancora, un temporaneo alleviamento dei sintomi fu seguito da una
ricaduta. Questo sta ad indicare che i sintomi non erano stati del tutto capiti
o per lo meno che le loro cause fondamentali non erano state ben determinate. La
diagnosi e l'analisi di queste cose è estremamente difficile e dubitiamo che
esse possano essere stabilite in maniera completa ed esatta.
Sono state mosse varie critiche circa « l'eliminazione diretta del sintomo »
mediante suggestione ipnotica e molti sostengono che questa procedura dia luogo
soltanto ad un « trasferimento del sintomo ». Sebbene tale critica possa essere
in parte giustificata, è altrettanto errato, se non più, muovere un'accusa così
grave. Quantunque in molti casi l'eliminazione diretta del sintomo possa essere
inopportuna, potrà costituire per altri un modo ideale di affrontare il
problema. Dopo tutto, gran parte della farmacoterapia non provoca forse una
diretta rimozione del sintomo? Quando un farmaco viene prescritto per un mal di
testa o per una reazione ansiosa, si conoscono sempre le cause?
E' in realtà impossibile dare una valutazione intelligente dei casi in cui si
dice si sia verificato un trasferimento del sintomo. Come si può stabilire che
il « nuovo » sintomo non si sarebbe manifestato lo stesso con o senza l'uso
della suggestione diretta? Questa critica della suggestione diretta risulterà
veramente ridicola se vista sotto un'altra luce. Generalmente, in questa critica
è implicito il concetto che la persona suggestionata desideri trattenere il
sintomo in modo da ottenere qualche vantaggio secondario e che in caso contrario
svilupperà, dopo l'eliminazione di questo particolare sintomo, un altro sintomo
che lo sostituisca. Questa potrebbe essere una ragionevole conclusione se non
esistesse il fatto che il paziente si rivolge al medico per aiuto. Perciò,
evidentemente, il paziente considera la rimozione del sintomo molto più
importante di qualsiasi beneficio che possa derivargli da un vantaggio
secondario o dal sintomo stesso. Naturalmente, quest'affermazione potrà essere
contestata dicendo che il paziente non è conscio del perchè si manifesti il suo
sintomo e che è in atto una forma di « ragionamento subconscio ». Se un
ragionamento ai livelli del subconscio possa verificarsi o meno, è discutibile,
ma vi sono prove sufficienti per sostenerlo dato che il condizionamento può
verificarsi e si verifica a questi livelli. Perciò, possiamo sostenere che
qualsiasi sintomo successivo all'eliminazione di un sintomo differente, mediante
suggestione diretta o con l'impiego di qualunque altro mezzo, sarà attribuibile
agli schemi-stimolo sviluppati dal condizionamento piuttosto che al desiderio da
parte del paziente di ottenere un vantaggio secondario.
Forse ci siamo allontanati un po' dal tema principale della nostra
discussione sulle modificazioni ambientali, tuttavia, l'argomento
dell'eliminazione del sintomo è molto pertinente. Se si prescrive ad una persona
di cambiare clima come mezzo per alleviare il suo sintomo — ad esempio attacchi
di asma, questo in realtà. è un tentativo di rimozione diretta del sintomo, e la
critica per tale tipo di cura non è più valida di quanto lo sarebbe se la
rimozione fosse tentata attraverso la suggestione ipnotica o qualsiasi altro
genere di trattamento.
In questa sede noi siamo soprattutto interessati a mettere in relazione
queste discussioni con l'ipnosi e l'autoipnosi, perciò dobbiamo sottolineare il
fatto che l'impiego della visualizzazione può essere grandemente facilitato e
perfettamente controllato con l'uso delle tecniche ipnotiche. Menzioneremo più
avanti nel testo numerosi casi per i quali le modificazioni ambientali furono
effettuate mediante l'uso di questi mezzi.
Aumento dell'adattabilità
Sebbene sia preferibile dividere questo tipo di materiale in diverse
classificazioni, si dovrà chiaramente intendere che nessuna di esse potrà essere
presa in considerazione indipendentemente da ogni altra. Il capitolo sul
condizionamento delle risposte è strettamente collegato a tutti gli altri
capitoli, e altrettanto si dica per ciascuno di essi. Il nostro argomento, o
qualsiasi argomento che prenda in esame il comportamento umano, è così complesso
che interi volumi potrebbero essere dedicati ad ogni sua minima parte. Speriamo
quindi che il lettore si renderà conto di questo e cercherà di incorporare nei
suoi concetti generali il rapporto del materiale di un capitolo con quello di un
altro e, cosa altrettanto importante, il rapporto di tutto il materiale con il
suo caso.
Chiarito questo concetto, nel corso di questo capitolo, eviteremo le
discussioni teoriche dando maggior risalto all'applicazione pratica di questi
principi.
Quando una persona prova sensazioni di ansia eccessiva, di colpa, di
frustrazione o è tormentata da altre sensazioni negative, manifesta o
un'incapacità di adattarsi alle situazioni o un adattamento errato dei suoi
processi mentali. Consideriamo ora un tipico caso di questo genere di reazione
ed esaminiamolo dai vari punti di vista.
Il nostro ipotetico soggetto potrebbe essere un giovane marito preoccupato da
problemi concernenti i suoi rapporti coniugali. Supponiamo abbia provato un
senso di colpa in seguito a rapporti sessuali con la moglie, senza riuscire a
trovare una ragione valida per questa reazione. Possiede un'ottima conoscenza
delle questioni sessuali e, pur essendo perfettamente equilibrato sotto molti
altri aspetti, non riesce a superare il senso di colpa. Potremmo scoprire, dopo
un interrogatorio più esteso, che il nostro soggetto un tempo aveva avuto delle
idee sbagliate sul sesso. Da bambino potrebbero avergli insegnato che la
masturbazione causa un « danno cerebrale » o fisico, oppure che tale
comportamento è peccaminoso. Crescendo potrà aver imparato la verità in materia,
ma il senso di colpa gli è rimasto e si manifesta ogni qualvolta svolge una
qualunque attività sessuale.
Abbiamo già notato che uno dei modi per estinguere una risposta negativa è
quello di applicare lo stimolo che provoca la risposta o uno stimolo simile in
condizioni che non permettano alla risposta negativa di verificarsi. Perciò
appena il nostro soggetto si sarà reso conto che la masturbazione, da lui
ritenuta peccaminosa, non è seguita da risultati dannosi, il senso di colpa si
desensibilizzerà. La difficoltà in questo caso sta nella sua percezione di ciò
che implica la parola « peccaminoso ». Se, come accade spesso, era stato portato
a credere in una punizione futura per i suoi peccati, ad esempio che non sarebbe
andato in paradiso, egli non sarà in grado di risolvere il suo problema poichè
rimarrà sempre questa preoccupazione. Ciò sarà altrettanto vero per quel che
riguarda il « danno fisico » e quello « cerebrale ». Se da giovane, avrà creduto
che questi risultati negativi sarebbero inevitabilmente seguiti alla
masturbazione, ma avrà compiuto ugualmente l'atto di frequente spinto dalla sua
necessità, la paura delle conseguenze future sarà servita a condizionare le
risposte negative anche se sul momento non avrà constatato alcun effetto
dannoso.
Perchè il nostro soggetto si adatti da adulto a questa situazione, dovrà
trovare la maniera di evocare una risposta positiva che domini quella negativa;
tale risposta dovrà naturalmente, essere provocata dallo stesso stimolo o da un
analogo. Sarebbe logico pensare che il fatto stesso di raggiungere l'orgasmo
potrebbe essere in sè la risposta migliore, ma nel caso specifico questa parte
della sindrome non è quella che ci interessa. E' invece la risposta provocata
immediatamente dopo l'orgasmo. L'orgasmo è certamente un fattore molto
importante in questa sequenza di avvenimenti, ma fino a questo punto non è in
realtà che la risposta ad una stimolazione precedente. Se tuttavia, potrà essere
utilizzato come entità stimolo-risposta ed essere condizionato a provocare delle
risposte positive appena si verifica, allora si avrà una desensibilizzazione di
quelle negative. Suggestioni dirette durante l'autoipnosi potranno sovente
condizionare questo tipo di risposta, aumentando in tal modo l'adattabilità del
soggetto alle situazioni della vita.
Un altro esempio potrebbe essere quello di una persona sofferente di
agorafobia: paura patologica delle altezze. Esistono vari casi in cui i sintomi
individuali includono la paura di non poter frenare l'impulso di saltare da una
grande altezza, indesiderabili visualizzazioni di precipitare, l'idea di essere
incapaci di ridiscendere, ecc. Ora, parte di tale ansia è sempre adattabile,
serve ad uno scopo utile. Chiunque decida di salire a grandi altezze, dovrebbe,
ai fini della sicurezza personale, pensare ai pericoli che questa azione
comporta. Se, dopo essersi reso conto di questo, il soggetto proverà ancora
un'ansia eccessiva o, se lo stato ansioso sarà presente anche quando non esiste
alcun pericolo, allora significa che la sua ansia è di adattamento e si dovrà,
se possibile, cercare di diminuirla.
Anche in questo caso l'impiego della visualizzazione potrà accrescere
l'adattabilità della persona alle situazioni della vita. Se sarà possibile
ottenere contemporaneamente ad una risposta piacevole, ad esempio, quella
suscitata dal pensiero di qualche oggetto molto desiderato, una risposta
negativa allo stimolo provocato dall'altezza, tale risposta negativa potrà
subire un processo di indebolimento o essere addirittura annullata. Per fare un
esempio semplice e breve useremo come risposta gradita l'idea di possedere una
nuova automobile e, mentre il soggetto sarà in trance ipnotica, gli diremo che
dovrà « scalare una montagna » per esaminare la macchina di sua scelta. Oppure
gli suggeriremo di immaginarsi alla guida dell'auto su strade in salita. In
questo procedimento la visualizzazione dovrebbe innanzi tutto comprendere le
entità stimolo-risposta positive e piacevoli poi, gradatamente e con prudenza,
includere la visualizzazione negativa da desensibilizzare. Il soggetto potrebbe
ad esempio immaginare di fare pochi passi in salita e poi di aumentare la
andatura finchè non proverà più nessuna ansia da questa visualizzazione. Le
risposte alle situazioni reali sono strettamente parallele a quelle della
visualizzazione e, durante lo svolgimento di tali procedure, dovrebbero essere
valutate accuratamente.
Alterazione delle percezioni
Lo sviluppo e la stabilizzazione di molti stati ansiosi sono causati da
percezioni errate delle circostanze che, se viste da una diversa prospettiva,
possono non essere affatto pericolose o indesiderabili. Molto sovente
l'individuo sofferente per questo tipo di ansia è incapace di determinare qual'è
la sua vera posizione nei confronti di parenti ed amici e nessun ragionamento
sembra poterlo aiutare.
Una madre che ha « dato tutto ai propri figli », potrà sentirsi trascurata
quando questi cominceranno a manifestare degli interessi al di fuori della
famiglia. Un marito che offra alla moglie i più ricchi doni potrebbe non capire
che ella preferirebbe invece ricevere le piccole attenzioni che lui rivolge alla
sua segretaria. Infiniti sono i casi di persone che, sentendo il bisogno di
affermare la fiducia in se stessi, tentano di ottenere questo minimizzando i
meriti o gli sforzi altrui.
Accade spesso che uomini con mogli belle e intelligenti siano sgarbati e
incuranti verso di loro prodigando mille cortesie alle altre donne. Molti di
questi mariti ammettono di temere di perdere il rispetto degli altri uomini
mostrando troppo interesse per la propria moglie. Quest'atteggiamento è talvolta
una forma di prova in cui una persona (uomo o donna) sentendosi inferiore al
coniuge, cerca di saggiare il grado di sopportazione dell'altro, per accertarsi
così del suo amore. Il guaio è che questo tipo di esperimento può andare avanti
all'infinito. La persona non può assolutamente credere che l'altro lo ami
«realmente » e continuerà ad aumentare la frequenza e l'intensità delle
prove.
Continuando ad agire secondo la sua percezione originale errata, la persona
in questione potrà inoltre concludere che il coniuge è effettivamente un essere
inferiore. E forse penserà: « Se lei (o lui) è disposta a sopportare tutte le
azioni indegne che le ho imposto, è segno che sta cercando di aggrapparsi a me a
tutti i costi. Forse merito qualcosa di meglio ».
Una caratteristica sorprendente di queste situazioni, è che molte di queste
persone si rendono perfettamente conto della esistenza di situazioni analoghe in
altre unioni eppure non vogliono accettare la verità, nel loro caso.
Altri ammettono che il loro comportamento è sbagliato, ma tuttavia, sembrano
incapaci di modificarlo. Il termine tecnico per questo comportamento è « logica
a compartimenti stagni », che descrive bene il pensiero di un individuo il quale
riconosce la logica di una particolare serie di circostanze eppure applica una «
logica » diversa al proprio comportamento.
Recentemente ho conosciuto una donna che si considerava un genio in campo
finanziario e giudicava il marito ottuso e stupido. Mi raccontò che il suo
denaro era servito per finanziare gli affari di lui e che, se non fosse stato
per lei non avrebbero posseduto nulla. Nel corso di ulteriori conversazioni
venni a sapere che suo marito all'epoca del loro matrimonio aveva accettato da
lei poche migliaia di dollari e che, attraverso accorti investimenti era
riuscito a rendere la loro vita molto agiata, ad acquistare delle proprietà di
valore, a dare ai figli un'ottima educazione e ad accumulare una discreta
fortuna. Tutte le sue cognizioni in campo finanziario le aveva imparate da lui,
tuttavia, ogni qualvolta un investimento di denaro aveva dato scarsi frutti ne
aveva attribuito a lui la colpa e, ad ogni operazione riuscita, si era lamentata
dicendo che avrebbe potuto essere migliore. Senza rendersene conto, nel corso
degli anni, aveva semplicemente « fatte sue » le informazioni del marito. Non
aveva mai avanzato una proposta positiva evitandola con la scusa che tanto lui «
non l'avrebbe mai ascoltata ». Il pover'uomo non poteva mai vincere! Ma
l'osservatore obbiettivo avrebbe potuto ovviamente concludere che il marito
doveva amarla molto o essere molto paziente o — probabilmente — tutte e due le
cose insieme.
E' facile, come abbiamo detto, valutare queste situazioni con grande saggezza
quando si tratta di altri; ma raramente usiamo tale saggio e penetrante
ragionamento quando si tratta di noi stessi. E, caro lettore, nè tu nè io
facciamo eccezione. Ecco perchè, desiderando effettivamente comprendere a fondo
le nostre caratteristiche di comportamento, dovremmo rivolgerci ad uno
specialista in materia. Generalmente siamo molto più facilmente convinti
dell'inesattezza delle nostre percezioni di fenomeni fisici che non di un
qualsiasi errore nel giudicare noi stessi. Un interessante esperimento è quello
di notare le critiche che facciamo o che vorremmo fare sugli altri e poi vedere
fino a che punto potrebbero essere applicate a noi stessi.
Un esempio limite di « logica a compartimenti stagni » potrebbe essere quello
di un professionista che fa dei piaceri straordinari praticamente a chiunque. I
suoi familiari e le sue conoscenze sembrano adorarlo. Tuttavia ad uno ad uno i
beneficiati dalla sua munificenza si rivelano degli ingrati. Molti in sua
presenza sono impacciati e confusi. La conversazione diviene stentata e
guardinga ed i presenti imbarazzati e a disagio. L'osservatore a questo punto si
chiederà meravigliato la ragione di tanta ingratitudine. Un simile atteggiamento
potrebbe perfino far perdere la fede nell'umanità. Ma... l'intero quadro non è
stato ancora rivelato e, quando lo sarà, le reazioni non appariranno più così
strane. Da uno studio più dettagliato si potrà riscontrare una certa analogia
fra i gesti magnanimi di quest'uomo. Ci appariranno abbastanza genuini, e
saranno forse compiuti senza il secondo fine di ricevere qualcosa in cambio, per
lo meno di natura tangibile. Prima o poi tuttavia, capiterà un'occasione in cui
il nostro generoso benefattore darà qualche suggerimento specifico sul modo con
cui il beneficiato e qualche volta anche la sua famiglia, dovrà svolgere una
determinata attività. Spesso
questo inizia con consigli riguardanti piccole cose come ad esempio la
sistemazione di un mobile o la qualità di pane migliore da scegliere, poi i
suggerimenti si faranno sempre più frequenti fino a raggiungere una vera e
propria insistenza su quasi tutte le cose da fare o da decidere.
In una di queste occasioni venne effettuato l'acquisto di una proprietà,
malgrado la preferenza di tutti per un altro terreno. In un'altra circostanza
nacque un'importante questione perchè queste persone avevano avuto
l'inavvertenza di acquistare un particolare apparecchio elettrico dopo essere
stati da lui consigliati su un altro tipo come « l'unico da comprare ». Questa
intromissione nella vita privata cominciò ad irritare le persone interessate che
però, per un senso di gratitudine, continuarono a seguire i suoi consigli. Ciò
portò ad ulteriori inconvenienti perché molto spesso i loro sforzi per
accontentarlo si rivelavano inutili. Sembrava che nessuno facesse le cose
esattamente nel modo in cui lui riteneva si dovessero fare. Infine, questa ed
altre famiglie alle quali era accaduta la medesima cosa, cominciarono ad
evitarlo. Essi cominciavano a rendersi conto di non essere in realtà così
stupidi come lui dava loro ad intendere e che, anche se lo erano, preferivano
commettere alcuni errori, pur di poter fare a modo loro.
Quest'uomo probabilmente non si rese mai conto di aver superato ogni limite
con il suo comportamento. Pareva riconoscere nel prossimo la necessità di
sviluppare il proprio senso di responsabilità poichè spesso aveva consigliato ad
altri di lasciare che quelli intorno a loro prendessero le proprie decisioni. A
quelli attorno a lui ciò era raramente concesso. Sotto ogni altro aspetto
era una persona gentile e comprensiva. Purtroppo, in cambio dei suoi molteplici
favori non ottenne che l'allontanamento di coloro che aveva aiutato. Ma avrebbe
potuto benissimo conquistare l'affetto a cui aspirava se fosse stato capace di
riconoscere che sotto il manto della generosità cercava in realtà di affermare
il suo senso di superiorità.
Descrivendo casi illustrativi come questo, l'A. non intende emettere un
giudizio. La questione qui non è tanto di giudicare se un comportamento sia
giusto o sbagliato, quanto di stabilire se una modificazione nelle percezioni di
uno o più individui migliorerebbe o meno la loro adattabilità alle situazioni
della vita. Il lettore potrebbe, ad esempio, avere la sensazione che l'uomo
abbia avuto torto di cercare di imporre le proprie idee agli altri e che avrebbe
dovuto alterare le sue percezioni. Forse è così. Se lo avesse fatto avrebbe
potuto ottenere maggiori soddisfazioni dalla vita. Forse invece non le avrebbe
ottenute, a meno che non avesse trovato qualche altro modo per conservare la
immagine di se stesso. Con ogni probabilità avrebbe certamente avuto un numero
maggiore di amici se una modificazione della sua percezione avesse portato come
conseguenza una diminuzione della sua interferenza negli affari altrui. Ma è
anche possibile che con l'acquisizione di questi amici sarebbe diminuita la sua
necessità di compiere « buone azioni ». E allora pur riconoscendo che la sua
interferenza era un difetto, lo sforzo per trattenersi alla vista di qualcuno
sul punto di commettere un « errore » avrebbe potuto essere tale da sconvolgere
qualche altra funzione della sua adattabilità.
Dobbiamo anche prendere in considerazione i possibili effetti nella
modificazione di percezione nelle altre persone interessate. Accettare le
cortesie e poi tentare di evitarne le conseguenze potrà, naturalmente, essere
interpretato come un modo molto comodo di ricevere senza dare. Sfuggire
successivamente il donatore può non essere un segno di lealtà da parte del
beneficiato. Il complesso di inferiorità e di imbarazzo per l'intromissione
nella vita privata può indicare debolezza da un punto di vista, o semplicemente
un desiderio di evitare le discussioni, da un altro. Ciascun individuo dovrà
valutare questi argomenti da solo in modo di raggiungere la massima capacità di
adattamento ai problemi che sorgono nel suo ambiente. Altri potranno fargli
notare alcuni fattori che potrebbe aver trascurato riguardanti il suo
comportamento e i suoi rapporti con gli altri, ma spetta solo a lui prendere la
decisione definitiva. Chi è chiamato a dare un consiglio su questioni del
genere, dovrà tentare, per quanto possibile, di aprire gli occhi della persona
che gli chiede il suo aiuto, ma non dovrà dirgli dove andare a cercare la «
ragione » o il « torto ». Ognuno dovrà fare questo da solo. E non sempre la
persona che cerca aiuto è quella che ne ha più bisogno.
E' possibile vedere la nostra immagine riflessa nelle critiche che muoviamo
agli altri, come è possibile divenire eccessivamente intolleranti verso noi
stessi se superiamo determinati limiti. In questo caso, così come nella
considerazione filosofica di tali questioni, la conclusione pratica sembra
essere quella del compromesso. Dovremmo cercare di vedere noi stessi così come
gli altri ci vedono, ma non dobbiamo per questo accettare come reali le loro
percezioni.
|